Scalfire la roccia di Sara Khaki e Mohammadreza Eyni

Scalfire la roccia si apre su una donna iraniana alle prese con l’installazione di un nuovo cancello: la vediamo scardinare le vecchie fondamenta, utilizzare martello e saldatrice, infine montare il nuovo elemento sui binari, simbolo anche di un confine con cui delimitare uno spazio proprio e insieme con cui limitare l’invasione della sua casa, dove vive sola, da parte degli uomini (fratelli, capi villaggio, padri di ragazzine già promesse in spose).
Più avanti uno zio di una delle spose-ragazzine, dopo averla picchiata perché sorpresa in sella a una motocicletta, urla con cupezza un vecchio detto: “Dà alle ragazze le scarpe, ma non un sentiero da percorrere”.

In questa cornice, dopo qualche istante vediamo la protagonista, la trentasettenne Sara, riaprire il cancello, prendere la moto e fare un lungo giro fuori dal villaggio -il documentario non è ambientato in città ma nel contesto rurale del nord-ovest dell’Iran. Così che la strada sterrata, immersa nello spazio sconfinato circostante, sta a disegnare anche una diagonale di libertà, che la donna non ha paura di percorrere. Un attraversamento del paesaggio come espressione e affermazione di sé, in un paese che non lo consente: “le donne certe cose non le possono fare, punto e basta”, così più avanti sentiremo dire da molti uomini (dal fratello più piccolo su su fino ad arrivare al giudice).
In un momento in cui il contesto di conflittualità geopolitica sembra accelerare e precipitare in una moltiplicazione cieca di guerre distruttive e predatorie, il pretesto di esportare la democrazia in Iran assume una cifra politica e regressiva precisa e assai pericolosa: non solo la distruzione di migliaia di vite, di cui molte appena affacciatesi sul mondo, ma anche la militarizzazione del pensiero, la recrudescenza dell’attacco contro le donne, la messa al bando di ogni differenza nella produzione di linguaggi e immaginari. Un colpo di coda del peggior capitalismo coloniale e patriarcale, che vorrebbe ridurre in macerie appunto qualsiasi differenza (dal “Medesimo”) in grado di produrre altre storie, altri generi, altre ecologie e altre convivenze sociali. Perché, e questo il documentario ce lo mostra benissimo, le azioni, i conflitti e le mediazioni alla base dei cambiamenti effettivi (non finti e funzionali solo a ragioni economiche predatorie) sono il frutto di processi lunghi, relazionali e autodeterminati. E come plasticamente suggerito anche da Sara, alle prese prima con il suo cancello, poi con la moto e infine con l’assunzione di un ruolo di responsabilità nel villaggio (e così come pensato e praticato dai femminismi), i cambiamenti non si fanno con le teorie e i domini costruiti dall’alto e diretti a dare dimostrazione di sé, e in questo coadiuvati, magari, da immaginari saturi, spettacolari ed omologanti; piuttosto il reinventare e rigenerare immaginari e pratiche dalle quali le donne sono state escluse, avviene a partire dalle storie e lotte quotidiane, dagli affetti e dai desideri circolanti tra le donne, dalla risignificazione, minima e ostinata, dei resti e delle rovine di una Storia sempre più scellerata.Scalfire la roccia

Frutto del duo registico (e anche affettivo) composto da Sara Khaki e Mohammadreza Eyni, Scalfire la roccia ha vinto il Gran Premio della Giuria, nella sezione World Documentary Competition, all’ultimo Sundance Film Festival. Il documentario racconta – senza enfasi ma con una adesione affettiva percepibile e durante un tempo lungo durato sette anni- la storia di Sara Shahverdi, giovane donna cresciuta dal padre in modo libero e anticonformista che dopo anni di attività come ostetrica arriva a diventare la prima donna eletta al vertice del consiglio locale. Determinata a sfidare una società patriarcale e violenta (“si ma non la picchiare”, è l’esortazione, lacerante, che la donna rivolge più volte contro padri e zii), Sara incoraggia le ragazze a studiare, a non sposarsi presto e a non perdere il senso e la possibilità di dar corpo ai propri desideri. Lo fa ospitandole a casa, andando a discutere con i padri (e ancora una volta, figura inquietante, con gli zii) che le vorrebbero ignoranti e recluse dentro il dominio di un uomo, e lo fa anche a partire dal ridisegnare e risignificare lo spazio pubblico che attraversa le vite: immagina un cerchio e non un quadrato per il parco; disegna uno spazio aperto che metta in comunicazione più strade così da toglierle da una penombra ostile.

La regia segue con rigore la traiettoria politica ed esistenziale della sua protagonista, oscillante tra la schietta ascesa in termini di popolarità e fiducia -la generosità e il carisma di Sara sono del resto contagiosi-, e la violenta reazione da parte degli uomini, che arrivano a investire il tribunale, medievale, di turno per attivare un protocollo con cui verificare il suo genere.
La donna per un poco vacilla, sente tutto il dolore di una violenza che si abbatte sulla sua dimensione più intima e che la vorrebbe piegare, ma poco dopo, riuscendo a rimettere un confine contro chi lo vorrebbe brutalmente violare, Sara riesce di nuovo a tessere il suo attivismo di base nel seno della comunità.

Riguardo al titolo, Scalfire la roccia, Sara Khaki ha detto come “nel corso degli anni, assistendo a ciò che sta accadendo nella storia di Sara e a tutti gli ostacoli che ha cercato di superare, e parlando ampiamente della sua visione del mondo, che è qualcosa che condividiamo anche noi, abbiamo visto che lei pensa alla vita e alle sue difficoltà come a una montagna di rocce. E se ogni giorno si scheggia un pezzettino di quella roccia, alla fine della giornata si avrà una strada libera”.

Il documentario esce in sala, in Italia, l’8 marzo, ovvero la Giornata Internazionale della Donna, o più di recente la Festa delle donne. Tuttavia mai come oggi è necessario riprendersi gli spazi pubblici a partire dalle stesse parole con cui li nominiamo e dal linguaggio (che è radicato nei corpi) con cui li immaginiamo, allontanando ogni tentazione di assimilazione al potere e cercando, tutto all’opposto, un varco che possa aprire a un mondo dove la giornata internazionale della donna non esisterà più.

In sala 8-9-10-11 marzo 2026.


Scalfire la roccia (Cutting Through Rocks)  – Regia: Sara Khaki e Mohammadreza Eyni; fotografia: Mohammadreza Eyni; montaggio: Sara Khaki, Mohammadreza Eyni; musica: Karim Sebastian Elias; suono: Ivo Moraga, Karen Cruces, Mauricio Lopez, Miguel Hormazabal; produzione: Sara Khaki, Mohammadreza Eyni, Gandom Films; origine: Iran/ Paesi Bassi/Usa/ Germania/ Qatar/ Cile/ Canada, 2025; durata: 95 minuti; distribuzione: Wanted Cinema.

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