Gazza e Totti

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In un autunno in cui si è parlato molto di idoli del calcio non foss’altro per la scomparsa a poche settimane di distanza di Diego Armando Maradona (http://www.close-up.it/diego-armand…) e di Paolo Rossi (http://www.close-up.it/omaggio-a-pa…), Sky Amazon Prime hanno nell’arco di qualche tempo messo in programmazione due documentari che più diversi non potrebbero essere, quello di Alex Infascelli su Francesco Totti, intitolato Mi chiamo Francesco Totti , presentato anche alla Festa del Cinema di Roma in ottobre e quello di Jane Preston su Paul Gascoigne, intitolato semplicemente Gascoigne , un’opera in realtà risalente a cinque anni fa ma che solo oggi, per chissà quali ragioni, è stato doppiata e distribuita. In comune i due film hanno la caratteristica di essere due – chiamiamole – (auto)-biografie autorizzate o per restare al cinema due biopic nei quali la presenza nell’un caso in video nell’altro quasi solo come voce dei biografati rappresenta il principale elemento di autentificazione, al netto della messe di materiale documentario a cui entrambi i film comunque attingono. Nel caso di Totti, si tratta addirittura del film tratto da un libro che il calciatore ha scritto in collaborazione con il giornalista sportivo Paolo Condò, intitolato Un capitano , uscito nel 2018. Dopodiché, come detto, le storie non potrebbero essere più diverse, la drammaturgia non potrebbe essere più differente. In un caso le altalenanti vicende contengono un potenziale drammaturgico enorme, di cui diremo fra un attimo. Nell’altro, nel caso di Totti – fatte salve le ultimissime sequenze con Spalletti nella parte del Villain – siamo in presenza invece di una vicenda mirabile, di una storia di successo senza clamorosi colpi di scena, se non positivi – e anche di questo parleremo più avanti. E dire che, di nuovo, il punto di partenza per certi aspetti era simile…

Che la storia di Paul Gascoigne, stella calcistica inglese degli anni ’90, nato nel 1967 in un sobborgo di Newcastle, possieda tutte le caratteristiche necessarie per dar vita a un dramma non lo scopriamo adesso. Con la sola eccezione di tre ulteriori intervistati (l’allenatore José Mourinho, e i calciatori Gary Lineker, di cui è stato compagno di squadra nel Tottenham prima e poi in Nazionale, e Wayne Rooney, cresciuto nelle giovanili dell’Everton, squadra in cui Gascoigne militò sul finire della carriera, per Rooney Paul è stato ed è semplicemente un mito) il film si basa tutto sull’alternanza di materiale d’archivio e la confessione dello stesso Gascoigne, vestito con camicia azzurro-grigia, un elegante completo blu, i capelli radi all’indietro, una barba con pizzetto grigiastro e per chi lo conosceva bene un volto insolitamente magro e incavato, nel quale sono iscritte tutte le drammatiche vicende da lui attraversate, un volto su cui la macchina da presa a lungo indugia, ricorrendo non di rado al rallentatore, un espediente retorico forse un po’ troppo abusato in questo film. Vicende che possono essere riassunte con alcune trite metafore da luna-park quali montagne russe oppure ottovolante.

La nascita della stella calcistica sembra essere presa di peso da un film del free cinema inglese o per arrivare più vicini ai giorni nostri da un film di Ken Loach (che del resto al calcio ebbe a dedicare nel 2009 Looking for Eric con Eric Cantona, calciatore francese ma attivo in Inghilterra più o meno negli stessi anni di Gascoigne e controverso quanto lui): il ragazzo che proviene da una famiglia proletaria o addirittura sottoproletaria (tutta confinata in un monolocale) e che trova il riscatto attraverso il calcio, esordendo nella Premier League proprio nella squadra della sua città natale, Newcastle appunto. A Star is Born. Ma già qui si preannunciano le anomalie, basti pensare al fisico costantemente sovrappeso. Dai racconti di Gazza, il soprannome con cui tutti lo conoscono, si capisce anche che da ragazzino ha subito un trauma legato all’incidente mortale del fratellino di un compagno di scuola, che gli era stato temporaneamente affidato.

La prima parte del film è, tuttavia, sicuramente ascendente, il costosissimo passaggio al Tottenham, fino ad allora il più costoso, l’esordio in Nazionale, i mondiali del 90, le notti magiche in cui l’Inghilterra raggiunse la semifinale al pari dell’Italia, entrambe le squadre sconfitte ai rigori, gli inglesi dalla Germania Ovest (il muro era caduto ma la Riunificazione sarebbe stata sancita solo nell’ottobre del 1990) e l’Italia, invece, dall’Argentina di Maradona. Anche se gli inglesi avessero vinto ai rigori, Gascoigne quella finale non l’avrebbe potuta nemmeno disputare perché contro i tedeschi si era beccato la seconda ammonizione e dunque sarebbe stato squalificato. Le sue lacrime resteranno nella memoria collettiva, come anche i festeggiamenti con cui la nazionale venne riaccolta in patria quasi che gli inglesi quel mondiale l’avessero davvero vinto. E gli striscioni inneggiavano tutti a Gazza, eccessivo anche nel modo di festeggiare con sovrammessa la maschera di cartapesta di un corpo nudo femminile. Gli anni ’90 saranno invece segnati da due orribili incidenti, da morti e resurrezioni, con il momento più drammatico di tutti: Tottenham in finale di FA Cup e Gascoigne si rompe il ginocchio, ciò che lo terrà fuori dai campi di gioco per quasi un anno, l’anno in cui inizierà il progressivo, ma non definitivo declino, che culminerà con abuso di alcool, problemi psichiatrici e un’autentica vessazione da parte della stampa e addirittura da parte di stalker, una vicenda protrattasi per anni e solo di recente il tribunale ha dato ragione a Gazza. Insomma una serie di vicissitudini altamente drammatiche dalle quali, stando al documentario dal carattere forse in parte catartico, sembrerebbe, fino a prova contraria, essersi ripreso.

