La Mesías. Voto ****(*). Cinque ragazze che cantano inni evangelici su beat elettronici, una madre che si proclama inviata di Dio, due fratelli che portano i segni di una violenza ancora viva sotto la superficie. Con questa serie in sette episodi, gli spagnoli Javier Calvo e Javier Ambrossi si spingono oltre e realizzano il loro capolavoro.
C’è un lato oscuro nella devozione religiosa che viene troppo spesso ignorato o negato. Come mezzo per indurre le persone a essere crudeli o disumane — come mezzo per incitare al male, per mutuare il vocabolario dei devoti — potrebbe non esserci forza più potente della religione. (Jon Krakauer)
Due fratelli, Eric ed Irene, dall’esistenza traumatizzata e anestetizzata, a causa di qualcosa che accadde loro molti anni prima.
Cinque ragazze diventate un fenomeno su Internet con i loro canti evangelici, rimasticati da beat elettronici ed accompagnati da videoclip che utilizzano trovate visive bizzarre e psichedeliche.
Il culto, la fede, l’esaltazione, l’allucinazione, la minaccia, la violenza.
Puntata dopo puntata, La Mesías scorre cupa ed intensissima. Girata magnificamente, volta a restituire lo stridore e la violenza psicologica di uno straziante abuso familiare. Ben miscelata da ogni nuovo episodio, la storia offre rivelazioni sempre più terrificanti; diviene ben presto impossibile abbandonare questo viaggio nelle profondità della turpitudine umana.
Eric ed Irene non vogliono saperne nulla di quelle cinque ragazze che cantano, sanno chi c’è dietro a quell’operazione e a cosa sono sfuggiti. Sanno anche, però, che c’è un sospeso, un nodo da sciogliere, e che qualcuno li sta cercando.
Bisogna dunque fare luce sul loro passato: la loro madre era un personaggio instabile, li trascurava, non riusciva a tenersi un lavoro, faceva baldoria e si prostituiva. I tentativi della zia di garantire loro un’educazione scolastica falliscono miseramente, e tutto precipita quando uno strano individuo, un pastore, comincia a gravitare nell’orbita della madre.
A questo punto la vita domestica perde ogni parvenza di normalità e assume i contorni grotteschi di una setta con regole castranti e brutali. Eric ed Irene assistono e subiscono le conseguenze della nascita di questo informe mostro familiare, dalle connotazioni via via sempre più meschine. Si rifugiano dentro a strani giochi: guardano ossessivamente e ricreano quasi sequenza per sequenza (imparando a memoria canzoni, coreografie e dialoghi) film visti su videocassette clandestine, come Cantando sotto la pioggia (Singin’ in the Rain, 1952) Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music / in spagnolo Sonrisas y lágrimas, 1965).
Ma tutto in La Mesías si torce, nuovamente, in un paradigma ancora più allucinante: il pastore acquisisce sempre più potere negando loro ogni libertà; ed in seguito la madre, soggiogata dall’uomo, emerge maestosa ad opprimere lui stesso e la famiglia tutta nella rinnovata veste di Messia mandato da Dio.
In questo personaggio, interpretato da tre grandissime attrici (Ana Rujas da giovane, Lola Dueñas da adulta, Carmen Machi da anziana) è contenuta una moltitudine contrastante di sensazioni e significati che attribuisce in qualche modo, in ultima analisi, una strana forma di pietas verso una figura così abietta. Nella sua personalità distorta si legge un enorme forza di volontà, nella coercizione e nella violenza sui figli emerge disperato un tentativo di autoaffermazione.
Il bravo Roger Casamajor, dona ad Eric un senso di deriva esistenziale, esprimendo la condizione di un uomo che sente il suo passato ripresentarsi in maniera aliena e tormentata. A lui si contrappone la sorella Irene, interpretata dalla severa Macarena García, che trasmette con i suoi modi una compostezza ed una rigidità, richiamate anche dall’acconciatura dritta e geometrica; Si contrappone ad Eric nella misura in cui non vuole più saper nulla del suo passato, e nella durezza dei modi traspare un terrore onnipresente di vedere il piccolo tabernacolo familiare che ha allestito crollare di fronte all’inesorabile richiamo della famiglia di origine.
