
Nato in Francia, ma senegalese da parte di padre, il regista Alain Gomis ha vinto nel 2001 con il suo primo film di argomento autobiografico L’Afrance il Leopardo d’argento al festival di Locarno. Dao è la sua seconda opera a concorrere per l’Orso d’Oro berlinese dopo Fėlicitè nel 2017, e nientemeno che il suo sesto lungometraggio. Forse, per cercare di capire questo suo ultimo progetto prettamente sperimentale e intenzionato a colmare il vuoto generazionale e culturale dei figli di immigrati africani di seconda generazione in Francia, è importante accennare non solo banalmente alla stretta relazione di Gomis con il paese dei suoi avi paterni, ma anche che nel 2018 ha creato a Dakar un centro culturale, con scuola di cinema annessa, proprio per sviluppare la produzione cinematografica nei paesi della costa occidentale africana. Come spiega il regista nella sua dichiarazione per la stampa, l’idea di partenza per questo film di finzione, girato però come fosse un documentario, è nata durante la cerimonia funebre dopo la morte del padre in Guinea Bissau. Il villaggio ancestrale paterno, infatti, si trasforma in uno dei due principali set cinematografici e i suoi abitanti in protagonisti.
Come leggiamo nei titoli di introduzione al film la parola Dao sta ad indicare «il movimento circolare e incessante che fluisce attraverso ogni cosa e collega la diversità del mondo». Fin qui tutto chiaro, ma ancora non capiamo granché del progetto. Non ci resta che partire dalle prime immagini del film. Ci troviamo a quello che potrebbe essere un casting. Donne e uomini si alternano davanti alla macchina da presa. Agli attori viene chiesto di immaginarsi un abbozzo di storia; si provano esercizi fisici e vocali di coppia. Una voce fuori campo spiega: «Il primo passo è formare questa famiglia, reale, ma fittizia». Si delinea quindi la figura di una madre che risponde al nome di Gloria (Katy Correa) e della sua giovane figlia Nour (D’Johé Kouadio) prossima al matrimonio. Le due donne e un piccolo collettivo di attori professionisti ricreeranno una festa di matrimonio nei pressi di Parigi e una cerimonia funebre tradizionale insieme alla comunità di origine del padre di Gomis in Guinea-Bissau. Due eventi che diventano lo spunto per unire due mondi lontani come la Francia e l’Africa, come agli estremi sono pure le due cerimonie e le due culture. Dopo due brevi sequenze, da una parte quella dell’arrivo al villaggio africano degli attori e dall’altro quella del tragitto in auto degli sposi al ristorante per il pranzo, il montaggio alterna successivamente scene delle due cerimonie a quelle del casting, senza notevoli distinzioni. Il compito dei protagonisti: diventare il collante che riunisce il divario fra due culture, e ricucire lo strappo generazionale creato con la traslocazione fisica, ossia l’emigrazione, dei genitori.
Secondo le intenzioni del regista, Dao si pone come manifesto, come esperienza viva, una sorta di happening collettivo arricchito da memorie ed esperienze che comunque coesistono nell’individuo: da una parte il passato africano, dall’altra il presente europeo. Andando a scavare nelle dichiarazioni che gli attori fanno della loro storia personale, si riesce a trovare un quadro d’insieme, un passato familiare condiviso da tutti: violenza, colonizzazione, guerre, traslocazione fisica, sia forzata che voluta. Dao si fa memoria.
Non c’è dubbio che Alain Gomis privilegi il processo creativo rispetto ad una narrazione filmica. Il momento di preparazione con gli attori dei ruoli e delle interazioni fra loro è anteposto al racconto di una storia, anzi quest’ultima di per sé, nel corso del film, viene relegata ad alcuni dialoghi marginali, fino poi a scomparire del tutto. Lo spazio viene occupato dalle espressioni dei visi: gioia, dolore, allegria, rabbia; ma anche movimenti d’insieme: danze, giochi, corse, musica, canti. Si potrebbe descrivere come un ‘cinema situazionale’ basato sulla situazione che si viene a creare durante le riprese. Sia la regia, che la fotografia (Céline Bozon) si adattano conseguentemente all’andamento degli eventi. Il rito dell’uccisione di un animale riunisce tutta la comunità e viene ripreso da molto vicino, ma non tralascia di intercettare a distanza le reazioni di Gloria e di Nour. Solo alcuni abbozzi di situazioni sono registrate come da copione e sono state previste in anticipo.
L’idea di Gomis di cicatrizzare una ferita aperta dalla storia non manca di fascino, di spunti interessanti, rimarchevole per le buone intenzioni, ma non di facile realizzazione. Non è la prima volta che il processo aperto del casting si trasforma nel tema vero e proprio di un film. Appena l’anno scorso, proprio qui alla Berlinale, ne abbiamo visto un ottimo esempio in 1001 Frames di Mehrnoush Alia, che metteva in evidenza il soggetto della violenza di genere.
Personalmente, per chi scrive, il tempo di durata di questo happening di gruppo, di questa collettiva messa in scena, avrebbe potuto essere molto più breve delle tre ore della durata finale. Inoltre, l’esercizio partecipativo racchiude in sé sicuramente qualcosa che, usando le parole dell’attrice D’Johé Kouadio, ha del magico e unico, ma allo spettatore che si ritrova a guardarlo rischia di apparire ‘solo’ un collage etnografico di riti ancestrali ed europei. Le riprese si limitano ad essere spazio aperto per una nuova ulteriore creazione collettiva certo, e proprio per questo Dao a nostro avviso rimane più l’intenzione di un film, fermo allo stato di bozza. La Berlinale non è nuova nel proporre opere sperimentali, complesse e non sempre giustamente comprese, magari lodate dalla critica ma non ben accolte dal pubblico, o viceversa. Se il cinema di Gomis, e se le sue intenzioni siano state capite, lo sapremo alla fine del festival.
Dao – Regia e sceneggiatura: Alain Gomis; fotografia: Céline Bozon, Amath Niane, Mabeye Deme; montaggio: Alain Gomis, Fabrice Rouaud, Assetou Koné, Dimitri Ouedraogo, Elizabeth Ndiaye, Moustapha Mbalo Dieng; musica: Abdullah Ibrahim, Gaspard Gomis & Space Dukes and Keïta Janota & Cie; interpreti: Katy Correa, D’Johé Kouadio, Samir Guesmi, Mike Etienne, Nicolas Gomis; produzione: Les Films du Worso, Srab Films, Yennenga Production, Nafi Films, Telecine Bissau Prod.; origine: Francia/Senegal/Guinea-Bissau, 2026; durata: 185 minuti.
