Yo vi tres luces negras di Santiago Lozano Álvarez (Festival di Berlino – Panorama)

  • Voto
2.5

Un uomo non più giovanissimo, sulla settantina ma ancora bello sano, di professione: esperto di cerimonie funebri nonché guaritore, con un paio di buffissimi occhiali tenuti insieme alla bell’e meglio decide/capisce che è giunta l’ora di morire, di ricongiungersi non tanto e non solo con i suoi avi ma soprattutto con il figlio, morto anzitempo per mano di un non meglio precisato commando di guerriglieri asserragliati nella foresta pluviale, piena di mangrovie. Il figlio che risponde al curioso nome di Pium Pium, sostanzialmente lo chiama a sé o almeno così capisce José de Los Santos, questo il nome del protagonista, interpretato abbastanza bene da Jesús María Mina.

E José parte per il bosco, si fa largo fra mangrovie, in una riserva di particolare importanza dal punto di vista ecologico, non distante dalla costa del Pacifico, vicino alla foce del fiume San Juan. Il bosco, si sa, è più o meno in ogni cultura (anche in quella colombiana, ma è chiaro che stiamo parlando della cultura ancestrale che lì risiedeva ben prima dell’avvento dei colonizzatori europei) un luogo mitico, in cui smarrirsi, e in alcuni casi ritrovarsi.

E il buon José, armato del suo bastone di ordinanza con cui non troppo a fatica avanza, inizia il suo percorso, incontrando un bel po’ di gente, a cominciare proprio da quei guerriglieri che gli avevano ammazzato il figlio, anche se nel corso del film non si capisce che cosa i guerriglieri davvero vogliano e contro chi combattano e perché Pium Pium sia morto, fatto salvo il fatto che era un giovanotto un po’ agitato e un po’ ribaldo. Certo José è fortemente addolorato dalla morte del figlio, ma più che altro è dispiaciutissimo di non avergli tributato gli onori funebri e che il corpo, probabilmente gettato al fiume, non sia mai stato ritrovato. L’incontro con i guerriglieri – va detto non proprio credibili – è solo il primo di una serie di tappe affrontate da José, che  grazie alle sue arti da erborista aiuta, ad esempio, un uomo anziano malatissimo a morire (una sorta di eutanasia indigena), riservandogli, come da prassi consolidata, la cerimonia funebre. Se ha fame, José, novello Crusoe, ammazza a bastonate un serpente che striscia fra le frasche e se lo cucina in una griglia di fortuna abbandonata nella foresta pluviale. Poi c’è l’incontro con la classica impresa occidentale che cerca di sfruttare il territorio in cerca di oro, e a quel punto José rivela anche la sua vena ecologista e anti-colonialista. Fin quando, al termine di queste e altre peripezie, il protagonista giunge al termine del suo itinerario e si ricongiunge agli antenati e al figlio, queste le tre luci nere, di cui al titolo. Mah, insomma…

Pur frutto di una coproduzione internazionale e di una serie di finanziamenti da parte sia di Cannes che di Berlino, non mi sembra che Yo vi tres luces negras, il primo film di Santiago Lozano Álvarez – che arriva non esattamente prestissimo, visto che il regista è nato nel 1978 – lasci intravedere chissà quali talenti di regia e ancor più di scrittura. 


Yo vi tres luces negras – Regia e sceneggiatura: Santiago Lozano Álvarez; fotografia: Juan David Velásquez; montaggio: Ana Garcia; interpreti: Jesús María Mina, Julián Ramirez, Carol Hurtado,John Alex Castillo; produzione: Contravia Films, Dublin Films, Autentika Films, Malacosa Cine; origine: Colombia/Messico/ Francia/Germania, 2024; durata: 90 minuti.

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