Javier Calvo e Javier Ambrossi, che hanno vinto la Palma per la Miglior Regia all’ultimo Festival di Cannes con La Bola Negra, hanno inserito una grande moltitudine di elementi autobiografici in questo lavoro (anche Ambrossi, come Eric, è stato figlio di una madre giovanissima). È di gran lunga il lavoro più maturo della coppia, già nota per il geniale Paquita Salas (2016-2021) e per Veneno (2020).
Proprio Veneno , la loro serie precedente – che raccontava la biografia di La Veneno, celebre transessuale spagnolo – si presta bene per sottolineare l’evoluzione linguistica e narrativa a cui i due sono giunti. Veneno, sperimentava, giocava con i piani temporali, era ricchissima di trovate registiche e diegetiche brillanti, ma talvolta si affidava con decisione ai canoni tipici del melodramma spagnolo contemporaneo, con tempi studiati, scene dai simbolismi leggermente preconfezionati e commenti musicali dosati e ben posizionati, si avvertiva inoltre un forte richiamo ad Almodovar, (nel cast tra l’altro compare Israel Elejalde, l’Arturo di Madres Paralelas (2021), ed infine la vicenda veniva costruita in maniera sapiente e creativa, pur rimanendo all’interno di una struttura, (l’intervista alternata ai flashback) rodata e consolidata.
Con La Mesías le ambizioni sono cresciute, i due si giocano il tutto per tutto: pare realizzato quasi sotto l’effetto di una esaltazione frenetica, Il febbrile processo sperimentale e creativo di Calvo e Ambrossi li ha portati a chiedersi, a metà delle riprese, come avrebbe reagito il pubblico di fronte a quello che stavano realizzando, hanno cominciato ad avere grossi dubbi sulla vendibilità di questa bizzarra saga familiare, eppure entrambi sentivano che stavano realizzando qualcosa di unico, E forti di questa convinzione sono riusciti a mantenere una coerenza narrativa e visiva estremamente potente sino alla fine.
Gli elementi della storia di La Mesías si sono modificati nel tempo: l’inserimento, ad esempio, di questo ensemble synth-pop di ragazze (ispirato al reale gruppo cristiano Flos Mariae, fenomeno altrettanto assurdo) è subentrato solo in seguito. Eppure, tutto è così formalmente coerente, amalgamato, e funziona molto meglio di quel che lascerebbe supporre la somma delle sue parti.
Guardare La Mesías non è sempre un’esperienza gradevole, la densità di ogni puntata richiede un determinato stato emotivo per essere metabolizzata, la vicenda suscita un profondo senso di ingiustizia per ciò che accade. I protagonisti poi crescono, e quel sentimento iniziale si evolve con loro, muta e si radica, fino a raggiungere il gran finale, dove le sensazioni provate durante tutto l’arco della serie lasciano spazio ad uno strano ed appagante senso di desolazione, come un guscio vuoto ma brillante.
E tutta la disperazione e la rabbia provata dai protagonisti non si tramuta in un lieto fine, ma in una presa di coscienza più ampia, che vede tutti contemplati all’interno di un differente disegno teologico. La parabola aliena e l’elemento soprannaturale di colpo smettono di essere tali, e si fanno vividi e reali.
Su MYmovies One.
La Mesías – Regia: Javier Calvo, Javier Ambrossi; sceneggiatura: Javier Calvo, Javier Ambrossi; fotografia: Gris Jordana; montaggio: Alberto Gutiérrez; musiche: Raül Refree; scenografia: Roger Bellés; interpreti: Roger Casamajor, Macarena García, Lola Dueñas, Carmen Machi, Ana Rujas, Albert Pla, Amaia Romero, Biel Rossell Pelfort, Cecilia Roth; produzione: Movistar Plus+, Suma Content (Javier Calvo, Javier Ambrossi, Domingo Corral, Susana Herreras, Fran Araújo); origine: Spagna, 2023; durata: 7 episodi (433 minuti); distribuzione: MYmovies ONE
