Rotterdam Film Festival: Singing in the wilderness di Dongnan Chen (Art Directions)

  • Voto
3.5

C’è un fantasma che si aggira per le foreste. Se c’è un fantasma deve esserci Dio, e se c’è Dio bisogna saperlo pregare magari attraverso il canto. Ma quale è il limite tra il canto recitato in gloria di Dio e quello in gloria del denaro? L’etnia Miao la risposta non la sa, la deve chiedere agli Han, alla Cina. Loro sì, loro la sanno. Singing in the wilderness, per la regia di Dongnan Chen, è un documentario che oscilla tra la politica e il privato, filo tra i due è il canto: come fare a guadagnare soldi dal cantare è la prima lezione da imparare, come si possa avere fame di soldi è la seconda, non essere mangiati, dai soldi, la terza. Forse quella più importante.

Sul basso corso del fiume Giallo, provincia dello Yunnan, vive l’etnia dei Miao. Da sempre schiacciata dalle potenze vicine, gli abitanti di Little Well Village vengono riscoperti dalla propaganda cinese e divengono prodotto esotico da vendere a turisti interni ed esterni. Le loro canzoni, quelle melodie smozzicate recitate nei brulli campi, sono messe al servizio del turismo e il maestro Long, guidato da Zhang (ministro della propaganda), si ritrova a insegnare al coro nuove musiche perché l’offerta sia sempre rinnovata. Ma i Miao non sono superstar, lo diventeranno, per ora sono contadini, come Sheng, pastore insieme alla moglie, e Ping, ragazza umile che sposa un uomo del villaggio vicino, da cui ha un figlio. Intanto il coro esce dalla regione: tra le loro labbra non più le musiche dei loro antenati, bensì un moderno Mamma mia presentato a un Talent Show, e poco importa che alla domanda dei giudici sul significato di quanto cantato la risposta sia negativa. Ormai, non c’è più tempo per il passato.

Il coro si lascia alle spalle l’ultima radice identitaria e abbraccia il progresso. I soldi arrivano, le case vengono ristrutturate, gli scavatori aprono strade, e «sembra che tutti siano felici», ma la sensazione è pure quella di essere senza potere alcuno. I cantanti smettono di cantare per motivi religiosi, si presentano alle prove soltanto dietro pagamento, diventano delle star nello sbarcare a Pechino e New York è il passo successivo. Ma del trascorso da contadini? Sheng decide di bersi una bottiglia di pesticida e Ping fa ritorno al villaggio con figlio al seguito ma senza marito. È la sua la bocca che smette di cantare nel mezzo della canzone. Forse, non c’è proprio più motivo per farlo.

Dongnan Chen dirige un documentario che indaga sottotraccia l’evoluzione di un popolo che osserva l’invasione dal capitalismo cinese a sue spese. Lo fa scegliendo una definizione acuta delle immagini e scorrazzando la mdp tra campi da seminare e banconi di chiesa, dimenticandola ai lati delle strade e portandola in giro per le baracche del villaggio e gli scavatori che li minacciano. Ne esce un linguaggio poetico che non si limita a essere documentario e ricerca qualcosa di più, accennando a una trama che vede persone farsi personaggi della loro vita quotidiana, quella che subisce solo in seconda battuta gli effetti che investono il collettivo. La solitudine di una coppia sposata condannata al matrimonio perenne, i dolori di una giovane che deve sopportare il marito oltremodo geloso e violento. Il sorriso del bambino che vede attorno a sé il mondo cambiare.

L’opera ha la grande capacità di non sancire cattivi e buoni in modo definito. La propaganda cinese, con emissari al seguito, e il capitalismo violento imposto ai Miao sono sicuramente gli antagonisti del film, tuttavia i buoni ne diventano conniventi quando cercando di apprendere la lezione del capitale senza però conoscerne appieno le basi. Il loro destino, allora, è quello degli ingenui, e agli ingenui si ‘perdona’ solo l’ignoranza, poco altro. Rimane loro un caldo pensiero, quello di un passato dimenticato, e laddove i testi e le melodie delle canzoni ormai lo rifuggono per dissipazione naturale – neppure i vecchi intonsi dal denaro paiono poter rammentare – è l’ambiente naturale che cerca di dare loro aiuto. Non è detto che neppure questa lezione venga appresa.

Singing in the wilderness è un film aperto che coglie solo un fermo immagine di un’evoluzione che l’anticipa e seguirà, capace a ogni modo di segnare quella che è l’identità di un popolo. È il ‘cattivo’, Zhang, il ministro della propaganda, che spende parole a riguardo mostrando un quadro fatto da lui dei Miao nel quale le persone disegnate non hanno gli occhi: «I Miao non vogliono essere isolati e hanno paura di perdersi. Hanno subito per troppo tempo le regole degli altri. Se non puoi capire le loro anime, come puoi dipingere loro gli occhi?»


Singing in the wildernessregia: Dongnan Chen; musica: Chad Cannon; sound design: Xiaodan Li; produttori: Dongnan Chen, Violet Du Feng, Qi Zhao; origine: Cina, 2021; durata: 98’; distributori: Yutian Feng, Xiao Xu.

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