Il sognatoio di Ludovico Peroni

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La fila ordinata di cipressi disegna, insieme all’asfalto, il percorso da seguire. Le foglie gialle a terra calpestate, miste allo sporco delle pozzanghere, creano una poltiglia che emana l’odore d’autunno, i sassolini dei viali brecciati si attaccano sotto le scarpe, si riacquistano fiori che in un nonnulla appassiranno: novembre è il mese dei morti. E novembre diventa uno stato d’animo che ti ricorda che di tempo da dedicare ai morti ce n’è davvero poco, un po’ per mancanza di voglia, un po’ per paura. Novembre è un po’ come Il Sognatoio .

Dalla partitura vincitrice del premio “Teatro Musica e Shoah” (ed. 2017), Il Sognatoio di Ludovico Peroni – musicologo e compositore marchigiano, classe 1990 – è un’opera di musica sperimentale, divisa in 9 scene, in cui il compositore, tramite l’improvvisazione gestuale e una schiera di musicisti dei generi più disparati (l’ensemble QRO), vivifica un’immaginaria storia di un bambino ebreo, deportato, che come prima memoria ha impresso un discorso di Hitler. Come si presagisce dal sottotitolo della prima traccia (“Fine”), questa è la storia di un trapasso all’altro mondo, è la storia di un focolare che si spegne ma di un tizzone ardente utile ad accendere i sentimenti rarefatti dell’ascoltatore; da lì si disvela un racconto fatto di macchie di memoria, di voci fuoricampo, di suoni che, come un nome palindromo, si leggono allo stesso modo, dall’inizio alla fine, dalla fine all’inizio.

Sognatoio” è una parola “inesistente” dove le proiezioni di speranza, di vita, di volontà insoddisfatte si comprimono fino a diventare un luogo che prende le fattezze di una zona nera della memoria in cui la ragione si smaterializza e la ragionevolezza della classificazione perde la sua efficacia, diventando così lo spazio-rifugio in cui i sentimenti si annidano. Il compositore è riuscito a decostruire i generi, di assegnare i segmenti costitutivi musicali a delle sensazioni, e di assemblarli tra di loro attraverso l’improvvisazione condotta dal gesto. Le percussioni e il basso accompagnano l’ascoltatore suggerendo atmosfere cupe, tetre; il pianoforte, con le sue note delicate puntella con dettagli dolci quadri fatti d’indecenza; la chitarra, le componenti elettroniche, le distorsioni, infondono frenesia; la voce del Fuhrer, in forma del tutto antifrastica, diventa la voce della coscienza. I suoni dei pistoni dei treni a vapore si accostano a colpi d’incudine; l’intensa voce fuori campo di Filippo Davoli (anche autore del componimento poetico che fa da cornice all’opera), anch’essa adoperata come uno strumento, riemerge assumendo prepotentemente la funzione di ricordo; i canti solenni dei cori dei bambini ebrei diventano un lamento; il sax importa apparente distensione fino ad arrivare all’ingresso dei suoni e dei fruscii d’interferenza che sfumano nella scena 9, chiaro segnale di disconnessione e quindi dell’inizio del racconto. Morte o nascita?

Il bambino, in quanto “spugna di vissuto”, assorbe tutte le esperienze che lo circondano; il cervello decide invece lui cosa acquisire: fa una cernita di esperienze, sceglie quelle orride e le trasforma in brutte, prende quelle belle le trasforma in magnifiche, le assembla tra di esse e dà vita a delle ricordanze che, come fantasmi in una casa infestata, prendono vita proprio quando il cervello va a riposo e la porta del sognatoio si apre. La cognizione di tempo lineare occidentale va qui in cortocircuito, si piega, si distorce, diventa curva come la menzogna e il prodotto nato dall’associazione di idee e ricordi.

Si scaraventa l’ascoltatore in una dissonanza emotiva tale da rendere l’intera opera estemporanea, adatta e modellabile a qualsiasi contesto. Le informazioni che qui giungono alle orecchie dell’ascoltatore utilizzano in minor quantità il canale comunicativo dell’oggi inflazionatissima parola e si concentrano maggiormente sull’evocazione sentimentale tramite una commistione di suoni capaci addirittura di far scordare che si sta ascoltando un lavoro concettualmente basato sulla Shoah permettendo in fine di godere della drammaticità del tutto come se il dolore fosse nuovo e mai presentato. Il Sognatoio prende le sensazioni di una catastrofe umana, storica, mondiale, le rivisita, le ripropone in forma semi-dialogica per l’ascoltatore, lo fa emozionare e lo mette in condizione di rielaborare rifacendo di nuovo sua una storia immonda data per scontata.

Forse, come alludeva tra le righe Vittorio Sereni nella poesia conclusiva della raccolta Gli strumenti umani (Einaudi, 1965), nelle loro fortuite apparizioni, i defunti vengono a portarci un messaggio consolatorio – parleranno –, ci faranno accettare la morte come un evento naturale, disvelatore, così non ci spaventerà più, così non la eviteremo, così non ritornerà più scomodamente una volta all’anno, a ricordare a noi, esseri autoproclamatisi ineluttabili e forgiati dal rifiuto della mortalità, che prima o poi subiremo l’agognato trapasso, l’inizio della nostra storia.

IL SOGNATOIO Opera Sperimentale in 9 Scene di Ludovico Peroni; Interpreti: QROrchestra, Filippo Davoli (Voce), José Daniel Cirigliano (clarinetto); Etichetta discografica: Da Vinci Classics, Osaka – Japan

Link al disco: https://davinci-edition.com/product…

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