No Salgas (Don’t Come Out) di Victoria Linares Villegas (Generation 14plus)

L’esordio nel lungometraggio di finzione di Victoria Linares Villegas, No Salgas (Don’t Come Out), si presenta come un oggetto filmico stratificato, un’opera che tenta di suturare la ferita tra l’urgenza del cinema militante e la codificazione estetica del cinema di genere. Presentato nella sezione Generation 14plus, il film non si limita a narrare una parabola di oppressione, ma ambisce a tradurre la complessità dell’identità queer in una simbologia viscerale, oscillando tra il rigore dell’analisi sociale e l’eccesso iperbolico del body horror.

No Salgas segue le vicende di Liz, una giovane studentessa di medicina la cui esistenza è sospesa tra il trauma e la simulazione. Tormentata dalla morte violenta della sua compagna Wendy, uccisa in circostanze misteriose da una figura maschile mostruosamente mutata, Liz sceglie la via del mimetismo sociale: per esorcizzare lo stigma della sua comunità, presenta ai genitori un “fidanzato di facciata”, tentando di soffocare la propria identità queer sotto una coltre di normalità “eteronormativa”.
L’equilibrio precario si incrina durante un weekend in una residenza bucolica con un gruppo di amici. Qui, l’incontro con la misteriosa Jessie riaccende desideri mai sopiti, scatenando una reazione a catena di stampo paranoico. Il segreto di Liz smette di essere una condizione interiore per farsi forza esterna e distruttiva: una minaccia invisibile e sanguinaria inizia a decimare il gruppo, trasformando la gita in una brutale lotta per la sopravvivenza in cui l’omofobia interiorizzata e il retaggio religioso si manifestano attraverso i codici del cinema horror.

L’incipit dell’opera agisce come un dispositivo di rottura semantica: Villegas decide di aprire il film con un preambolo che ricalca pedissequamente gli stilemi del cinema splatter, citando apertamente il dinamismo ipertrofico del dittico di Sam Raimi (La casa). In questa sequenza, la violenza non è però puramente ludica; l’uso di bulbi oculari demoniaci e fiotti di sangue che rasentano lo “splatstick” serve a trasfigurare un evento di cronaca tristemente ordinario — la repressione di un amore saffico da parte di una madre — in una dimensione mitopoietica e orrorifica.

Questo antefatto proietta un’ombra sinistra sulla protagonista Liz, studentessa di medicina il cui corpo diventa il teatro di una messinscena del sé: la simulazione di un’eterosessualità di facciata. La morte della compagna Wendy, per mano di un Angel “mostruosizzato” da tratti demoniaci, sancisce il passaggio definitivo del film verso una dimensione dove lo stigma sociale non è più un concetto astratto, ma una forza fisica, mutante e letale.

                      Cecile van Welie

Se l’orrore domina le sequenze di tensione, la parte centrale del film rivela un’inaspettata sensibilità descrittiva. Nel descrivere il decor en plein air della Repubblica Dominicana e le “ragazze in fiore” che compongono il cast, Villegas adotta uno sguardo che potremmo definire avidamente “scopico”. La macchina da presa si sofferma sulla fisicità “tautologica” delle attrici con una naturalezza studiata che ricorda il cinema di Abdellatif Kechiche. Tuttavia, laddove Kechiche spesso scivola nel voyeurismo, Villegas carica l’osservazione dei corpi di una valenza narrativa e politica indispensabile. Nelle scene girate nella dancehall, sotto il battito sincopato dei ritmi caraibici, la regista codifica le regole dell’attrazione lesbica con una precisione millimetrica. Lo sguardo non è solo osservazione, ma rivendicazione: il corpo queer, solitamente nascosto o violato, reclama qui uno spazio di bellezza e desiderio consapevole.

L’opera non sfugge però a una certa frammentarietà. Villegas alterna registri eterogenei — dal “college-movie” al pamphlet di denuncia, fino al gore più esplicito — denunciando un’incertezza strutturale tipica dell’opera prima. La simbologia adottata appare a tratti didascalica: l’uso di una colonna sonora dall’andamento ipnotico (chiaro omaggio ai Goblin di Claudio Simonetti e al cinema di Dario Argento) accompagna apparizioni fantasmatiche che faticano a farsi allegoria profonda.
Particolarmente emblematica è la figura dell’amica che espia il senso di colpa cattolico salmodiando preghiere e sanguinando dagli occhi come una Madonna piangente. Qui, l’omofobia è descritta come un’irrefrenabile pulsione repressiva che trasforma la fede in patologia. Sebbene efficace visivamente, questa scelta sottolinea la natura di un cinema che sente il bisogno di “mostrare tutto” per farsi comprendere, sacrificando talvolta la sottigliezza drammaturgica in favore dell’impatto iconografico.

Nonostante alcune lungaggini evitabili e una struttura che risente di una direzione a tratti ondivaga, No Salgas rimane un esempio vibrante di cinema militante. La capacità di Villegas di tradurre i “conati rattenuti” e le fobie paranoiche, di chi vive in una società intrisa di retaggi arcaici, in un linguaggio pop e brutale è lodevole. La Repubblica Dominicana, con le sue contraddizioni tra bellezza naturale e arretratezza in tema di diritti civili, emerge non come sfondo, ma come co-protagonista opprimente.
Al netto delle imperfezioni, il debutto di Victoria Linares Villegas nella fiction, dopo due interessanti documentari a tematica queer – Lo que se hereda (2022) e Ramona (2023) – è senz’altro apprezzabile: ha saputo trasformare l’orrore della discriminazione in una catarsi splatter, suggerendo che all’odio istituzionalizzato occorra talvolta rispondere con la medesima, dirompente forza espressiva.

Buena la primera, Victoria: ¡Hasta luego!


No Salgas (Don’t Come Out) Regia: Victoria Linares Villegas; soggetto e sceneggiatura: Victoria Linares Villegas, Carlos Alberto Marranzini Rodríguez; fotografia: Jaime Guerra; montaggio: Erik Alfredo Martinez; musica: Oscar Chabebe;interpreti: Cecile van Welie, Gabriela Cortés, Camila Issa, Camila Santana, Mariela Guerrero, Jonathan López, Johnny Morales, José Beato;  produzione: El perro de Argento, SRL; origine: Repubblica Domenicana, 2026; durata: 105 minuti.

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