Quando uscì nel 2009 (Fuori Concorso nella Giornata degli Autori a Venezia pochi giorni dopo l’uscita in Svezia) Videocracy – basta apparire di Erik Gandini (regista italiano ma naturalizzato, appunto svedese) fece molto discutere, soprattutto all’estero (del resto c’era dietro anche Lars von Trier con la Zentropa). Risultò un film a dir poco controverso su cui, pensate un po’ persino Striscia la notizia ebbe a pronunciarsi denunciandone la falsità. A 17 anni di distanza Netflix lo ripropone. E questa idea suscita alcune domande: a chi può interessare oggi? Forse a chi all’epoca era troppo giovane e non lo vide? È ancora attuale? Funziona ancora? Tante domande..
Partirei dalla domanda più semplice: è un buon film? Secondo me non lo è (non lo è più?), per una serie di ragioni. Innanzitutto è un film molto didascalico, clamorosamente ripetitivo, il messaggio è chiaro fin dall’inizio: l’esplosiva mistura di volgarità, di superficialità, di (finta) simpatia, di mascalzonaggine sempre e costantemente a un passo ma ancor più spesso ben oltre la perseguibilità penale è evidente fin dalle prime scene. Il fatto che i personaggi più presenti nel film, oltre a Silvio Berlusconi, siano Lele Mora e Fabrizio Corona, ignobili faccendieri, pluricondannati, al servizio e promotori di un sistema marcio in ogni sua fibra, la dice lunga su quale sia il focus, rispetto al quale Berlusconi sembra un elegante signore, un uomo di successo, che secondo la narrazione da lui stesso promossa ha fatto con l’Italia esattamente quello che fatto con le proprie aziende da Mediaset al Milan, cioè condurla al successo, anche se poi uno si chiede quale sarebbe questo tanto sbandierato successo.
Che poi è la solita storia che ancora oggi va per la maggiore: rispetto ai politici dei giorni nostri, Berlusconi era un politico di vaglia, un uomo tutto d’un pezzo, un padre della patria, dimenticando in un colpo gli attacchi alla magistratura, la P2, i processi, i conflitti di interessi. In questo senso, pur trovandoci di fronte a un film non esattamente esaltante, ripresentare Videocracy potrebbe avere il compito civico, etico di ricordare a chi lo avesse dimenticato o a chi non l’avesse mai saputo, che figura fosse quella di Berlusconi, quali processi che adesso possiamo definire irreversibili abbia posto in essere in un paese nel quale, come ci dicono i titoli di coda, i suoi cittadini, all’epoca, traevano notizie ed esperienze in larghissima prevalenza dalla televisione. Si pensi, solo per fare un esempio, a uno fra i molti disastri che la cultura berlusconiana, soprattutto, ma non soltanto, attraverso la televisione ha provocato ovvero la reificazione della donna ridotta a valletta, velina, letterina, spogliata e plastificata. Non voglio arrivare a dire che fra la reificazione della donna e il femminicidio il passo è breve, ma dietro il finto rispetto, dietro l’atteggiamento seduttivo del Cavaliere si nasconde un fondamentale disprezzo del corpo delle donne, usate e poi scartate nel tourbillon delle serate della villa di Arcore e altrove. Su questo aspetto, sull’interscambiabilità e sulla reificazione delle donne Gandini insiste molto, e fa bene, insiste troppo e fa male, fa male soprattutto alla qualità e alla ricchezza del film.

Convince molto poco anche lo spazio dedicato all’unica figura che non fa parte – pur volendolo sopra ogni altra cosa – dello show business, dei beneficiari, anzi dei veri eroi delle chance che il sistema mediatico di Berlusconi sembrerebbe concedere a tutti. Il personaggio è un tornitore convinto di essere la perfetta e inedita fusione di Ricky Martin e Jean-Claude van Damme, sicuro che una combinazione tanto originale, tanto esplosiva non possa che trovare spazio a Mediaset, anche se poi è davvero deluso, dispiaciuto di esser riuscito, nella TV di Berlusconi, solo a essere uno del pubblico che assiste alle sordide trasmissioni di quei canali. E per spiegarselo racconta a sé stesso che paga il fatto di non essere una donna, ché le donne, si sa, sono disposte a tutto per di avere successo. È un po’ tenue il valore drammaturgico della figura di Riccardo, personaggio a sua volta disgustoso (e patetico) e del suo rapporto edipico con la madre che lamenta l’inesperienza con le donne del figlio ventiseienne, salvo il fatto che non appena il giovanotto esce con una ragazza la mamma si mette a tampinarlo. Che tristezza, santo cielo, questo squarcio della provincia lombarda…
Torno a una delle domande iniziali: a cosa, a chi serve, oggi, la riproposizione di questo film? Bastano le recenti vicende legate a Corona/Signorini? credo di no. Si pensa che sia utile, ad esempio per i giovani, venire a conoscere l’archeologia di un mondo nel quale adesso sguazzano (all’epoca mancavano i social media ma la tendenza verso l’esibizionismo mediatico era, seppur sottoposto ai filtri dell’ammissione agli studi televisivi, chiara fin da allora), nella speranza che finiscano per indignarsi e prendere distanza? Magari… Si finisce come al solito – temo – al classico caso che in inglese si chiama: to preach for the converted, parlare ai convertiti, parlare a chi è già dalla tua parte, in sostanza a chi già provava sufficiente disgusto nei confronti di orrendi figuri come Mora e Corona, e del mondo di cui costoro sono paradigma e da cui sono scaturiti. E anche di chi, direttamente o indirettamente li ha prodotti, che con la bandana in testa incontrava Tony Blair o riceveva pubblicamente o privatamente il presidente russo, e che di fatto coi suoi capelli posticci è stato, volente o nolente, il precursore di altri tycoon, fra cui uno, folle e pericolosissimo, coi capelli giallo-arancioni.
Su Netflix dal 30 gennaio
Videocracy – basta apparire; regia, sceneggiatura: Erik Gandini; fotografia: Manuel Alberto Claro, Lukas Eisenhauer; montaggio: Johan Söderberg; produzione: Atmo Media Network, Zentropa, Sveriges Television, BBC Storyville Danmarks Radio Yle; origine: Svezia/ Gb/Danimarca/ Finlandia, 2009; durata: 85 minuti; distribuzione: Netflix.
