L’abbaglio di Roberto Andò

«È la storia di un illuso e di due disillusi». Chiaro, sintetico, efficace. Così il siciliano Roberto Andò riassume il senso di L’abbaglio, nelle sale da giovedì 16 gennaio in circa 500 copie (producono Rai Cinema, Medusa e BiBi Film di nuovo consorziate dopo La stranezza). Squadra che vince non si cambia, dice l’adagio, così Andò ha rimesso insieme l’équipe del suo precedente film, facendo fare all’azione un salto indietro di sessant’anni: dal maggio del 1921, quando andò in scena per la prima volta il pirandelliano Sei personaggi in cerca d’autore, al maggio del 1860, quando i Mille sbarcarono a Marsala per prendersi la Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II.
Chi è l’illuso? Il militare di carriera Vincenzo Giordano Orsini, davvero esistito, un siciliano colto e aristocratico, scettico al punto giusto, che sostenne attivamente, combattendo sul campo, l’impresa di Garibaldi. I due disillusi, in buona misura inventati, sono invece il contadino Domenico Tricò, emigrato al nord, e Rosario Spitale, un baro e illusionista che si finge veneto. Tutti e tre siciliani, ma di diversa estrazione, rispettivamente incarnati da Toni Servillo, Salvo Ficarra e Valentino Picone. Insieme danno vita a una sorta di triangolazione, psicologica e politica, dalla quale scaturisce la lezione storica del film, il cui titolo viene da una battuta che echeggia nel finale.
Muovendosi tra lo Stendhal di La certosa di Parma e lo Sciascia del racconto Il silenzio, Andò costruisce un cine-racconto epico e picaresco, affollato di comparse, battaglie, costumi, effetti speciali. Credo che “L’abbaglio sia costato 18 milioni di euro, ma si vedono tutti, a differenza di alcuni costosi film italiani usciti più o meno di recente. Se La stranezza incassò oltre 5 milioni e mezzo di euro, L’abbaglio, per l’argomento trattato, punta a qualcosa di più, e spero che il pubblico plaudente di Diamanti si faccia tentare da questo viaggio atipico, anche spettacolare e non agiografico, dentro una pagina centrale del Risorgimento italiano.
Salvatore Ficarra e Valentino Picone
Naturalmente viene da pensare ai due antieroi Jacovacci e Busacca di La grande guerra di Mario Monicelli in merito all’indole di Tricò e Spitale. Arruolatisi tra i garibaldini a Quarto, i due siciliani poco sentono l’urgenza ideale dei loro commilitoni venuti da ogni parte d’Italia per liberare la Sicilia dai Borbone. La camicia rossa è solo un pretesto per tornare a casa: infatti, appena sbarcati sulla spiaggia tra qualche palla di cannone, si danno alla macchia, disertando senza vergogna.
Il copione, scritto dal regista insieme a Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, li fa vivere situazioni buffe, quasi boccaccesche (c’è di mezzo un convento di suore con qualche bella fanciulla), tra denari scomparsi e incontri inattesi; in parallelo assistiamo alle prime vittorie garibaldine, ma anche alla missione diversiva che Garibaldi affida a Orsini nella speranza di poter conquistare più facilmente Palermo (avverrà tra il 27 e il 30 maggio).
«Con quello che ci aspetta anche due impostori possono essere utili» teorizza Orsini prima di sbarcare in Sicilia, riferendosi a Tricò e Spitale. E ripeterà quasi la stessa frase, parlando stavolta di «due vigliacchi», quando la situazione si fa difficile dalle parti di Corleone. Già perché i due disertori nel frattempo sono stato beccati e inseriti a forza nella manovra quasi suicida che ricade su una scalcinata compagnia di morituri. E a quel punto succederà qualcosa di miracoloso…
Lungo più di due ore e ben fotografato da Maurizio Calvesi, L’abbaglio, nel suo mix di tragedia e comicità, è trapunto di osservazioni non peregrine attorno a quelle gloriose giornate garibaldine: la ferocia dell’esercito borbonico guidato dal generale svizzero Giovan Luca von Mechel, il crescente peso della mafia, la corruzione strisciante, l’affievolirsi dell’idea risorgimentale, i compromessi che ne scaturiranno, un certo revisionismo teso a rivalutare il ruolo dei Borbone… Non a caso, una delle battute cruciali del film, detta da un ormai scettico Orsini, recita: «Stiamo andando incontro a un’epoca in cui a fare opinione saranno gli imbonitori». Si parla di Dumas, che fu tra gli apologeti di Garibaldi, ma come non pensare a una certa pratica diffusa nell’Italia odierna?
Tommaso Ragno alias Garibaldi
Una coda ambientata vent’anni dopo, nella Palermo del 1880, sigla una specie di controcanto ironico alle gesta eroiche del maggio 1860, e naturalmente non rivelerò che cosa accade; ma certo Andò, alla sua maniera, suggerisce quanto degradabile sia il sogno rivoluzionario e al tempo inafferrabile, imperscrutabile, l’animo umano.
Dei tre protagonisti, in ottima forma, s’è detto, ma tutto il cast mi pare scelto con cura, a partire dai ruoli minori e dalle facce delle comparse. In particolare un quasi irriconoscibile Tommaso Ragno dà vita a un Garibaldi, in poncho, roso dai dubbi e consapevole dei rischi, mentre Leonardo Maltese, Giulia Andò (figlia) e Pascal Greggory incarnano il giovane ufficiale vicentino, la suorina dalla fragile vocazione e il sanguinario generale dell’esercito reale.
Siccome sono pignolo sul piano dei dettagli, non stona affatto che il colonnello Orsini tenga nella cintura una Colt Dragoon modello 1848, quella che di solito vediamo nei film sulla Guerra civile americana. Garibaldi riuscì a ottenerne una sessantina, comprandole a Londra, per i suoi ufficiali.

In sala dal 16 gennaio 2025


L’abbaglio – Regia: Roberto Andò; sceneggiatura: Roberto Andò, Ugo Chiti, Massimo Gaudioso; fotografia: Maurizio Calvesi; montaggio: Esmeralda Calabria; musica: Michele Braga, Emanuele Bossi; scenografia: Giada Calabria; interpreti: Toni Servillo, Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Tommaso Ragno, Giulia Andò, Pascal Greggory, Leonardo Maltese, Andrea Gherpelli, Daniele Gonciaruk, Giulia Lazzarini, Vincenzo Pirrotta, Filippo Luna, Clara Ponsot, Aurora Quattrocchi, Rosario Lisma, Giovanni Anzaldo, Claudio Collovà, Federico Pasquali, Matteo Bianchi, David Meden; produzione: Angelo Barbagallo, Attilio De Razza per BiBi Film, Tramp Limited, Rai Cinema, Medusa Film, con il contributo del Ministero della Cultura, con il sostegno di Sicilia Film Commission; origine: Italia, 2024; durata: 131 minuti; Distribuzione: 01 Distribution.


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