Feito Pipa, lungometraggio diretto dal brasiliano Allan Deberton, che ha esordito con il premiato Pacarrete (2019), è stato presentato nella vivace sezione Generation, e, sembra sia stato opzionato, da subito, da molte distribuzioni internazionali. Il film si inserisce in un doppio, e intrecciato, percorso: quello del Coming of Age più classico, con cui interrogare quella zona liminale a cavallo tra l’infanzia e l’adolescenza, e quello, legato al contemporaneo, che esplora identità di genere e soggettività queer in divenire. In questo senso, Feito Pipa si può accomunare, e anche per la sensibilità di una scrittura visiva che include sfumature psicologiche e l’uso vitale e performativo dei corpi, a Tomboy, di Céline Sciamma o a Close, di Lukas Dhont. Film che pongono al centro il mondo adolescenziale attuale, e in cui alla dicotomia comportamentale “cose da ragazzi-cose da ragazze”, imposta dalla norma eterosessuale – in particolare nel Brasile rurale dove è ambientato il film di Deberton -, dalla quale discende, per il ‘diverso’, per l’adolescente e non dicotomico Gugu, il non-senso di appartenenza (e non è un male) rispetto al gruppo che lo vorrebbe omologare (o schiacciare), rispondere con i tempi e gli spazi -politici, emotivi e immaginativi- di una poetica dell’incompiuto, con cui riuscire ancora a trovare il luogo, all’interno della relazione, per l’invenzione e l’inatteso di una singolarità che si muove in un senso aperto e non binario – Gugu, infatti, desidera sperimentare. E come spesso accade quando si indaga, nella durata, ciò che accade in un momento di transizione e trasformazione, in Feito Pipa, si attraversa anche il rapporto con il tempo e con la memoria. Time after time, pezzo generazionale e queer ante litteram di Cindy Lauper, canta infatti Gugu (l’esordiente e bravissimo Yuri Gomes) assieme alla nonna (una memorabile Teca Pereira), durante e dopo il decadimento cognitivo di quest’ultima: “If you′re lost, you can look and you will find me, time after time/ If you fall, I will catch you, I’ll be waiting, time after time”.
La storia, costruita con abilità e sensibilità dal regista insieme ad André Araùjo, amico e collaboratore di lunga data, segue Gugu, dodicenne appassionato di ballo e di calcio, che ha perso anzitempo la madre e vive con la nonna Dilma, donna libera e contagiosamente vitale, affrontare alcuni atti di bullismo, ma soprattutto attraversare la crisi del proprio mondo, un mondo originale e queer a partire dalle scelte insolite e desideranti della stessa Dilma, con cui Gugu ha un rapporto intenso e di fantasiosa (ri)identificazione, che improvvisamente si trova a vacillare e quindi a crollare a causa della malattia neurodegenerativa che colpisce (fin troppo repentinamente) la donna. Anche se il film rimane incerto e incompiuto su questo, rimandando, in ciò, sia all’effettiva complessità circa la natura di malattie neurologiche che privano della memoria e del linguaggio razionale, sia, nello specifico, alla dimensione inconscia e immaginaria che riemerge in Dilma dopo il ritrovamento di alcuni elementi appartenenti al tempo in cui la figlia era ancora viva. La violenza e la predatorietà estrattivista – il film è ambientato vicino alla diga di Araùjo Lima – che apprenderemo essere stati la causa della morte non accidentale della figlia di Dilma, e quindi il vuoto insensato che consegue a tale brutalità, sono forse il movente sommerso dei suoi vuoti di memoria?
Nel film ampio spazio viene dato ai movimenti dei corpi e al primo piano, in particolare a quello del volto di Gugu, soffermandosi sulle oscillazioni e i disvelamenti tra quello che si desidera, nel qui e ora di ciò che accade e prende forma nel mutevole corpo a corpo con il reale, e ciò che si fa per farsi accettare. Oscillazioni -ed è un pregio- che non diventano mai opposizioni; e non lo diventano nemmeno quando il padre di Gugu, con cui il ragazzino si troverà costretto a dover di nuovo convivere per un periodo, e in una nuova appartenenza difficile in quanto l’uomo nel frattempo si è fatto una nuova famiglia, convivenza comunque a tempo -e qui ci fermiamo per non guastare il bel crescendo finale-, scarica sul suo corpo tutti i colpi di una trita, e tossica, mascolinità possessiva.
La coreografia delle scene che includono in campo Gugu e Dilma e la loro intesa (alleanza) speciale, così come i movimenti dei loro corpi -delicati, elettrici o perturbanti a seconda-, restituiscono con sensibilità la parte incantata, complice e trasformativa che può accadere in certi incontri e rapporti umani (e non solo umani). Rapporti non schiacciati dal controllo o addirittura dalla cattiveria -strumentale o gratuita-, e in cui una casa aperta diventa la finestra, e il dispositivo, con cui poter praticare non la resilienza, ma la rivoluzione. La posta in gioco, mai così attuale in alcune latitudini ancora ricche di risorse naturali, è infatti radicale: liberare i flussi (in cui c’è ancora spazio per la vulnerabilità) degli affetti, della creatività e del desiderio per inceppare la macchina del capitale e della famiglia patriarcale, alla base di identità intossicate e colonizzate da sessismo, arrivismo, mistificazione e violenza.
Un limite di questo pur riuscito lungometraggio di Allan Deberton è forse il dettame, a tratti stentoreo, di una sceneggiatura molto costruita che, seppure attenta a rispettare i molti silenzi motivati dalla storia, a volte finisce per imbrigliare le variabili, gli scarti e le dissonanze implicate nel campo della visibilità e dello sguardo. “After my picture fades and darkness has turned to gray/ Watching through windows, you’re wondering if I’m okay/Secrets stolen from deep inside/ The drum beats out of time”.
Feito Pipa (Gugu’s World )- Regia: Allan Deberton; sceneggiatura: Allan Deberton e André Araújo ; fotografia: Luciana Basseggio, Daniel Donato; montaggio: Mariana Nunes Gomes; costumi: Gabriella Marra; musica: Joao Victor Barroso; interpreti: Yuri Gomes, Teca Pereira, Lazaro Ramos, Carlos Francisco, Georgina Castro; produzione: Biônica Filmes, Deberton Filmes; origine: Brasile, 2026; durata: 93 minuti.
