La ferrovia sotterranea (Miniserie)

  • Voto

Il grande nulla

Il treno è un’invenzione meravigliosa: mezzo di trasporto veloce, a suo modo in grado di rallentare e servire ai passeggeri una porzione di tempo all’apparenza morto, tuttavia ideale per un viaggio riflessivo e ristoratore – un viaggio “lento” -, fisico e mentale. Quasi spirituale. Un mezzo di trasporto di massa, per le masse, che segue una e un’unica direzione: un treno procede solo in avanti, lungo binari prestabiliti; così come il tempo che non ammette (non dovrebbe…) inversioni di marcia, il treno è metafora ingegneristica per eccellenza del mondo moderno, di civilizzazione, di progresso. È la storia che ce lo dice…

…e lungo i binari della storia, prima di un progresso civile e sociale tanto agognato, c’era la schiavitù. Ci riflette Barry Jenkins (premio Oscar nel 2016 con Moonlight), che adatta La ferrovia sotterranea, romanzo sempre del 2016 dello scrittore e sceneggiatore americano Colson Whitehead (vincitore del Pulitzer per la narrativa), in dieci intensi, struggenti e feroci episodi.

Dramma storico e cruento romanzo di formazione, la miniserie è un monolite nero che schiaccia e squassa il cuore dello spettatore: dai campi di cotone delle infernali piantagioni della retrograda America degli Stati del sud, in cui perfino i neri tendono la mano ai bianchi e demoniaci padroni in un eterno gesto di resa anche intellettuale – esplicito e ai limiti del grottesco, ma imprescindibile per il processo critico e analitico della storia narrata il personaggio del piccolo Homer -, Jenkins muove con lentezza quasi spasmodica la macchina da presa, edulcorando una fotografia ora oscura, ora luminosa, degna di una fiaba dai tratti epici e prediligendo campi lunghi e primi piani ossessionati dal dolore dell’anima, piuttosto che da quello fisico perpetrato dalla fatica e dalle sevizie; pressante e dilatato verso lo sfinimento: ed ecco che l’occhio del regista si intromette con curiosità e piglio quasi documentaristico – e spesso indugia, purtroppo, fin troppo, producendo un effetto “ritratto di famiglia”, stucchevolmente nostalgico e lontano dalla potenza della fiction – nelle catapecchie in cui riposano gli schiavi neri, li accompagna lungo corse forsennate e, di colpo, quasi a rassicurarsene, lascia loro la giusta intimità nei rari momenti di quiete, ispirando nelle nostre menti e nei nostri cuori speranza per una vita non migliore, ma soltanto  normale, sicuramente straordinaria nella sua fuga dall’atrocità.

 

 

Il treno e la ferrovia esistono sullo schermo, ma sono chiaramente una metafora. Quel progresso desiderato, quel lungo e lento moto sociale in grado di lasciarsi alle spalle la schiavitù e il disprezzo dell’uomo bianco non può ancora rivelarsi in superficie; in superficie c’è posto solo per l’inferno – e qui la catabasi è letteralmente capovolta, straordinario gioco narrativo speculare! – e per l’insensato e ingiustificato rigetto di altre individualità – non solo i neri, perfino gli irlandesi vengono relegati ai margini, al pari di reietti condannati agli estremi della società. Di una società, ci tiene a ribadire Jenkins, stavolta sì, usurpatrice di una terra sottratta col sangue e il piombo; una società che ha però dimenticato il giusto tragitto del Grande Spirito, traviato e orribilmente deformato in una coscienza collettiva incancrenita da un inspiegabile terrore atavico (paura di chi?!), incarnato dal mefistofelico Ridgeway di un Joel Edgerton inesorabile e maledetto.

Così, nella fuga di Cora verso la salvezza, spinta dagli orrori del presente e dai fantasmi di un passato in cui nemmeno sua madre ha saputo adempiere al ruolo accettato e desiderato di genitore-custode, Cora stessa diventa custode-genitore, fonte vitale per nuove generazioni, semi pronti a sbocciare, in un finale che chiude con maestria e dolce sentore di speranza un viaggio nei meandri più oscuri dell’America, in direzione di un purgatorio che, considerati gli ultimi tragici fatti di cronaca avvenuti negli USA oggigiorno, lascia ancora aleggiare repellenti residui dei miasmi dell’America prosperata sopra la ferrovia sotterranea. Per la salvezza dell’uomo non c’è bisogno dell’aiuto di alcun Grande Spirito, solo del volere dell’uomo. E perchè l’uomo odi se stesso, non lo capiremo mai.


The Underground Railroad –  genere: drammatico, storico; showrunner: Barry Jenkins; stagioni: 1 (miniserie); episodi miniserie: 10; interpreti principali: Thuso Mbedu, Chase W. Dillon, Aaron Pierre, Joel Edgerton, William Jackson Harper, Sheila Atim; produzione: Amazon Studios, Big Indie Pictures, PASTEL, Plan B Entertainment; network: Amazon Prime Video (14 maggio 2021); origine: U.S.A., 2021; durata: 20’-75; episodio cult: 1×05 – Tennesse – Exodus (1×05 – Tennesse – Exodus), 1×10 – Mable (1×10 – Mable)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *