Durante un’estate pulsante, faldosa e umida (da un caldo accelerato che vuole bruciare anche la distanza esistente tra i corpi), qualcosa si muove in un paesaggio campestre fatto di organismi e fenomeni (non solo umani).
Marie, una giovane artista che registra suoni concreti, colti prima, come racconta lei stessa, dai contrasti di una città e ora, come vediamo, dal fluire della natura, il cui moto include i processi di sedimentazione (due polarità che vedremo dipanarsi a più riprese nel film), vive con Nico in una casa in campagna, una dimora curata e con molte vetrate (a guisa anche di una ‘finestra sul fuori’). Ma l’arrivo di Noée, viaggiatrice misteriosa loro ospite per qualche giorno, scuoterà la routine della coppia, e anche la vita del giovane vicino di casa, il contadino Yan, che vive solo ma immaginando di partire. Nel polo opposto, la città, troviamo Eva, ragazza arrivata da poco dalle Filippine con la madre, donna vivace ma forse anche problematica, e che vive le oscillazioni tra la lontananza dal proprio paese, e dall’amato fratello rimasto a casa, e il desiderio di libertà verso le nuove esperienze che la città le può offrire. In questo nuovo spazio, che è spesso notturno e sensoriale, incontra Jeanne, una studentessa che lavora consegnando cibo a domicilio e che è in procinto di girare un proprio documentario -e forse anche di lasciare la relazione telefonica, con tratti opprimenti, che ha con l’artista Marie.
La curvatura di questi incontri è mobile e lenta, lasciando alle cose il tempo di accadere, alle polarizzazioni (Chi ha il potere? Chi desidera? Qual è il trauma?) di invertirsi o sciogliersi, alle energie (dei corpi e delle immagini) di entrare in contatto e di cambiare direzione, con la regia che riesce a cogliere il momento esatto in cui restare o andare via – coincidente forse con la peculiare qualità di chi sa stare nell’indeterminazione e non nel possesso (di una relazione come di uno sguardo).
Anche sul piano del découpage il film è notevole. La prima sequenza, una soggettiva in una folta boscaglia, è un dispositivo che invita a interrogarsi su cosa stiamo vedendo e insieme sull’atto del vedere: Ailleurs la nuit (Altrove la notte), titolo magnifico, è infatti un’opera in cui si guarda molto e in cui, va da sé, si desidera anche molto. Con in evidenza la dimensione nascosta di una natura che non respinge ma che sempre, fosse anche solo per la continua e inaspettata variazione che la scontorna e la temporalizza, sfugge alla cattura – dell’occhio o del possesso, sia esso votato all’utile o al riconoscimento (forzato)- rendendo lo stesso film un dispositivo che si sottrae ai codici usuali che informano narrazioni, sviluppi a tappe e psicologismi.
L’esordio nel lungometraggio della giovane regista e sceneggiatrice Marianne Métivier, di origini quebecchesi e filippine, è sorprendente, intenso e strano (straniante), con una texture visuale, sonora e desiderante che procede, lenta e magnetica, a intercettare i micro eventi che accadono non solo nell’interazione tra i protagonisti ma anche nel paesaggio ampio dei ‘viventi’. Le dimensioni della natura, del suono e dei desideri assumono, in questo senso, la stessa figurazione delle rocce o talvolta di alcuni terreni acquitrinosi liminali al corso dei fiumi (entrambi elementi presenti nel film). Sono, infatti, immagini che si presentano a falde: talvolta con strati sovrapposti, con incluso il livello simbolico del sé da cercare, altre volte come un qualcosa che si sta sfaldando, a motivo anche di un corpo che spasima, fugge da sé, diviene altro. In ciò Métivier mostra dei personaggi che hanno, sì, una loro storia, e in particolare una storia che si percepisce luttuosa -e in ciò sta la densità e anche probabilmente la necessità del film-, ma che al tempo stesso sono anche espressione di forze e potenze in mezzo alle quali la natura non sta separata dal resto -dal linguaggio, non a caso Marie registra suoni in giro per boschi e fiumi, tra variazioni vegetali e animali (che siano di cani, di insetti o della pelle accesa di Noée).

Perché la metafora, o la sublimazione, che pure sono presenti, non possono ‘raccontare’ tutto il film.
Siamo nel solco – qui Métiver scommette alto e a ragion veduta- di Apichatpong Weerasethakul, e in particolare della memoria come luogo, anche sonoro, di un altrove (ailleurs) che irrompe e sposta (la padronanza del soggetto e a cascata tutti i vari universali), si pensi solo alle assonanze con Memoria (2021) e a partire dall’elemento, materiale e indiziario, della registrazione e della archiviazione dei suoni; di Claire Denis, a Torino con il nuovo, meraviglioso, Le cri des gardes (2025), se guardiamo al come filmare la natura (non subordinata ai personaggi) e i moti minimi dei corpi, gesti con cui reinventare anche l’istante, la singolarità e il comune all’interno di una pur ineludibile condizione di vicinanza-lontananza, presenza-assenza; e infine di Béla Tarr, pensando al suo tipico découpage ellittico e alla frammentazione della narrazione, ripresa da più punti di vista (presente anche qui nel passaggio dalla prima alla seconda storia).
Una comunanza che trova ulteriore presa in quello che appare il segno, ma incessante e tellurico, di questo incisivo esordio: perimetrare la soglia instabile e latente del trauma e del desiderio.
Ailleurs la nuit – Regia e sceneggiatura: Marianne Méitivier; fotografia: Ariel Méthot; montaggio: Myriam Magassouba; suono: Laurent Ouellette, Ilyya Ghafouri; interpreti: Camille Rutherford, Victor Trelles Turgeon, Garance Marillier, Émile Schneider, Amaryllis Tremblay, Kyrie Samodio, Sue Prado, Enchong Dee; produttori: Geneviève Gosselin-G; origine: Canada, 2025; durata: 105 minuti.
