Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco di Cristiana Mainardi


Sarà stato tra il 15 e il 20 luglio del 1991. Devastati da un lungo viaggio in Greyhound, io e la mia compagna di allora, Antonella, entrammo a tarda notte in un motel alla periferia di Kansas City, Missouri, in cerca di una stanza. Il concierge, vedendoci, domandò: «Italiani?». Io dissi di sì. E quello, un americano doc, sorrise, tanto felice quanto sorpreso. Scandì: Premiata Forneria Marconi. Subito dopo cominciò a snocciolare i nomi di tutti i componenti della band, a partire da Mauro Pagani, e in sovrappiù intonò a voce alta il celebre ritornello di Impressioni di settembre. Non ci potevamo credere.

L’episodio m’è tornato alla mente vedendo il documentario-ritratto Andando non so dove. Mauro Pagani, una vita da Fuggiasco di Cristiana Mainardi, che si potrà vedere per tre giorni in sala, a mo’ di evento speciale, immagino in vista di un ravvicinato passaggio televisivo, il 16, 17 e 18 febbraio, distribuisce Fandango, producono Lumière & Co di Lionello Cerri, Cinecittà e Rai.

Pagani, da Chieri (Brescia), ha compiuto 80 anni il 5 febbraio scorso e si sente un miracolato. Qualche tempo fa fu schiantato da un brutto colpo, una specie di ictus, che gli provocò serie amnesie e qualche guaio ad alcuni parti del corpo, pare di capire la mano sinistra; ma non si direbbe vedendolo e sentendolo parlare. Cresciuto dai Salesiani, con un padre flautista assai esigente che poco l’incoraggiò verso la musica, Pagani non è stato solo il frontman della PFM, il coautore di brani come La carrozza di Hans o Impressioni di settembre, ma un gentile funambolo capace di muoversi su terreni più diversi: abile suonatore di flauto, violino, bouzouki, altri strumenti etnici, pianoforte, compositore e arrangiatore di colonne sonore per il cinema, gran sodale artistico di Fabrizio De André per tre lustri, poi direttore artistico di Sanremo e maestro d’orchestra, produttore di cantanti noti e meno noi, titolare dello studio di registrazione “Officine Meccaniche”…

«Mi sono reso conto che sempre di più la nostra generazione ha nostalgia, ma non so bene di cosa (…). Ricordi il sogno, ma sempre meno i particolari» scandisce in una delle prime scene con quella voce tenue, pensosa, quasi zen, un po’ alla Gabriele Salvatores (i due hanno lavorato insieme). Aggiunge, poco dopo: «Lavorare per il proprio ego è una noia mortale. Purtroppo, la parola meno in voga di questi tempi è “Noi”». Insomma, avete capito l’uomo.

                                            Mauro Pagani

Occhialini blu, camicie sgargianti, cappellino di paglia, Pagani non si atteggia a “guru”, nonostante l’affetto che lo circonda dovunque vada, anzi confessa di non possedere «l’orecchio assoluto» come suo padre e si definisce «una persona con l’anima accesa, non un bravo musicista». Probabile che questa seconda chance, dopo la batosta fisica, gli abbia riconsegnato una gran voglia di vivere, fare, pensare, creare, anche insegnare quel che sa.

Il film, lungo poco più di novanta minuti, non suona agiografico, anche perché Pagani disarciona la retorica incombente, adotta uno sguardo minimalista sulle cose che ha fatto, pure le migliori, omaggia i grandi amici, da Fabrizio De André a Demetrio Stratos, senza tirarsela troppo, come se tutto fosse stato un gran regalo inatteso. «Molte cose che sognavo da bambino sono riuscito a realizzarle, o almeno a sentirne il profumo. Sono stato un uomo molto fortunato». Un solo appunto: avrebbe avuto senso fornire qualche dettaglio in più sui motivi delle “rotture”, ad esempio con la PFM e De André («Non sono un uomo facile» confessa).

Tra spezzoni d’epoca che lo mostrano magro e capellone con il flauto usato un po’ alla maniera di Jon Anderson, e interviste varie a colleghi che l’apprezzano, come Manuel Agnelli, Arisa, Dori Ghezzi, Ligabue, Mahmood, Marco Mengoni, Giuliano Sangiorgio, la compagna Silvia Posa, il film ricostruisce l’intensa carriera di Pagani: appunto l’esordio professionale con i “Quelli”, il sorprendente successo americano della PFN, l’uscita dal mondo del rock progressive, l’incontro con la musica etnica di sapore mediterraneo, le manie sul palco di De André, soprattutto la natura di quel misterioso Fuggiasco evocato dal titolo, in fondo un alter-ego, un amico inesistente ma assai presente, una sorta di autocoscienza inquieta.

Già nel 2022, con Nove vite e dieci blues. Un’autobiografia (Bompiani), Pagani s’era messo a nudo, rivelando parecchio di sé: uomo e musicista. Questo film documentario, che invito a vedere quando sarà nelle sale sia pure solo per tre giorni, ha il merito di mostrarcelo in una chiave dolcemente senile, un po’ da “Canzoni del tramonto”: come Pagani definisce le sue nuove composizioni suonate e cantate in tonalità crepuscolari, mai deprimenti.

Ps.: «Spero di stare andando a caso, di là, ma a caso».

In sala 16-17-18 febbraio 2026.  


Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiascoRegia e sceneggiatura: Cristiana Mainardi; fotografia: Sabina Bologna; montaggio Matteo Mossi; musica: Mauro Pagani; interpreti: Mauro Pagani, Manuel Agnelli, Arisa, Dori Ghezzi, Luciano Ligabue, Mahmood, Marco Mengoni, Silvia Posa, Giuliano Sangiorgi, Badara Seck, Ornella Vanoni; produzione: Lionello Cerri per Lumière & Co., Luce Cinecittà; origine: Italia, 2025; durata: 83 minuti; distribuzione: Fandango.

 

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