Regina

  • Voto
2.5

Dopo alcuni fortunati corti, al suo debutto in questo lungometraggio (che era stato presentato in Concorso al Festival di Torino dell’anno scorso) non sembra che il regista catanzarese Alessandro Grande abbia centrato in pieno il suo obbiettivo: la storia di Regina (Ginevra Francesconi), aspirante cantante di appena quindici anni, e di suo padre Luigi (Francesco Montanari), un eterno Peter Pan, ci è apparsa sostanzialmente come una bozza ancora incompiuta.

Sappiamo dalle prime battute del film che la madre della giovane protagonista è morta, sappiamo che figlia e papà-fanciullo vivono in un microcosmo inossidabile, inaccessibile nella propria isolata beatitudine, nella fredda Calabria della Sila e dei suoi laghi – un’idea che se ci riporta, mutatis mutandis, ai non-luoghi inscenati da Sofia Coppola nel suo Somewhere. Le giornate si susseguono fra scuola, audizioni, lavoro e qualche gita fuori porta. La cinepresa troppo frettolosa di Regina , tuttavia, non ci lascia il tempo necessario per abituare il nostro sguardo a questa già di per sé fin troppo sfuggente routine: così, all’improvviso veniamo catapultati nella tragedia. L’effetto risulta caotico, la fisionomia appena accennata degli avvenimenti non ci permette di metabolizzare ciò che accade sullo schermo. Ogni disgrazia potrebbe essere evitata, ogni dramma degno di chiamarsi tale si traduce in un incidente che nessuno avrebbe potuto prevedere (chissà secondo quale assioma): e così, durante un innocuo giro in barca, i due travolgono e uccidono inavvertitamente un sub. L’istinto suggerisce la fuga, il timore delle conseguenze la premeditazione di un alibi, la consapevolezza finale la redenzione. La parabola discendente – e ascendente – affrontata dalla protagonista nel corso dell’intero film si riduce ad un ottovolante emotivo vagamente scontato, eppure indispensabile al raggiungimento della meta conclusiva. Al termine del sofferto viaggio, la ragazza entrerà nell’età adulta, trascinando con sé il reticente genitore.

Eppure, questa sorta di Bildungsroman incompiuto non funziona del tutto come dovrebbe: malgrado i suggestivi paesaggi i personaggi sfuggono continuamente alle intenzioni dell’autore, Regina e Luigi si sovrappongono e sembrano quasi l’uno il figliol prodigo dell’altro. Perseguitata da un senso di responsabilità divenuto ormai ingestibile, incompresa dal padre che vorrebbe soltanto farla franca, la quindicenne scappa di casa per trasferirsi in quella della sua vittima. C’è da chiedersi come mai nessuno se ne accorga, ma in fondo non ci interessa più di tanto, in quanto il linguaggio utilizzato da Grande vorrebbe diventare metaforico. I fili intessuti reggono solo fino ad un certo istante, salvo poi squamarsi in una successione di trame secondarie, racconti marginali, figure che entrano ed escono dal palcoscenico del film senza mai davvero presentarsi al pubblico in sala.

È lecito domandarsi chi sia, ad esempio, la compagna di Luigi e perché Regina non ne sopporti nemmeno la vista. Così come meriteremmo una spiegazione davanti all’enorme caos creato dai creditori del defunto sub (molto probabilmente membri della ‘ndrangheta) il quale, a quanto si evince, passava le giornate raccogliendo illegalmente reperti archeologici sul fondo del lago. E così il racconto si fa via via sempre più farraginoso: quando la protagonista sparisce nel nulla, nessuno sembra davvero preoccupato di fronte alla sua (inspiegabile?) assenza. Le amiche continuano a mandarle messaggi vocali su Whatsapp (i teenager, si sa, vivono attraverso lo smartphone), a scuola nessuno nota niente, nessuno si insospettisce e il premuroso babbo pare più preoccupato di non finire in galera che non del destino dell’adorata figlia. Insomma, per accettare questa serie di sfortunati eventi dobbiamo obbligatoriamente alzare il nostro livello di sospensione dell’incredulità.

L’intenzione – tanto ammirevole quanto troppo ambiziosa – di Alessandro Grande è quella di tradurre l’assenza in immagini, abbandonando la parola per ricomporne le fondamenta. L’effetto raggiunto, però, incespica fra il film di genere e il ricordo evanescente di uno strano sogno: i personaggi svolazzano come figurine di carta, la polizia dorme in piedi, i ragazzini parlano e si muovono in modo scoordinato e goffo. Inoltre, questa Calabria stralunata e apparentemente normale avrebbe acquisito più fascino senza il risvolto della solita storia di mafia. Perché accennare scenari da Gomorra quando non se ne sente alcun bisogno? Ma è specialmente il motivo centrale a rimanere intangibile: l’impressione è di restare ancorati allo stesso punto, e che il sipario si chiuda sul medesimo paesaggio in cui, un’ora e mezza prima, si era aperto. Peccato.

In programmazione da giovedì 27 maggio.

Regina – Regia: Alessandro Grande; sceneggiatura: Alessandro Grande, Mariano Di Nardo; fotografia: Francesco Di Pierro; montaggio: Annalisa Forgione; interpreti: Francesco Montanari (Luigi), Ginevra Francesconi (Regina), Barbara Giordano, Max Mazzotta; produzione: Bianca Film, Rai Cinema, in associazione con Asmara Films; origine: Italia 2020; durata: 82’; distribuzione: Adler Entertainment.

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