Sei puntate per un totale di circa 260 minuti, che sono davvero tanti, quasi quattro ore e mezzo, tanto dura la miniserie Inganno, regia di Pappi Corsicato (1960), quattro sceneggiatrici, la più celebre delle quali è Teresa Ciabatti (1972), scrittrice toscana, finalista al Premio Strega nel 2017 (con La più amata), nell’anno in cui vinse Paolo Cognetti con Le otto montagne. Protagonista assoluta: la brava, a tratti un po’ troppo teatrale, Monica Guerritore (1958) che interpreta una signora benestante di nome Gabriella, neo-sessantenne, proprietaria di un albergo sulla Costiera Amalfitana con vista mozzafiato, che si innamora, a quanto sembra ricambiata, di un personaggio a dir poco controverso, ambiguo, laconico e bugiardo, tal Elia Marini (figura di origine italo-americana), interpretato da Giacomo Gianniotti (1989), attore italo-canadese. Gli altri personaggi si contano sulle dita di una mano, poco più. Cominciamo con i tre figli di Gabriella, di cui due adulti: il tormentatissimo Stefano (Emanuel Caserio), un avvocato sposato con figlia ma con un’identità sessuale non proprio sicura, la tormentatissima Giulia (Dharma Mangia Woods), di professione influencer, e un adolescente, l’altrettanto tormentato, Nico (Francesco Del Gaudio), anche lui con un’identità sessuale in via di definizione. Poi c’è l’ex marito di Gabriella, nonché padre dei tre figli Mario (Geppy Gleijeses), che possiamo, senza tema di smentite, definire un grandissimo stronzo, e Marina la ex di Elia, interpretata da Denise Capezza. Un paio di personaggi minori, e basta.
Il conflitto di fondo su cui si articola la serie, che sta riscuotendo grande successo non solo in Italia ma un po’ in tutto il mondo, con tanto di dibattito sui social, è, si parva licet, più o meno riassumibile nella frase che i Bravi, su mandato di Don Rodrigo, riferiscono a Don Abbondio: “Questo matrimonio non s’ha da fare”. Portavoce principale di questa linea di condotta è il figlio Stefano che vuol proteggere la madre e ricorre a mezzi leciti e meno leciti per provare a dimostrare che Elia è un poco di buono, gli altri chi più chi meno, chi prima chi dopo gli vanno dietro. La stessa madre è troppo consapevole, è troppo intelligente per non essere attraversata dal dubbio che il belloccio Elia le stia (letteralmente) addosso perché attratto dai soldi, dal benessere e, in futuro chissà, dall’eredità e che quest’amore rischia di avere una data di scadenza molto vicina.

Quello che ho chiamato conflitto di fondo è chiaro, anzi chiarissimo dopo qualche minuto della prima puntata della serie e la sensazione dominante è che si sarebbe fatto fatica a tirare avanti fino a fare un film di un centinaio di minuti. Eppure regista e sceneggiatrici hanno deciso di dilatare la narrazione fino ai già citati 260 minuti, quindi due volte e mezzo la durata, un’operazione che non risulta in alcun momento persuasiva e che induce a un giudizio decisamente negativo su questo lavoro, clamorosamente ripetitivo, asfittico e malgrado l’ampio dispiegamento di un numero impressionante di inquadrature delle bellezze paesaggistiche della Costiera Amalfitana clamorosamente claustrofobico.
La reiterata estetizzazione delle location, con un utilizzo a dir poco stucchevole dei droni, è solo una delle strategie – che probabilmente funzionano bene anche all’estero veicolando il brand Italia – utilizzate da Corsicato & Co per provare a colmare il vuoto di scrittura, la pochezza e/o la prevedibilità di idee (non credo di essere dotato di particolari doti di chiaroveggenza ma molte, troppe volte mi sono ritrovato ad annunciare ad alta voce quel che di lì a un istante sarebbe successo). L’altra strategia è l’ammiccamento al genere erotico-thriller: la iper-sessualizzazione delle relazioni con un ricorso all’ esibizionismo dei corpi che rasenta a tratti, anche per la sua ripetitività, il ridicolo, con una quantità industriale di sesso in piscina, al mare, in vasca da bagno, lingerie, sete e cachemire, che mi ha ricordato un certo cinema molto anni ’80, tipo Fotografando Patrizia (1984) di Salvatore Samperi, guarda caso sempre con Monica Guerritore, un certo Tinto Brass oppure Spiando Marina (1992) con Debora Caprioglio. Quanto al corpo maschile di Elia: mutande, bicipiti, tartarughe e glutei, sempre però tenendosi alla larga dal nudo frontale che è e resta un tabù.

Anche la promessa di derive thriller (con tanto di pistola che, cechovianamente, presto o tardi immaginiamo andrà usata) risulta oltremodo deludente: la serie purtroppo non riesce a essere avvincente. Per finire – altra caratteristica imprescindibile, altra strategia in funzione di riempitivo per le serie Netflix – non possono mancare alcuni flash-back, volti a raccontarci come tutti ma proprio tutti i personaggi principali di Inganno, siano in fondo clamorosamente danneggiati da un qualche trauma e dunque bisognosi e meritevoli di comprensione o di empatia da parte di spettatori e spettatrici. Tutti tranne l’ex marito, quello penso che si possa dire che è e resta un grandissimo stronzo.

Se poi questa serie può contribuire ad aprire un dibattito sulla sessualità femminile post-menopausa, sui pregiudizi relativi agli amori contrassegnati dall’age gap fra una donna sessantenne e un giovanotto poco più che trentenne, va benissimo, ma perché allora non andarsi a rivedere, che so io, Harold e Maude, Il Laureato o La Pianista che durano meno e sono più originali?
Su Netflix dal 9 ottobre 2024.
Inganno – Regia: Pappi Corsicato; sceneggiatura: Teresa Ciabatti, Eleonora Ciampelli, Flaminia Gressi, Michela Straniero; interpreti: Monica Guerritore (Gabriella), Giacomo Gianniotti (Elia), Dharma Mangia Woods (Giulia), Emanuel Caserio (Stefano), Francesco Del Gaudio (Nico), Denise Capezza (Marina), Geppy Gleijeses (Mario); produzione: Cattleya; origine: Italia 2024; durata: 6 puntate (46-52 minuti) distribuzione: Netflix.
