Non lo scopriamo certo adesso che le fiabe, in particolare quelle dei Fratelli Grimm, sono piene di una violenza neanche troppo sotterranea, ma di una violenza esplicita: la matrigna che incarica il cacciatore di ammazzare Biancaneve e pretende i suoi polmoni e il suo fegato a riprova dell’avvenuta uccisione, il lupo che si mangia Cappuccetto Rosso, l’antropofagia della strega in Hänsel e Gretel. A ben guardare si tratta sempre di una violenza che i cattivi/le cattive vogliono infliggere ai corpi delle loro vittime prescelte, una violenza che non conosce limiti, che non bada a spese.
Anche nel caso della fiaba di Cenerentola c’è sicuramente molta, moltissima violenza, ma – volendo applicare una categoria che certamente i fratelli non intendevano consapevolmente adottare – si tratta di una violenza in prevalenza di natura psicologica: la matrigna e le sorellastre si insediano nella casa del vedovo, padre di Cenerentola, e cominciano a spadroneggiare, si fanno servire e riverire, relegando la ragazza nella condizione di spregiata domestica. Fin quando avverrà quel (magico) riscatto che tutti noi conosciamo, che conosciamo dalla fiaba e dalle decine di trascrizioni, riproposizioni, variazioni di cui sono piene la storia della letteratura, la storia della musica e, forse in misura ancor superiore, la storia del cinema: dalla Cendrillon di George Méliès nel 1899, passando per Cinderella di Walt Disney del 1950, fino ad arrivare, giusto per porre un termine, a quella di Kenneth Branagh del 2015 (e mi limito a chi il riferimento alla fiaba lo esplicita nel testo, lo esplicita nel titolo, se poi volessimo passare a un’accezione più estesa del mito non finiremmo più: Audrey Hepburn, Julia Roberts, ecc. ne sanno qualcosa).

Tutta questa lunga premessa per dire che Cenerentola, fin dal titolo, è l’indiscussa protagonista di tutte queste riscritture che culminano in un consolante lieto fine che compensa la fanciulla per tutte le umiliazioni che le sono state inflitte. A ben vedere però la fiaba presenta altre figure femminili: la matrigna e le figlie che, convenzionalmente, ci vengono presentate come le antagoniste di Cenerentola, brutte e cattive, le sorellastre e chi le istiga.
Ma non sarà forse il caso di rivedere queste consolidate certezze? È quello che coraggiosamente fa la trentaquattrenne regista norvegese Emilie Blichfeldt, dando vita a un’originalissima riscrittura della fiaba intitolata The Ugly Stepsister ossia La sorellastra brutta, film presentato al Sundance e poi alla Berlinale nei primi mesi del 2025 e poi distribuito in tutto il mondo. Diciamolo subito, a costo di essere bollati come politicamente scorretti: un film del genere lo poteva scrivere e girare solo una donna perché siamo in presenza di una violenta, assai poco empatica, anzi a tratti sadica riflessione e messa in scena di un brutale martirio inflitto al corpo femminile, un classico esempio del genere definito body horror e la regista non fa mistero del fatto che uno dei suoi modelli di riferimento sia David Cronenberg – un film, il nostro, che, girato da un uomo, sarebbe potuto sembrare semplicemente sadico, voyeurista e sottilmente vendicativo.
