Treasure di Julia von Heinz (Festival di Berlino – Berlinale Special)

  • Voto
3.5
La regista Julia von Heinz

Siamo in Polonia nel 1991. Il Muro di Berlino è caduto da due anni, la cortina di ferro si va sgretolando e i paesi dell’est Europa iniziano un percorso difficile e accidentato verso la democrazia. Il film di Julia von Heinz, regista tedesca già presente al Festival berlinese nel 2007 con Was am Ende zählt (Cosa conta alla fine), e segnalatasi alla Mostra del cinema di Venezia nel 2020 con Und morgen die ganze Welt (E domani il mondo intero), ambienta la sua nuova pellicola, Treasure (Tesoro), nella Polonia in quella fase di turbolenta transizione, quando con le prime elezioni libere dagli anni Venti, si compì la transizione dal regime comunista a quello liberale. Il lavoro di ricostruzione degli ambienti esterni e interni è assai efficace. L’aeroporto di Varsavia, le ferrovie arrugginite, le strade dissestate, gli hotel, certi scorci di cittadine: tutto ci riporta all’atmosfera fatiscente e decadente di quel periodo, fatto anche di povertà, paura per l’incertezza e in qualche caso rimpianto per il passato.

Ma il focus del film non riguarda la Polonia post-comunista, o per lo meno questo elemento gioca un ruolo secondario. Il punto centrale è che la nuova situazione politica apre agli ebrei esiliati e ai loro discendenti la possibilità di tornare e riconnettersi con la loro storia e con il loro patrimonio. Una di queste “pellegrine” è Ruth (Lena Dunham), newyorkese e giornalista musicale. La sua ricerca delle radici polacche l’ha indotta a compiere un viaggio dagli Stati Uniti a Lodz, accompagnata da suo padre Edek (Stephen Fry), originario di quella città e soprattutto un sopravvissuto all’Olocausto. Tanto la figlia è desiderosa di ricostruire il passato recuperandone quanti più possibile frammenti, quanto il padre si mostra allegro e spensierato, restio a resuscitare i fantasmi del passato (l’intera sua famiglia fu sterminata ad Auschwitz) cullandosi nell’illusione che la nuova vita vissuta in America abbia ormai cancellato l’infanzia polacca.

Il diverso approccio al viaggio e le diverse aspettative tra padre e figlia sono evidenti fin dal principio. Ruth aspetta con impazienza che il padre sbarchi a Varsavia, dove arriverà in ritardo avendo perso il volo programmato. Inoltre, ha pianificato il viaggio con estrema precisione, tappa dopo tappa, quasi fosse una campagna militare, mentre Edek se la prende comoda, assolda un taxista factotum per tutto il viaggio, così da viaggiare in macchina, ama improvvisare e cerca divertimenti e compagnia negli hotel dove alloggiano. Ruth è sovrappeso, soffre di disturbi alimentari forse legati alla sua situazione sentimentale o ai nodi irrisolti dei legami famigliari. Il viaggio in Polonia vorrebbe essere l’occasione per ritrovare un’identità specifica e colmare le lacune della sua psiche. La tensione tra padre e figlia persiste per tutta la durata della pellicola salvo sciogliersi nel finale, quando i ricordi legati a oggetti che la figlia ha ritrovato danno una scossa a Edek, finalmente collaborativo e pronto a riportare dalla luce, dalla terra del cortile della vecchia casa di Lodz, la scatola di legno contenente il “tesoro” di famiglia, ovvero le carte che testimoniano la proprietà dell’abitazione e il diritto a riprenderne possesso.

In mezzo vediamo alcune scene particolarmente emozionanti: per esempio, la sequenza della visita alla casa d’infanzia di Edek, da dove la famiglia era stata cacciata per essere rinchiusa nel ghetto. Ora è un edificio squallido e malandato, gli attuali abitanti sono sospettosi, e quando Edek riconosce le tazze del servizio di famiglia, la figlia vuole a tutti i costi rientrarne in possesso offrendo quantità di denaro esorbitanti. Anche il ritorno di Edek ad Auschwitz-Birkenau, con il riconoscimento del punto preciso in cui ha visto per l’ultima volta i genitori scatena emozioni forti.

Presentato nella sezione “Berlinale Special”, Treasure, liberamente tratto dal romanzo Too Many Men (2001) di Lily Brett, affronta con delicatezza e con una certa dose di saggia ironia un tema impegnativo come quello delle conseguenze dell’Olocausto, dei traumi ereditari e del difficile rapporto padre-figlia. Bravi i due attori protagonisti: Lena Dunham dà vita a una figura nevrotica e fragile. incapace di capire i drammi vissuti dal padre e la sua indisponibilità a ricordare; Stephen Fry incarna un uomo anziano che solo progressivamente, per amore della figlia, accetta di fare i conti col suo passato: un conto dolorosissimo e lacerante. Quello che più conta è il risultato di recuperare, attraverso la memoria della deportazione, un legame tra padre e figlia che sembrava perduto.


Cast & Credits

Treasure Regia: Julia von Heinz; sceneggiatura: Julia von Heinz, John Quester; fotografia: Daniela Knapp; montaggio: Sandie Bompar; musica: Antoni Komasa-Łazarkiewicz, Komasa-Łazarkiewicz; scenografia: Katarzyna Sobańska, Marcel Sławinski; costumi: Malgorzata Karpiuk; interpreti: Lena Dunham (Ruth), Stephen Fry (Edek), Zbigniew Zamachowski; produzione: Seven Elephants (Berlino); origine: Germania/Francia, 2024; durata: 112 minuti.

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