Niente di tutto questo nel documentario su Totti, eroe normale, normalissimo, bravo figliolo, con gli amici di sempre e il fratello devoto, marito e padre esemplare. Il film si regge su una struttura a cornice, dunque retrospettiva, a partire da quel giorno del maggio del 2017 in cui il Capitano dà l’addio al calcio, le immagini lasciano dunque pensare che il progetto era già stato concepito ex ante. Al riguardo, ovvero la medializzazione della vita di Totti, colpisce la quantità spaventosa di materiale video, fin dagli anni del giovanissimo Totti, a cui il regista ha potuto attingere. È soprattutto Riccardo Totti, il fratello di Francesco, che ha accompagnato la carriera vertiginosa con costanti riprese video. Una carriera praticamente senza eguali: il ragazzino talentuoso tifoso della Roma, la famiglia protettiva, l’esordio, giovanissimo, nella sua squadra, di cui diviene prestissimo il Capitano, una bandiera, gli allenatori (Mazzone, Zeman, il primo Spalletti che se lo coccolano), la Nazionale, lo Scudetto del 2001, il Mondiale del 2006, la Scarpa d’Oro, la fedeltà perenne alla “Magica” anche a fronte di tentazioni da parte dei maggiori club del mondo – e poi le meraviglie della vita famigliare con Ilary e i bambini. Vi è stato sì qualche “incidente” certo ma nulla di paragonabile a quanto accaduto a Gazza – o comunque il film gli incidenti non li racconta, o ne racconta solo uno, quello che ha messo a repentaglio i mondiali del 2006, ma che poi grazie alla tenacia del capitano venne brillantemente superato facendo di Totti uno degli eroi di Berlino. Solo en passant per esempio viene citato l’episodio dell’Europeo del 2004, quando Totti sputò al danese Poulsen prendendosi con la prova video tre giornate di squalifica, ciò che in parte contribuì all’eliminazione già ai gironi dell’Italia (con il celebre biscotto fra Svezia e Danimarca). Tutto il dramma, se vogliamo chiamarlo così, si concentra nella parte finale: la lite con Spalletti, il Villain, che ritorna allenatore della Roma e lo marginalizza (ma Totti nei pochi minuti che il mister gli concede fa miracoli) e poi l’abbandono, in cui fra le riprese al rallentatore, la colonna sonora (Baglioni e Anima Christi), immagini patinate di Roma e i primi piani, Infascelli sorrentineggia e costruisce una narrazione quasi cristologica, una passione che diventa quasi una Passione. Piace del film su Totti l’idea che Totti stesso sia protagonista, sceneggiatore e anche regista, quando per esempio, come idealmente seduto alla consolle del montaggio, decide dove fissare il fermo immagine e tornare indietro oppure quando alla fine guarda in macchina e ricorda quanto tempo è passato da quando è iniziata la sua fulgida carriera. Ma quel tempo è passato anche per noi.

E sia il documentario su Gascoigne che quello su Totti funzionano perché sanno raccontarci in qualche misura del nostro tempo e attraverso le loro vite speciali/normali ci raccontano di noi, delle nostre vite e delle nostre passioni. Per chi scrive: di quella volta che dopo anni di militanza alla Fiorentina vincendo poco o niente, Gabriel Batistuta passò alla Roma formando con Totti una formidabile accoppiata: 20 goal Batistuta, 13 Totti (e 13 anche Montella) vincendo, appunto, lo scudetto. E passi. Ma quando il 26 novembre del 2000 Batistuta all’83esimo segna il goal dell’1-0 contro la Fiorentina il (mio) mondo si è fermato. E quella scena, vedendo Mi chiamo Francesco Totti , me la sono dovuta rivedere.


Gascoigne – Regia e sceneggiatura: Jane Preston; fotografia:Patrick Smith; montaggio: Olivia Baldwin interpreti: Paul Gascoigne, José Mourinho, Gary Lineker, Wayne Rooney; produzione: entertainment one, Salon distribuzione: 102 Distribution, Samarcanda Film; origine: Inghilterra 2015; durata:118’.

Mi chiamo Francesco Totti – Regia: Alex Infascelli sceneggiatura: Alex Infascelli , Vincenzo Scuccimarra; fotografia: Marco Graziaplena; montaggio: Alex Infascelli, Emanuele Svezia; interpreti: Francesco Tottiproduzione: The Apartment, Wildside, origine: Italia 2020; durata: 101’.

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