Un mondo in più di Luigi Pane

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Presentato alla recente  Festa del Cinema di Roma nella sezione “Alice nella città”, Un mondo in più, opera prima del regista campano Luigi Pane,  adatta una storia di convivenza e razzismo con il background del film di genere criminale a quello d’autore, tutto però chiuso nella cornice della pandemia da Covid-19 che il regista ha fortemente voluto per rimanere ancorato al presente.

Diego (l’esordiente Francesco Ferrante) è un ragazzo che vive con il padre Franco (Francesco Di Leva) nella periferia romana, ama la fotografia e Pasolini, è un sognatore e un solitario, infatti passa molto del suo tempo in giro a immortalare la realtà con la sua macchina fotografica. La sua storia viene fortemente segnata quando il passato del padre, ex soldato della Camorra, torna a galla: il suo boss (Gigio Morra) ordina di prendere in casa una ragazza, Tea (Denise Capezza), fidanzata del figlio appena finito in coma dopo un attentato. Franco non può rifiutare, la ragazza arriverà a casa sconvolgendo tutti gli equilibri e aprendo nuove porte per il futuro di Franco e Diego. Intanto nel condominio si accende una dura lotta tra un gruppo di italiani e un gruppo di africani…

La storia di Un mondo in più è molto ricca e gli spunti sono più attuali che mai, prima che il Covid penetrasse nelle nostre vite e nella nostra informazione, l’Italia infatti viveva e vive attualmente un durissimo scontro sociale in cui sono finiti in mezzo gli immigrati, specialmente africani. Pane ha scelto di tenere accesa una luce su quello scontro, non certo destinato a finire con la pandemia. Si potrebbe dire che il film appartiene a un filone neo-realista che ha riscosso successo nel nostro cinema, eppure il regista esordiente sa differenziarsi andando a smontare alcuni cliché che compongono il genere.

Questa visione è evidente nel personaggio di Diego, a cui un bravo Francesco Ferrante dà innocenza e dolcezza, intelligenza e spericolatezza. È questa la nostra meglio gioventù, la classe dei giovanissimi, che forse riuscirà a salvare il mondo, ispirandosi agli insegnamenti del passato. Non è un caso che una scena citi un episodio diventato per qualche tempo famoso, quello del quindicenne Simone di Torre Maura a Roma che tenne testa a un neo-fascista bloccando la sua retorica aggressiva e diventando virale su internet. E non è un caso che nel film ci sia anche la buona scuola, incarnata dal professore Renato Carpentieri, stupendo saggio che in poche scene sa dare animo e coraggio alla gioventù, ispirandoli a un mondo migliore con la poesia e la filosofia.

A questo si aggiunge il ritratto della periferia, molto più umana, romana e normale di molti film italiani recenti, con un tratto anzi poetico nei murales di Tor Marancia, molto più colorata e viva dell’astrazione che si trova nelle parole della politica o in certe raffigurazioni cinematografiche, e infine la storia del padre Franco e del suo boss specialmente. L’effetto Gomorra o Suburra viene intelligentemente evitato, c’è un che di surrealista nel camorrista interpretata da Gigio Morra, un’ironia nera quasi Bellocchiana che lo fa incarnare in una maschera napoletana. È un boss che recita, chiuso in uno sgabuzzino attorniato di belle ragazze, un vecchio sgangherato che potrebbe essere stato scritto dal Bukowski di Pulp o dall’Ethan Coen de I cancelli dell’Eden.

Si nota anche l’affetto del regista, qui anche sceneggiatore, per Pier Paolo Pasolini. Non è però un affetto citazionista o finto chic, anzi c’è della dolcezza nel modo in cui il personaggio di Diego si approccia al grande scrittore, una sincera passione che lo porta a girovagare, prima da solo, poi con l’amica Tea per questi stradoni nell’estate romana, alla ricerca di esseri umani. Lo sguardo è verso il futuro, verso un sogno ancora non consumato, una vita possibile che spetta di diritto al giovane, liberato da colpe non sue, che in parte è riuscito ad acquietare, come il bellissimo finale sembra dirci.

Sorprendono le prove del giovane Ferrante, con qualche perdonabile sbavatura nelle scene di dolore, e quella di Denise Capezza che dà letteralmente anima e corpo all’impetuosa Tea. Un bel ritratto femminile, agitato e vivo, non solo simbolo di gioventù femminista libera ma anche di riscatto. Pur essendo una co-protagonista, è lei che cambia le sorti di tutti i personaggi, da quelli positivi a quelli negativi, diventando il vero perno della storia. La sua è una recitazione cinematografica, non “sospirata”, che lascia presagire altre prove ancora più mature.

La regia è fluida, quasi timida verrebbe da dire, nel lasciare spazio ai suoi personaggi, a cui tiene molto, e si vede, sorretta dalla fotografia realista ma calda, non desaturata come si vorrebbe spesso per le periferie di vetro e cemento gelido, di Matteo De Angelis.

A volte il film incespica un po’ in alcune battute descrittive, e lo spazio dedicato ai personaggi africani poteva essere più ampio, specialmente per Naja, interpretata da Tezeta Abraham, ma il tutto non va a inficiare la qualità dell’opera, perché è un film di sentimento, romantico, come nelle parole del citato Pasolini “la rivoluzione non è che un atto di sentimento”. Luigi Pane vuole darci una speranza, che la rivoluzione di oggi si trovi nei Diego e nelle Tea di tutto il mondo.


Cast & Credits

Un mondo in più Regia e sceneggiatura:  Luigi Pane; fotografia: Matteo De Angelis; montaggio: Francesco Panetta; interpreti: Francesco Ferrante (Diego), Francesco Di Leva), Denise Capezza (Tea), Renato Carpentieri), Eva Cela (Veronica), Tezeta Abraham (Naja), Gigio Morra (boss); produzione: Play Entertainment, Camaleo Cinema; origine: Italia, 2021; durata: 106’.

 

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