Gli amori di Suzanna Andler di Benoît Jacquot

  • Voto

Una casa sul Mediterraneo. Fuori, le brulle rocce di una spiaggia che sembra deserta da secoli. Dentro, stanze fatte per non essere mai abitate. Solo il lento fruscio del Mistral s’insinua a tentoni fra i vetri, sconsacrando un silenzio apparentemente eterno. È questa la scenografia che Marguerite Duras, nell’ormai lontano 1968, predispone per la sua Suzanna Andler, incarnazione perfetta dell’Indefinibile: giovane o vecchia, affranta o appagata, la protagonista di questo ovattato Kammerspiel post-bellico non si lascia afferrare nemmeno dal più benevolo fra gli spettatori.

Quella affrontata dal regista francese Benoît Jacquot pare una sfida impossibile, così com’è impossibile comprendere a pieno i personaggi della Duras. E infatti, la cinepresa non mostra una particolare empatia verso le sue vittime, ma si limita a ricalcarne i movimenti, innestandosi in una terra di mezzo fra palcoscenico e ribalta. L’obiettivo resiste alla tentazione (tipicamente cinematografica) di glossare le ambiguità, riproducendo con rispettosa esattezza i contorni della pièce originale e rinvigorendo quel senso di lucida indolenza tanto accessibile in teatro quanto spesso irraggiungibile su grande schermo.

Del resto, non è la prima volta che il regista parigino si misura con un gigante letterario – e in effetti, gettando un occhio sulla sua filmografia, abbiamo quasi l’impressione di sfogliare il classico manuale delle Superiori: da Dostoïevski (L’Assassin musicien, 1975) a Henry James (Les Ailes de la Colombe, 1981), da Yukio Mishima (L’École de la chair, 1998) a Marivaux (La Fausse Suivante, 2000), da Pascal Quignard (Villa Amalia, 2009) a Don DeLillo (À jamais, 2016), pare che il nostro bibliofilo della Settima Arte stia mettendo in piedi un vero e proprio archivio. Ma torniamo a Miss Adler e alla sua malinconica Riviera di fine febbraio.

L’intrigo è semplice o, potremmo quasi dire, inesistente. Gli attori s’intersecano sulla scena come le maschere di un coro antico, danzando attraverso un pentagramma mimico predefinito e osservando in terza persona la storia ch’essi raccontano: Suzanna, ad esempio, si presenta a noi come la ricca moglie di un milionario – il suo ruolo pare scritto apposta per un’apatica Isabelle Huppert o, in questo caso, per il fascino discreto di Charlotte Gainsbourg. Il resto è solo frutto della nostra fantasia. L’azione, inoltre, si sviluppa solo al passato, rievocando sé stessa con tragica insistenza: così veniamo a sapere che la donna, per sfuggire alla propria cattività domestica, avrebbe intenzione di prendere in affitto un lussuosissimo appartamento vista mare. Si tratta di un’altra prigione: e infatti, come accade in ogni carcere, fra queste mura non può succedere niente. Eppure succede tutto: un incontro con il giovane amante Michel (Niels Schneider), un pomeriggio trascorso con l’amica Monique (Julia Roy), una breve telefonata a Parigi acquistano una gravità che non dovrebbero avere, pur rimanendo cose da nulla.

Infine, al di sopra dell’intero carosello, troneggia il marito-padrone, qui e nell’opera teatrale visibile soltanto in forma di cornetta: ciononostante, la mole di quella voce grava sull’intero scenario, contribuendo a ricacciare nel baratro della Sacra Indifferenza ogni fiacco tentativo d’emancipazione. Come potrebbe essere la velata minaccia di un suicidio, o la rivelazione di un tradimento: colpi di scena destinati a rimanere sospesi in un limbo di annoiata indecisione, mentre la parola “forse” divora le vite dei presenti. È così che si esprime Suzanna, fedele ingannatrice, nobile disonesta, Calipso e Circe insieme: forse torno a casa. Forse non ci rivedremo mai più. Forse mi uccido. Forse amo Michel, o forse no. E intanto la cinepresa attrae e respinge i suoi eroi, esibendo lo stesso spirito volitivo di questa donna perennemente in fuga da sé stessa – forse.

L’idioma di Jacquot è, se possibile, ancora più minimale, ancora meno appassionato di quello utilizzato dalla Duras nel suo dramma da camera: l’occhio del regista non mostra, ma nasconde, non rivela, ma oscura. Così, ad ogni singhiozzo d’animo, ad ogni svolta narrativa, il nostro sguardo viene accompagnato lontano o inconsciamente dirottato su un dettaglio inconsistente (un posacenere, un quadro, il tappeto spiegazzato nel salone principale). Ma ben presto ci accorgiamo che non è l’obiettivo a direzionare la nostra vista: Siamo noi che cerchiamo un’alternativa al volto impassibile di Suzanna o alla triste passione offertale da Michel. Del resto, il fondale della non-vicenda è lo specchio di un’età adulta priva di ogni ironia, immobilizzatasi nei suoi seriosi anatemi: l’appartamento è deserto e “sporco”, perennemente in prova come le esistenze di chi lo abita. Ma non è detta l’ultima parola: negli ultimi dieci minuti, qualcosa sembra davvero bucare lo schermo – e non stiamo parlando della stanca promessa sussurrata a mezza voce dai due amanti. Nell’inquadratura finale, infatti, l’antieroina pare quasi ammiccare al pubblico, esibendo una consapevolezza che non sapevamo potesse appartenerle. All’improvviso, il castello di carte crolla: Suzanna ci ha mentito? Dunque nulla di ciò che abbiamo sentito e osservato corrisponde alla verità? Forse no. Forse.

In sala dal 21 aprile


Cast & Credits

Gli amori di Suzanna Andler (Suzanna Andler) – Regia: BenoÎt Jacquot; sceneggiatura: BenoÎt Jacquot; fotografia: Christophe Beaucarne; montaggio: Julia Gregory; interpreti: Charlotte Gainsbourg (Suzanna), Niels Schneider (Michel), Nathan Willcocks (Rivière), Julia Roy (Monique), Sandrine Rivet (Marie-Louise); produzione: Les Films du Lendemain, con Ciné+, Cinéventure Développement, Cofinova Développement, Soficinéma Développement; origine: Francia 2021; durata: 91’; distribuzione: Wanted Cinema.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *