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Meglio non si poteva concludere il ciclo. Dal 15 aprile su Netflix c’è la terza stagione di La legge di Lidia Poët, la miniserie prodotta da Matteo Rovere per Grøenlandia e dedicata alla figura dell’avvocata torinese (1845-1949) che solo il 20 novembre del 1920, a 65 anni, dopo una falsa partenza subito bruciata nel 1883 per via della burocrazia sabauda, riuscì a indossare la toga e a praticare finalmente il mestiere desiderato.
Sono sei puntate, le ultime, perché non ci sarà una quarta stagione, e vorrei dire che gli sceneggiatori Guido Iuculano e Davide Orsini, insieme a Rovere, hanno dimostrato un notevole fiuto nel fare di Lidia Poët, in una chiave di moderna reinvenzione, non filologica ma rispettosa, l’espressione di una vivace ribellione femminile, anzi proto-femminista.
All’epoca della prima stagione qualche esponente della comunità valdese, io faccio parte della “parrocchia”, ebbe a ridire sulle libertà drammaturgiche adottate: molto sbagliando, soprattutto non capendo che la serie si rivolgeva a un pubblico vasto e giovanile, completamente a digiuno sul piano storico.
In questa terza stagione gli autori hanno inserito, non ho la pretesa di pensare che sia anche un po’ merito mio, una lunga e bella tirata sul tema. Accade quando il fratello di Lidia, il deputato del Regno e severo avvocato Enrico, spiega al potente ministro Zanardelli, preoccupato che un rischioso processo possa finire male, quanto segue: «Siamo valdesi, sono 700 anni che cercano di convertirci, ci hanno scomunicato, processato e mandati al rogo. E niente da fare! Siamo gente testarda, non riusciamo proprio a fare qualcosa contro la nostra coscienza».

Secondo un canone classico della serialità televisiva, i sei episodi, di circa 50 minuti l’uno, custodiscono una storia orizzontale che li attraversa tutti e vari casi verticali, ciascuno racchiuso in una puntata. Poi c’è l’amore che complica le cose.
La prima riguarda il processo a Grazia Fontana, l’amica di gioventù di Lidia, scappata dal marito militare violento e vizioso, al punto da doverlo uccidere con un fermacarte, proprio in casa Poët, per non finire strozzata. Tutto è contro Grazia: la cultura giuridica del tempo, il presidente del tribunale, la giuria di soli maschi anziani, le prove apparenti; ma Lidia, pur sentendosi tradita dall’amica, e capirete perché, riuscirà col fratello Emilio e l’amico giornalista Jacopo a scoprire il marcio nascosto dietro quella vicenda a un passo dal “femminicidio”.
I casi di puntata, invece, pescano perlopiù nel milieu proletario e marginale, parlando di acrobate da circo, bambini sfruttati negli opifici, pugili a mani nude vittime delle scommesse, ma anche di un pittore omosessuale oggetto di pubblica esecrazione e di un medico onesto accusato di aver ucciso la sorella
Musica rock sui titoli di testa, costumi femminili fantasiosi, qualche rara scena di nudo, esterni poco rigorosi, linguaggio contemporaneo (Lidia spesso si fa sfuggire «Oh cazzo!»), La legge di Lidia Poët non cerca la verosimiglianza, non solo per una questione di budget, semmai di taglio espressivo; ma il messaggio arriva forte e chiaro: quell’avvocata di origine alto borghese, indocile e mal sopportata a Torino, riuscì a sbriciolare molti pregiudizi sulle donne e a prefigurare un futuro di parità tra sessi. Non a caso la serie termina con la dylaniana “The Times They Are A-Changin’” cantata da una donna.
Matilda De Angelis si conferma, a mio parere, una delle più brave e versatili attrici del cinema italiano, anche per la grazia con la quale indossa cappellini, abiti ingombranti e crinoline; ma funzionano bene, nella prospettiva pop cercata, tutti gli altri: da Eduardo Scarpetta a Pier Luigi Pasino, da Gianmarco Saurino a Liliana Bottone, da Sara Lazzaro a Ninni Bruschetta.
I tre registi impegnati sono Letizia Lamartire, Jacopo Bonvicini e Pippo Mezzapesa, i quali firmano due episodi a testa; i miei complimenti personali vanno al costumista Stefano Ciammitti che s’è divertito a inventare i mirabolanti abiti della protagonista.
Dal 15 aprile su Netflix.
