Sulle palesi tracce di Rainer Werner Fassbinder e Pedro Almodovar, al suo quindicesimo film, Ferzan Ozpetek torna al cinema per il grande schermo, dopo la poco fortunata esperienza Netflix dell’autobiografico Nuovo Olimpo (2023), con un’opera di grandi, fastose ambizioni. Già a partire dal proprio cognome ormai italianizzato, senza dunque l’Ö iniziale, che campeggia gigante sopra il manifesto e il trailer del film: Diamanti.

Inizio in puro ambito metacinematografico: un regista – Ferzan lui-même in gran forma fisica – raduna tutta una folla di attrici, le sue preferite, quelle con cui ha lavorato e/o (più o meno) amato – quasi un plotone che ad un certo punto viene definito da una delle presenti, Geppi Cucciari, un «vaginodromo». Ad un enorme tavolo – dovrebbero essere lì radunate in diciotto, almeno a quanto si arguisce dal press-book, noi non le abbiamo contate – Ozpetek consegna un copioncino con le parti assegnate ad ognuna e si attende da loro un feedback per interpretare una storia corale ambientata in una sartoria per il cinema che si dipana tra un passato glorioso – la seconda metà degli anni Settanta – e il presente appunto dell’incipit e della ideazione del film. Che a questo punto decolla.
“Come accade quasi sempre per i miei lavori – ha dichiarato il regista turco-italiano – … parto da un’esperienza personale, ricordi di vita, talvolta forti suggestioni e perfino visioni trasfigurate come potevano essere le mie Fate e le Magnifiche Presenze. Domina sempre uno spunto autobiografico. E questo film scava nella memoria di quando negli anni ’80 come aiuto regista frequentavo le sartorie di cinema e teatro – Tirelli tra le più celebri – dove incontravo i grandi costumisti e naturalmente registi importanti, attrici, attori. Luoghi che mi affascinavano, sentivo l’incanto di quei santuari laici del bello dove la creatività si declinava con ingegno, forte laboriosità e dedizione”.

Tutto ciò – dunque una importante sartoria di moda attiva in un momento particolare della Storia del nostro paese, quello dell’irreversibile declino del grande cinema italiano classico e del disfarsi (qui appena accennato) delle illusioni rivoluzionarie del ’68 e delle lotte del ’77 – tutto ciò appunto è diventato il cuore pulsante dove si svolge il Kammespiel di Diamanti. E così seguiamo, quasi sempre in interni, le varie vicende di una roccaforte femminile pulsante e piena di vita, governata dalle due sorelle Canova di carattere opposto ma complementare: l’una, Alberta, inflessibile e tosta (ma piagata da un fallito amore a Parigi), interpretata da una eccellente Luisa Ranieri e l’altra, Gabriella, più debole e in crisi (Jasmine Trinca) reduce da un lontano, doloroso lutto filiale da cui però non si è ancora ripresa. Ad animare, anzi terremotare il trantran quotidiano dell’operoso gineceo arriva una costumista premio Oscar, particolarmente esigente e volitiva, tal Bianca Vega (Vanessa Scalera), con la commissione importantissima per un colossal in costume settecentesco, per la regia di un altro blasonato dagli Oscar (Stefano Accorsi).
I destini e i rapporti tra le tre protagoniste si intrecciano alle vicende delle molte sarte segnate dai propri problemi familiari ma anche da una grande solidarietà sul posto di lavoro; inoltre seguiamo l’incontro-scontro di due primedonne, l’una di cinema (Kasia Smutniak) e l’altra di teatro (Carla Signoris) che si prendono amenamente per i fondelli in nome di un presunto primato nel mondo dello spettacolo. Ne sortisce un caleidoscopio di storie a carattere quotidiano, tra il serio e il drammatico, con qualche colpo basso da melodramma matarazziano anni Cinquanta, compresa la comparsa di una scappata di casa, Giuseppina (Aurora Giovinazzo), rivoluzionaria inseguita dalla polizia, che si scopre d’emblée un genio in sartoria. E poi tanto altro ancora nel corso di 135 minuti di film dove – notizia scontata – gli uomini sono (forse con una sola eccezione) delle semplici meteore inessenziali quando non dei rompiscatole saccenti (il regista alias Accorsi) o dei pericolosi violenti come Bruno (Vinicio Marchioni con baffetto d’ordinanza da cattivone), il marito della sarta Nicoletta (Milena Mancini), più che degno di ogni punizione.

Non manca certo un ricco florilegio di riferimenti, espliciti o meno espliciti al grande cinema classico, a sublimi artigiani come Piero Tosi o Danilo Donati mentre nella figura della costumista Bianca Vega forse si fa riferimento a Gabriella Pescucci, Milena Canonero o Franca Squarciapino, tutte e tre della stessa generazione e uniche italiane ad aver vinto un Oscar per i costumi. Quanto, poi, ai possibili debiti o prestiti cinematografici la lista potrebbe essere molto lunga – qualunque cinefilo potrebbe dettare la sua: Sirk, Stahl, Matarazzo, Visconti ecc., ecc. Nei titoli di coda leggiamo che il film è dedicato a Mariangela Melato, Virna Lisi e Monica Vitti, “tre donne e attrici straordinarie con le quali avrei voluto lavorare ma per un motivo o per l’altro le cose non sono andate come avrei voluto. (F.O.)”
In definitiva, qual è la caratura del diamante ozpetekiano? Scontate le sottolineature musicali superflue, ormai inevitabili nel cinema di casa nostra, il film si lascia vedere soprattutto per il lavoro di squadra e l’impegno complessivo del cast mentre ci dispiace riscontrare qualche licenza poetica di troppo nei dialoghi o nella messa a fuoco degli Anni Settanta – aspetto questo che a Ozpetek assai poco importava rispetto all’amarcord del cinema del passato. Comunque sia, è il suo film migliore da diverso tempo e c’è da augurarsi che il pubblico soprattutto femminile a cui è indirizzato, lo possa onorare, in queste imminenti feste, di una visione.
In sala dal 19 dicembre 2024.
Diamanti – Regia: Ferzan Ozpetek; sceneggiatura: Carlotta Corradi, Elisa Casseri, Ferzan Ozpetek; fotografia: Gian Filippo Corticelli; montaggio: Pietro Morana; musica: Giuliano Taviani, Carmelo Travia; interpreti: Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Sara Bosi, Loredana Cannata, Geppi Cucciari, Anna Ferzetti, Aurora Giovinazzo, Nicole Grimaudo, Milena Mancini, Paola Minaccioni, Elena Sofia Ricci, Lunetta Savino, Vanessa Scalera, Carla Signoris, Kasia Smutniak, Mara Venier, Giselda Volodi, Milena Vukotic, Stefano Accorsi, Luca Barbarossa, Vinicio Marchioni, Valerio Morigi, Edoardo Purgatori, Carmine Recano; produzione: Marco Belardi per Greenboo Production, Faros Film, Vision Distribution, in collaborazione con Sky; origine: Italia, 2024; durata: 135 minuti; Distribuzione: Vision Distribution.
Foto di Stefania Cesellato.

La “scappata di casa” è Aurora Giovinazzo, non Sara Bosi.