In breve la trama: il punto di partenza è quello che conosciamo: madre e sorelle s’insediano nella villa padronale del padre di Agnes (Thea Sofie Loch Naess), padre che dopo neanche cinque minuti è bell’è morto (e già il modo in cui muore ci introduce senza mezzi termini al genere che il film da qui in avanti mai più abbandonerà). Restano in campo appunto solo le quattro donne: la matrigna Rebekka (Ane Dahl Torp), le due sorellastre Elvira (Lea Myren) e Alma (Flo Fagerli) e appunto la summenzionata Agnes. Malgrado il titolo, la sorellastra cattiva appunto – che sembra sposare, come da orizzonte d’attesa, la prospettiva di Agnes alias Cenerentola – il film si concentra da qui in avanti proprio su Elvira (lasciando un passo indietro Alma, qui sorellastra più giovane, all’inizio in età pre-puberale e quasi una sorta di metalessi della spettatore/della spettatrice allibita, inorridita). E oltre al punto di partenza succede anche quel che conosciamo: l’invito al ballo del principe che si sceglierà la sposa; qui il principe si chiama Julian (Isac Calmroth) scrive poesie ma in realtà è un personaggio che in un paio di scene ci viene mostrato come individuo perfido e schifosamente maschilista.
L’autentica variazione del plot originario ha inizio qui, ovvero a valle dell’invito a palazzo, con tanto di araldo a cavallo. Con Rebekka a fungere da regista comincia la lenta ed estenuante trasformazione del corpo di Elvira, sottoposta alle più turpi vessazioni per (lasciar) adeguare il proprio corpo a consolidati canoni di bellezza che non risparmiano nessuna, ma davvero nessuna parte del suo fisico: denti, naso, occhi, organi interni, fino ad arrivare ai piedi, quando il film – come si ricorderà – viene a ricongiungersi alla fiaba originaria, dove le sorellastre pur di far entrare i piedi nella nota scarpetta sono pronte a mutilarsi.

Ferme restando alcune sostanziali modifiche, fra le quali la più importante resta, almeno all’inizio, il sostanziale disinteresse da parte di Agnes, ovvero di colei che nel film, come detto, sarebbe Cenerentola, nei confronti del principe, ché la ragazza ama (essendone riamata) uno stalliere con cui s’intrattiene amabilmente, il film segue dunque la via crucis di Elvira (il nome, almeno a me, ha fatto venire a mente, per antifrasi un celebre film svedese del 1967 intitolato Elvira Madigan e la sua bellissima protagonista Pia Degermark), senza risparmiarci nulla, ma davvero nulla sul piano visivo, tanto da indurre chi guarda in un paio di casi a volgere gli occhi altrove, nessuna ma davvero nessuna sostanza liquida che possa (o che, a tratti, non possa) fuoriuscire dal corpo di una donna ci viene risparmiata, con un’ammirevole e disgustosa ossessività.
Fra i vari e numerosi personaggi che vengono ad aggiungersi alle quattro protagoniste – fra le quali, a mio avviso, spicca nettamente la madre, la quale, ben lungi dal limitarsi al proprio ruolo di madre protettiva e intrigante, si mostra a più riprese tenacemente vogliosa, pronta gustare ogni stilla di ciò che le resta della sua vita erotica – ce ne sono alcuni semplicemente memorabili, come Dr. Esthétique (Adam Lundgren), colui che con molta bonarietà potremmo definire il chirurgo plastico.
Inutile rimarcare il fatto che il film, al netto del rispetto anzi dell’iperbole delle convenzioni del body horror, viene a intercettare un tema di drammatica attualità, ovvero le ineludibili pressioni a cui le donne, le ragazze vengono sottoposte nella contemporaneità per corrispondere, per aderire ai dettami estetici, imposti dalla società, dai media, dai social media, pressioni che finiscono per indurre le vittime a decisioni che rasentano la tortura, il supplizio, il martirio.
In sala dal 30 ottobre 2025.
The Ugly Stepsister; regia, sceneggiatura: Emilie Blichfeldt; fotografia: Marcel Zyskind; montaggio: Olivia Neergard-Holm; interpreti: Lea Myren, Thea Sofie Loch Naess, Ane Dahl Torp, Flo Fagerli, Isac Calmroth, Adam Lundgren; produzione: Mer Film, Lava Films, Motor, Zentropa; origine: Norvegia/Polonia/Svezia/Danimarca, 2025; durata: 109 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures
