Il figlio più bello di Giovanni Piperno e Stefano Rulli

Il figlio più bello

È normale, per Marco (Casodi), conosciuto da Stefano (Rulli) e Clara (Sereni) anni addietro quando faceva il servizio civile a Perugia, condividere un appartamento con il loro figlio Matteo, 45 anni e un disturbo dello spettro autistico fin dalla nascita.

Una scelta difficile e sofferta questa, per i genitori di Matteo, come sta a dirci la bocca, inclinata in una piega amara, anche nel sorriso, di Clara, o gli occhi che diventano improvvisamente lucidi, di Stefano.

L’intenso racconto, reinventato con generosità, perizia e originalità da Giovanni Piperno e dallo stesso Stefano Rulli in Il figlio più bello, prende il titolo direttamente dal corpo del racconto gemello, il documentario Un silenzio particolare (di Stefano Rulli, 2004): è infatti di Clara la frase sussurrata, struggente, “Matteo è il figlio più bello che ho” -perché in fondo sempre di storie d’amore si tratta, in entrambi i lungometraggi.

IL figlio più bello
      Matteo e Stefano Rulli (a destra)

La scelta di tagliare il cordone ombelicale per fare spazio all’autonomia e quindi alla libertà di Matteo, oltre che alla propria, tramite l’esperienza di vita comune con altre ragazze e ragazzi (la fondazione “La città del sole”, creata da Sereni e Rulli nel 1998, a Perugia, per sviluppare progetti e innovazione nel campo del disagio psichico e dell’inclusione sociale tra cui quella della coabitazione tra persone con problemi mentali e studenti), è qualcosa che viene dolorosamente (più che duramente) detta da Clara, ma che soprattutto, con scelta registica espressiva, viene mostrata in apertura del film: Matteo, Clara e Stefano cercano di piantare un albero all’interno di un perimetro circolare, fatto di pietre, ma Matteo, che non riesce a stare fermo, esce più volte dal circolo e ogni volta sposta una pietra dal suo posto. Stefano si innervosisce, complice un vento che rende tutti irrequieti e che porta via, gli chiede di avere rispetto per il lavoro, finisce per sostituirsi a lui nel finire la piantumazione, mentre Clara, più sofferente che a disagio, rimane fuori dal cerchio, a una distanza di sicurezza (a cui corrisponde un obbligo al controllo) che è quella a cui è stata costretta per evitare le ripetute colluttazioni con il figlio, che accadono quando Matteo perde il controllo.

Anche queste immagini provengono da Un silenzio particolare, seppure siano tra quelle rimaste fuori dal montato del film. Un found footage più che un estratto, allora, campo in cui Piperno si muove da anni in modo dinamico e magistrale (ricordiamo tra gli altri, Cipria, 2022, e 16 millimetri alla rivoluzione, 2023), il cui ritmo e rapporto con il girato, oltre che con alcuni estratti da film sceneggiati da Rulli e in dialogo con la storia di Matteo (Le chiavi di casa e La meglio gioventù), provocano un cortocircuito affettivo e temporale in chi guarda, e tanto più se ha in mente il film del 2004. L’esperienza di incontrare chi, nel frattempo, non c’è più, è toccante e vertiginosa. Perché una delle tracce di Il figlio più bello è proprio la ricerca -tra le immagini e le sue canzoni, che spesso percepiamo inventate sul momento e in dialogo con chi ha accanto, piene di una grazia rara- dell’espressione di “mamma Clara”, a partire dalla mimica dei suoi occhi, così simile a quella di Matteo, e delle “ragioni” della sua scelta radicale (Clara Sereni, affetta da un male incurabile, nel 2018 scelse di ricorrere all’eutanasia).

Ci sono tante storie e tante voci, tanti rapporti, raccontati ne Il figlio più bello che vi consigliamo di vedere ma prima ancora di accostare con cura. Sì perché sembra un film lieve, come l’augurio, un po’ di circostanza, che si fa quando muore qualcuno, ma poi, invece, d’improvviso tutto cambia, la rotta divenendo quella intrecciata a qualcosa di più “pericoloso”: aggettivo, questo, che viene usato in più situazioni e non solo per le crisi di Matteo. Ed ecco che chi guarda entra, allora, in un luogo senza codici né condizioni univoche, un luogo ancora da trovare.

Il figlio più bello

Le storie diverse e non indifferenti riguardano interrogativi sulla paternità, sul fare parentele lontano dal peso del cordone ombelicale, sul quando dover partire e il quando poter ritornare -con delicatezza più che stanchezza, verso la fine Stefano sospende il giudizio e si affida a Matteo: “rimango”, dice, “vediamo dove mi porta mio figlio”, mentre Matteo sempre più spesso lo vediamo che vorrebbe raggiungere Stefano a Roma, in un’ ambivalenza che è propria dei legami d’amore quando eludono orologi e dispositivi di sorveglianza-, sul senso della fine di una storia d’amore, quando ci si accorge che nel momento della separazione non si è stati in grado di trovare le parole per farla diventare, anch’essa, una relazione.

Una riflessione ulteriore merita la dimensione collettiva e generativa che anima ed estende il film oltre gli 81 minuti, che è quella della regia e della scrittura a due, ma prima ancora è ciò che, con Gilles Deleuze, rinveniamo nel cosiddetto sociale creativo, vale a dire nel possibile rapporto felice e non normativo né repressivo tra le tendenze umane e le istituzioni, laddove le seconde (tra cui oltre alle associazioni, alle convivenze e alle parentele, in particolare quelle “artificiali”, troviamo anche i festival e il cinema) vengono viste come mezzi inventivi e artificiali (culturali e sociali) con cui sviluppare, oltre i limiti perimetrati dai bisogni, tendenze e pulsioni naturali. 

E nell’organizzazione dell’”invenzione” non dimenticare mai, come dice lo stesso Piperno, come “l’obiettivo di un regista sia fare il film più bello che può”.

Presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma 2025 (Special Screenings).

In sala il 12-13-14-15 aprile. Il 12 aprile ore 19 i registi incontreranno al Nuovo Sacher di Roma il pubblico.


Il figlio più belloRegia e sceneggiatura: Giovanni Piperno e Stefano Rulli; fotografia: Giovanni Piperno; montaggio: Paolo Petrucci; musiche: Valerio Vigliar; produzione: BiBi Film; origine: Italia, 2025; durata: 81 minuti; distribuzione: Wanted.

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