Effondrement (Collapse) di Anat Even (Forum)

           Anat Even

Presentato nella sezione “Forum”, Effondrement (Collapse) della regista israeliana Anat Even è un film che fin dalle prime sequenze riesce a trasformare lo schermo in uno spazio di testimonianza preziosa e necessaria. Non si limita a raccontare eventi traumatici e dolorosi, ne abita le macerie, ci porta dentro la sofferenza e la disperazione. Even torna con la macchina da presa due settimane dopo il 7 ottobre 2023 nel kibbutz Nir Oz, dove aveva vissuto da adolescente e che considera ancora una casa interiore. Lì, tra abitazioni bruciate e campi agricoli devastati, inizia a filmare senza un piano preciso, spinta da un’urgenza personale, quella di elaborare l’impensabile.

Il film nasce, dunque, da un legame intimo con quel paesaggio del Negev occidentale, un tempo celebrato come il “granaio d’Israele”, oggi trasformato in zona militare ad accesso limitatissimo. I trattori che solcavano la terra convivono con i carri armati delle forze armate israeliane; il confine con la striscia di Gaza è a pochi metri di distanza, e appena oltre il recinto di sbarramento si scorge all’orizzonte un paesaggio di polvere e macerie, mentre il ronzio dei droni è una presenza sonora incombente per tutta la durata del documentario. Una situazione che ricorda, per certi versi, quella del film di Jonathan Glazer La zona d’interesse: l’orrore e la violenza non si vedono mai in presa diretta, ma sono costantemente evocati come appartenenti ad un mondo “altro”, o quello del passato recente (la strage del 7 ottobre 2023) o quello che si va compiendo da anni dall’altra parte del confine (il genocidio di Gaza). Ed è precisamente in questa tensione non risolta (e non risolvibile) tra vicinanza e inaccessibilità che Effondrement trova la propria forma: un saggio cinematografico che interroga non solo la distruzione materiale, ma il collasso morale e linguistico che l’accompagna.

Anat Even, autrice e produttrice di nazionalità israeliana, già docente di cinema al Sapir College di Sderot e co-editrice di “Tarkiv”, rivista online di cinema, ha alle spalle una ricca produzione di documentari che sono stati presentati e in alcuni casi premiati in vari festival internazionali. Il denominatore comune della sua produzione è l’esplorazione di temi quali la memoria, l’identità e l’appartenenza, sempre trattati in una prospettiva critica nei confronti della società israeliana. Ed è questo anche il punto di vista che guida Effondrement, sebbene la critica al governo e alla società israeliani emergano solo un po’ alla volta, fino a divenire comunque il punto chiave della pellicola. Even filma ciò che può vedere: le case del kibbutz annerite, le stanze sventrate, i campi svuotati. Come accennato, il film non si ferma al trauma israeliano del 7 ottobre. Lo sguardo scivola costantemente verso il confine: Gaza è visibile, ma irraggiungibile. Le detonazioni si odono in lontananza, la terra trema. Come mostrare la sofferenza umana quando si consuma appena oltre una recinzione?

La regista non finge di poter parlare al posto dei palestinesi; preferisce problematizzare apertamente la propria posizione. In un’intervista ha raccontato di essersi chiesta ripetutamente quale fosse la distanza necessaria per rendere possibile un’opera cinematografica in quella situazione. Da qui nasce il dialogo con Ariel, un amico che vive a Parigi, coinvolto come interlocutore a distanza. Tra i due si apre un confronto etico sempre più teso: Ariel mette in discussione la legittimità di uno sguardo che osserva Gaza “da fuori”, mentre in Israele il linguaggio pubblico tende a radicalizzarsi attorno a parole quali ‘annientamento’, ‘punizione’, ‘cancellazione’. Questo scambio di opinioni, che attraversa il film come una frattura, conferisce a Effondrement una dimensione dialettica. Accanto alle voci di Even e Ariel, emergono anche altre presenze: Avichai, che descrive con lucidità inquietante la strategia militare israeliana; il medico palestinese Ezzideen Shehab, che da Gaza City lancia un appello al mondo. Le loro parole non sono montate per produrre una facile equidistanza, ma per rendere percepibile la complessità di una realtà che sfugge a ogni semplificazione.

Un punto di forza del film sta negli aspetti formali: le inquadrature sono spesso statiche, contemplative, prive di enfasi. Non c’è ricerca del “bello” nelle rovine, nessuna estetizzazione della catastrofe. Il paesaggio diventa un archivio muto di contraddizioni: campi fertili e macchine da guerra, case domestiche e graffiti di rabbia, silenzi interrotti da boati lontani. Il tempo sembra sospeso in un eterno “dopo”, in cui la vita ordinaria è stata espulsa, ma la ricostruzione non è ancora iniziata. Effondrement non vuole offrire né soluzioni né consolazioni. Tenta, se mai, di tenere insieme il dolore per gli amici uccisi e la consapevolezza della devastazione inflitta oltre il confine, la rabbia e la responsabilità, l’appartenenza e la critica. Il “collasso” evocato dal titolo non riguarda solo gli edifici o le infrastrutture. È il crollo di un’idea di convivenza, di un linguaggio comune, di una fiducia nella possibilità del dialogo. Quando Ariel interrompe il rapporto per divergenze etiche, il film registra un altro tipo di maceria: quella relazionale. La guerra non distrugge soltanto territori, ma legami, amicizie, lessici condivisi.


Effondrement (Collapse); regia: Anat Even; sceneggiatura: Ariel Cypel, Oron Adar, Anat Even; musica: Eli Shargo; montaggio: Oron Adar; sound design: Philippe Grivel; produzione: Caractères Productions (Parigi); origine: Francia, 2026; durata: 78 minuti.

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