A House of Dynamite di Kathryn Bigelow


Potenziale minaccia nucleare. Un oggetto non identificato si sta muovendo alla velocità di 6 km al secondo verso gli Stati Uniti. Non è chiaro da dove sia partito o se si tratti di un’arma nucleare; quello che è certo è che entro 19 minuti avverrà l’impatto, previsto all’interno di un’area che include, tra le altre, anche Chicago. Le stanze dei bottoni si mettono in allarme e comincia la frenesia febbrile dettata dalla gravità del momento. 

Più che a Il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, con questo film siamo più dalle parti di A prova di errore (1964) di Sidney Lumet, il capolavoro con Henry Fonda che all’epoca non ebbe fortuna, anche a causa dell’atteggiamento ostile dello stesso Kubrick, ma che rappresentava il contrappunto perfetto al suo film: realistico, avvincente, teso. Una tematica, dunque, non nuova e quindi rischiosa, era necessario un forte elemento innovatore per riuscire nell’intento. 

Per farlo, Kathryn Bigelov punta sulla sceneggiatura di Noah Oppenheim, un trattamento fatto di cerchi concentrici ripetuti: la reiterazione dello stesso lasso di tempo visto da tre punti di vista differenti. Seguiamo prima il capitano Olivia Walker (Sabrina Ferguson) e il suo staff, persone incaricate di fornire i pezzi del puzzle e ottenere tutti gli elementi necessari ad avere un quadro della situazione, per poi attenersi alle decisioni prese dai piani alti. Nel momento clou il film si ferma e ricomincia, dalla Situation Room ci spostiamo nel Presidential Emergency Operations Center composto da membri con potere decisionale, ministro della difesa e consulenti. Dopodiché, avvicinandosi sempre di più e scalando la gerarchia del potere, assistiamo nuovamente e per l’ultima volta a quei venti fatidici minuti, come li ha vissuti il presidente degli Stati Uniti, (Idris Elba). 

Il film parte solido, la firma della regista si percepisce subito, dai movimenti di camera, dal ritmo e dagli accenti realizzati tramite impercettibili zoom. Agli spazi interni fanno da contraltare cupe immagini di aree militari che effettuano operazioni e attivano arsenali, immagini asettiche e solenni che sembrano quasi provenire da un altro pianeta. Tutto fila meravigliosamente fino al primo reset. 

Bigelow ha dichiarato che quando si innamora di un progetto, ci si dedica anima e corpo e si appassiona moltissimo alla storia o a quello che vuole raccontare. In queste parole possiamo, ora che abbiamo visto la pellicola, ravvisare la ragione di uno dei punti deboli maggiori del film: la regista non ha saputo montare il film con il dovuto distacco necessario, che le avrebbe permesso di capire che la visione si indebolisce a ogni reiterazione. Il problema è quasi matematico. Finché si tratta di film come Rashomon, la ripetizione dello stesso punto di vista non disturba perché non si arriva, come in questo caso, a un climax ansiogeno per poi tornare indietro. È evidente che i punti di vista andavano accorciati, ed il ritmo in qualche modo modulato meglio – magari in proporzione matematica 3:2:1, come un vero conto alla rovescia – man mano che ci si avvicinava alla fine.

Idris Elba interpreta il presidente degli Stati Uniti, mentre Rebecca Ferguson è il capitano Olivia Walker, che funge da nodo comunicativo tra i piani alti e i militari. Gabriel Basso interpreta il consulente nazionale per la sicurezza della Casa Bianca, membro dell’esecutivo, e Jared Harris è il segretario alla difesa. Quindi, passiamo da Rebecca a Gabriel, poi a Jared e infine a Idris. 

Ci vengono concessi brevi, piccoli stralci di vita privata per molti dei personaggi, quanto basta per renderli persone vere. Uno affronta la fine di una relazione, un altro un divorzio; una sta gestendo una gravidanza, un’altra ha un figlio a casa con la febbre alta; uno ha bisogno di un nuovo appartamento, un altro vuole fare la proposta di matrimonio alla sua compagna. Questi minuscoli dettagli di vita quotidiana si accumulano man mano che la storia procede, ma spezzano il ritmo: una volta che sappiamo che entro venti minuti il mondo come lo conosciamo forse smetterà di esistere, che ci importa di vedere il presidente che assiste ad una partita di Basket di una scolaresca per ben cinque minuti? 

La riflessione più pertinente del film, sebbene non nuova, è la constatazione, formulata in termini differenti, che in caso di minaccia nucleare qualsiasi decisione presa comporterebbe conseguenze così gravi da risultare, in ogni caso, un’opzione suicida. La sceneggiatura di Noah Oppenheim pare suggerire che ciò che noi chiamiamo “sistemi di sicurezza” siano elaborazioni intrinsecamente destinate a fallire: già prima dell’impatto e prima di capire chi sia effettivamente il responsabile, si comincia a considerare l’opzione di una controffensiva. E se questa non ha un obiettivo chiaro, per sicurezza si bombardano tutti i centri strategici considerati una potenziale minaccia. Tali protocolli di controffensiva vengono definiti da un personaggio, in maniera cinica ma anche esatta, in base al numero di obiettivi colpiti: “al sangue“, “medio” e “ben cotto“…

In Concorso alla Mostra di Venezia 2025
Su Netflix dal 24 ottobre 2025.


A House of DynamiteRegia: Kathryn Bigelow; sceneggiatura: Noah Oppenheim; fotografia: Barry Ackroyd; montaggio: Kirk Baxter;  musiche: Volker Bertelmann; interpreti: Idris Elba, Rebecca Ferguson, Gabriel Basso, Jared Harris, Tracy Letts, Anthony Ramos, Moses Ingram, Jonah Hauer-King, Greta Lee, Jason Clarke, Willa Fitzgerald; produzione: First Light Pictures, Kingsgate Films, Prologue Entertainment; origine: Stati Uniti, 2025; durata: 112 minuti; distribuzione: Netflix. 

 

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