La casa – Il rogo del male. Voto ** ½ . Sesto capitolo della saga cominciata con il cult La casa di Sam Raimi del 1981, questo film diretto dal francese Sébastien Vaniček cerca di coniugare, non sempre trovando un equilibrio, il portato metaforico dell’horror soprannaturale interno ai rapporti famigliare con la necessità di trasformare la paura in una forma di intrattenimento.
Anche se si tratta di un ‘ opera attraversata da una luce terragna, spenta, o al massimo tendente a un plumbeo grigio, La casa: il rogo del male, il nuovo capitolo di una cinematografia di genere che sembra ormai in parte procedere per ennesime variazioni di saghe (in questo caso quella che prende il via da La casa, il celebrato cult movie di Sam Raimi del 1981), esprime bene il senso di logoramento fisico e spirituale prodotto dal bruciare (all’inferno). Diretto dal francese Sébastien Vaniček, questo sesto capitolo cerca di tornare, almeno contestualmente e logisticamente, al concept di Raimi: una casa isolata in campagna, un gruppo di persone che vi rimangono incastrate all’interno, l’evocazione del male attraverso la ritualità di un testo demoniaco, le conseguenze che esplodono selvagge e primordiali (con la classica associazione tra malvagità e bestialità) a livello visivo e sonoro. I tempi però sono cambiati e il pericolo irrazionale non è più identificato da una forza esterna che circonda un gruppo di amici-oppure una coppia- che metaforizzavano più l’inconsapevole ripiegamento nel privato della società americana all’ingresso degli edonisti e restauratori anni’80.
In La casa – il rogo del male il riflesso delle insicurezze e delle precarietà adesso germina all’interno della famiglia stessa, che è già segnata da separazioni, conflitti, abbandoni, lutti. Ancor più esplicitamente che nel precedente, La casa: il risveglio del male di Lee Cronin, Vaniček parte da un presupposto visceralmente intimo, l’impatto della morte di un marito e di un figlio all’interno di un gruppo di famiglia. L’eroina della storia non può dunque che essere l’unica non appartenente per legame sanguigno al parentato di lui, ovvero la moglie vedova Alice che si trova a dover affrontare, con il solito repertorio di motoseghe e frammenti di oggetti utilizzati come affilati corpi contundenti, gli altri componenti del clan, sopravvissuti e resuscitati dall’entità demoniaca riattivata, ça va sans dire, dall’incauta lettura del Necronomicon Ex- Mortis.
Uno schema elementare di giustificazione e induzione dell’orrore che lo spettatore di questo tipo di spettacolo ha il desiderio ha la voglia di ritrovare, al quale non rimanere che aggiungere una dose sempre più massiccia di efferatezza, che tra l’altro una più recente saga horror, quella di Terrifier, ha riportato brutalmente al cospetto delle pupille degli spettatori. Per fare ciò, il set della baita immersa nella selva oscura appare quasi come un crocevia, e quindi una stratificazione, di suggestioni che travalicano perfino le fondamenta del concept di Evil Dead, e toccano la materia grezza e sporca di altri film. Il tema della famiglia di indemoniati che si ritrovano intorno alla consumazione del sacrificio e della possessione di un’estranea in un ambiente distanziato dalla società civile e sospeso in un tempo quasi mitico del sadismo e della crudeltà era sicuramente presente in un classico come Non aprite quella porta di Tobe Hooper (che introduceva già un realismo esplicito nella descrizione di squartamenti e di cannibalismi), pur non essendoci il surplus simbolico portato dall’elemento soprannaturale. In particolare la depravazione delle figure più rassicuranti, quelle dei nonni patriarchi e matriarche di un contagio che perverte a catena fino ad arrivare alle generazioni più giovani, e fino a produrre i veri mostri di un ménage domestico-coniugale; non a caso, la chiave di volta tra un mondo e l’altro è incarnata dal trapasso di Will, lo sposo di Alice, che contiene in sé il significato inquietante e violento di un rapporto che è appartenenza, legame, possessione in un’ottica che travalica i confini della vita e della morte.

Alice si troverà così accerchiata in La casa – Il rogo del male dagli acquisiti partenti convertiti in spiriti maligni e convinti di poter riunire sotto quel segno, a prescindere dal suo valore e dalle sue conseguenze su sé stessi e sugli altri, il nucleo famigliare in quanto tale, omettendone le bizzarre e minacciose contraddizioni, anzi integrandole organicamente come un bruciante magma che assorbe tutto fino all’auto e all’etero distruzione. L’abbraccio tra la madre e il morto vivente in Zombie di George A. Romero – dove la scelta è quella di condividere con il proprio amato il prolungamento assatanato e inebetito di una non vita- viene esteso in maniera endemica, senza però spingere a pietas o a compassione in quanto condizione non subita ma evocato, all’intera rete di congiunti. Il personaggio di Alice, la sua umanissima e comunque feroce battaglia per la sopravvivenza egualmente innescata da questo meccanismo, diventa così l’argine tra esterno ed interno, tra la pubblica virtù di un dolore apparentemente empatizzato e il vizio privato di una crudeltà compiaciuta. Il potenziale di un materiale così incandescente viene trattato comunque come puro intrattenimento, sebbene sia la fattura a compensare l’assenza di un maggiore spessore metaforico. L’accostamento con l’originale di Raimi sta infatti pure nella rappresentazione materica, tangibile, artigianale degli effetti speciali, con un particolare accanimento, ovviamente, sui corpi trattati come protesi di carne amputabili nella loro famelica ed emersa esposizione.

Come se la matrice casalinga del plot venisse calata in una resa immediata e impattante dell’orrore, che è talmente vicino da poter toccare e contagiare, con un pezzo di sangue o un lembo di pelle. la resistenza dell’indomita Alice. La regia di Vaniček in questa La casa – Il rogo del male picchia duro e insegue uno stordimento che (contro) produce troppa “carne al fuoco”, con un gioco di parole che non deve apparire solo gratuito. La tensione per le apparizioni spaventose e le punizioni corporali anche autoinflitte sempre più estreme mette a tacere la eco di spettri e fantasmi più profondi, per cui anche la svalutazione e la violenza tutte terrene subite da Alice da parte del suo Will sono diluite nel convenzionale corollario di una lotta tra il bene e il male, sferrata con i soliti, roboanti colpi di bocche sbavanti e digrignati e di occhi iniettati dalla luce dell’ombra della strega. Il che potrebbe anche andare, se quella casa non fosse ormai satura dei 1000 corpi condannati all’eterno risveglio di un sequel e al temporaneo riposo di un rogo.
In sala dall’8 luglio 2026.
La casa – Il rogo del male (Evil Dead Burn) – Regia: Sébastien Vaniček; sceneggiatura: Florent Bernard, Sébastien Vaniček; fotografia: Philip Lozano; montaggio: Maxime Caro; musica: Double Danger; interpreti: Souheila Yacoub, Tandi Wright, Hunter Doohan, Luciane Buchanan, Erroll Shand, George Pullar; produzione: New Line Cinema, Screen Gems, Ghost House Pictures; origine: USA, 2026; durata: 109 minuti; distribuzione: Sony Pictures.
