MoliseCinema 19° Edizione (Casacalenda 3-8 agosto 2021)

 

Giunto alla diciannovesima edizione, anche quest’anno MoliseCinema ha raggiunto un alto tasso di partecipazione e ha sfidato tutte le misure di sicurezza, rispettandole pedissequamente.  Si è confermato lo staff degli anni passati con alla guida il direttore artistico e fondatore del festival Federico Pommier, insieme alla squadra che si compone di personale impegnato già in altre iniziative e/o organizzazioni di rilievo: Raffaele Rivieccio (critico cinematografico), Veronica Flora (co-selezionatrice del Medfilmfestival) e Giacomo Ravesi (Ricercatore per l’Università di Roma Tre).

Ad accompagnare la rassegna come da alcuni anni la biografia di un attore o attrice: questa volta abbiamo avuto Jasmine Trinca, (preceduta in passato da Elio Germano, Alba Rohrwacher e Pierfrancesco Favino), scelta come protagonista tra gli eventi speciali con l’incontro/intervista e la presentazione dell’omonimo libro Uno sguardo altro, a cura di Federico Pedroni e Federico Pommier Vincelli.

La novità di quest’anno è stata la possibilità di vedere i film e gli eventi del concorso anche in streaming sul portale MYmovies, un ulteriore momento importante per la diffusione del festival a più livelli ricettivi sia di critica che di pubblico. E come sempre il Festival ha sviluppato un nutrito programma per le tre sezioni in concorso: Frontiere, Percorsi e Paesi in Corto.

Per la sezione “Paesi in corto. Cortometraggi internazionali”, la giuria composta dal regista e attore iraniano Babak Karimi, dal regista corso Rinatu Frassati e dalla produttrice Pilar Saavedra Perrotta ha decretato il vincitore del miglior cortometraggio internazionale è stato lo svedese Badaren/Swimmer di Jonatan Etzler presentato in anteprima italiana. Con la motivazione  “per la capacità di raccontare il disagio e l’alienazione del protagonista attraverso una sapiente combinazione di ironia e sarcasmo, mettendo a nudo tutte le fragilità dell’essere umano e utilizzando l’unità di luogo come perfetta leva drammaturgica. Il risultato della messa in scena diventa una sorta di teatro dell’assurdo che ha come protagonista l’eccellente Pontus Liedberg imprigionato in un vortice tragico e insieme compassionevole, drammatico e al contempo straziantemente divertente, il tutto in una cornice estetica impeccabile”. 

Miglior documentario. Premio Giuseppe Folchi  è andato a Un giorno la notte di Michele Aiello e Michele Castani, premio assegnato da una Giuria composta dai registi Maura Delpero (già premiata come miglior lungometraggio con il suo lavoro Maternal) e Davide Maldi, e dal professore e saggista Christian Uva: perché riesce a scardinare la retorica della narrazione convenzionale sull’immigrazione, adottando tanto un punto di vista interno denso di implicazioni emotive, quanto uno sguardo registico delicato e orizzontale. Le potenzialità comunitarie dello sport diventano elemento drammaturgico essenziale per un racconto capace di tenere insieme il particolare e l’universale e accompagnare il protagonista in un percorso di maturazione in una prima accettazione dei limiti della propria malattia”. 

Il documentario colpisce per lo stile e l’originale plot, che rende la malattia il mezzo attraverso il quale il protagonista porta a compimento la propria identità.

Miglior corto italiano – The Nightwalk di Adriano Valerio: per aver scelto di raccontare una realtà complessa e misteriosa, con uno sguardo onesto e privo di trucchi, soffermandosi su quello che accade dietro, piuttosto che davanti agli occhi del protagonista. L’autore dà così vita ad u linguaggio originale, maturo e coerente dall’inizio alla fine del film, al servizio di una narrazione che riecheggia nelle nostre vite, creando ponti emotivi con lo spettatore, per ricordarci che non siamo soli con i disagi che stiamo vivendo. 

Il Premio del pubblico dei lungometraggi è andato, a  Est – Dittatura last minute  di Antonio Pisu, che oltre alla candidatura ai Nastri d’Argento, è stato premiato, tra gli altri, al New York Int Film e all’ Istanbul Film Festival. Mentre quello ai cortometraggi a Come a Mìcono di Alessandro Prozio.

Due menzioni speciali per gli interpreti dei film: Carmelo Macrì per Accamòra di Emanuela Muzzupappa e Brigitte Roüan per Hizia di Chabname Zariab.  Altra menzione speciale è stata assegnata al bellissimo documentario di Duccio Chiarini, L’occhio di vetro con la motivazione: “perché accompagna lo spettatore in un viaggio intimo indietro nel tempo, aprendo il baule dei ricordi del regista e scavando nelle ombre dei non detti della sua famiglia. Ha il merito di farlo raccontando con coraggio eventi, di un passato meno glorioso di altri. Il documentario diventa documento, grazie anche al sapiente uso dell’archivio, e dialoga con il presente e con la nostra coscienza conciliando efficacemente Storia e microstoria”. Dobbiamo aggiungere, da parte nostro, che il doc. di Chiarini è un commovente affresco della storia della sua famiglia divisa dagli ideali comunisti e fascisti, incomprensibili nella parte mussoliniana al regista, che però riesce a riunire in una visione familiare e d’amore tutti gli eventi nonostante le differenze.

Tra le opere più interessanti  proiettate a Casacalenda, vorremmo ancora segnale: Fortuna (Paesi in Lungo. Concorso Lungometraggi) di Nicolangelo Gelmini, distopica storia di abuso sui minori e, nella stessa sezione, Regina di Alessandro Grande. Tra i cortometraggi italiani possiamo ricordare Il Gioco dell’attore qui passato dietro la macchina da presa, Alessandro Haber in cui troviamo, seduti al tavolo di una cucina, un uomo (Vinicio Marchioni) e una bambina interpretata da Alice Di Demetrio. Non sappiamo chi siano né perché siano lì. I toni leggeri della conversazione si trasformano via via in qualcosa di tragicamente diverso, quando la bambina parlando di uno strano “gioco della felicità”, cui “lui” l’avrebbe sottoposta, giunge ad una rivelazione scioccante.

In conclusione, MoliseCinema ha confermato, anche questo anno, la sua ormai solida statura di festival nazionale, dalle mille risorse e da sezioni sempre più raffinate e nutrite, abbinando tutto sempre a una location che non fa perdere la matrice locale e le tinte quasi bucoliche.

 

 

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