
Where To? Berlino, crocevia di culture, traiettorie, destini. Una didascalia ci posiziona temporalmente: maggio 2022. Amir e il suo amichetto salgono sul taxi guidato da Hassan. Dopo un rapido scambio con l’autista, ostacolato da differenze linguistiche, i due ragazzi iniziano ad amoreggiare. L’attempato conducente pare infastidito dalle libertà che si prendono i due sul suo sedile posteriore. Placato lo scambio di baci, può riprendere quello linguistico, stavolta fondato su un terreno comune, l’inglese. Si scopre così che Amir è israeliano, da poco giunto nella capitale tedesca, e Hassan è palestinese, di Jenin. “Vicini di casa”, commenta Amir.
Stacco sul nero, una didascalia ci informa ora di un nuovo slittamento temporale: giugno 2022. Fin da subito si rende apparente quel meccanismo ad orologeria che condurrà inesorabilmente quel rapporto al suo culmine nell’ottobre del 2023. Eppure, non si tratta esattamente della «cronaca di una morte annunciata».Assaf Machnes lavora in modo più sottile, cesellando i caratteri e le loro reazioni attraverso una serie di vignette autonome, concedendosi deviazioni curiose nel flusso dei percorsi in taxi. Polimorfa la fauna berlinese: ti può capitare chiunque in taxi, persino un amante della techno in zentai fluorescente. Sono questi eccentrici incontri a far vacillare il vecchio Hassan, a metterlo in discussione riguardo al proprio desiderio e a quello dei suoi cari. Perché anche una delle sue figlie vorrebbe godersi la propria libertà, senza sottostare alle leggi paterne, alla sua volontà, un giorno, di fare ritorno in Palestina. Il primo ponte che il regista tenta di costruire è, quindi, generazionale: il conflitto tra un padre e una figlia. Ma questo, inevitabilmente, è già intrecciato al secondo, quello israelo-palestinese, in quanto entrambe le sponde sembrano segnate da un medesimo retaggio patriarcale. Novembre 2022, mentre Hassan è al telefono con un cugino, sale a bordo un’anziana coppia di turisti israeliani, di cui vengono stigmatizzati con ironia i comportamenti prevenuti verso l’autista.
Berlino, così lontana dal campo di battaglia, diventa così, nella visione di Assaf Machnes, l’habitat ideale per ricreare una situazione in cui sia possibile prendersi gioco degli scontri identitari e concedere ai figli di palestinesi e israeliani quelle libertà negate in patria. Per costruire un ponte, basta a volte prendere in mano il proprio destino. O il proprio smartphone. Così Amir, dopo svariati tentativi falliti, riesce a chiamare il taxi giusto per proseguire quel dialogo interculturale interrotto. «Life is silly», commenta ancora Amir: la vita sembra fondarsi su salti nel vuoto, su scelte gratuite capaci di creare legami insperati, di tracciare direzioni inedite. Il vecchio Hassan, l’antico mondo mediorientale, sembra da troppo tempo fermo al checkpoint della propria esistenza.
Che direzione sta prendendo la rappresentazione dell’ottobre 2023 nel cinema israeliano? Il film, prodotto dal fondo nazionale, se da un lato sembra allontanarsi dall’immagine di un lutto esclusivamente israeliano per aprirsi all’esperienza palestinese, dall’altro fatica ancora a credere fino in fondo alle sue istanze. Viene da chiedersi, infatti, a cosa serva tutto questo bisogno di distanza dall’accaduto, perché sia necessario lavorare per forza di idealizzazione. Non è forse proprio questa continua ricerca di distanza e idealizzazione a creare un divario incolmabile tra le due culture? E, in fondo, perché cercare di costruire un ponte quando il bombardamento è ancora in atto? Un film controverso che ha destato reazioni contrastanti.
Where to? – Regia e sceneggiatura: Assaf Machnes; fotografia: Maayane Bouhnik; montaggio: Or Lee-Tal, Shauly Melamed; musica: Habib Hanna Shehadeh; scenografia: Kristina Schmidt; costumi: Tamar Eyal; interpreti: Ehab Salami, Ido Tako, Milan Peschel, Rama Nasrallah, Raheeq Haj Yahia-Suleiman, Dov Navon, Sarit Vino Elad, Enzo Brumm; produzione: Tomer Mecklberg, Estee Yakov-Mecklberg e Haim Mecklberg per 2-Team Productions, Oren Rogovin e Omer Rogovin per Rogovin Brothers, Dennis Schanz, Luis Singer e Julia M. Muller per Iconoclast Films, Guy Shani per Lev Cinemas, Ygal Mograbi, Benedikt Eisenstecken, Orna Lipkind, in co-produzione con ZDF-Arte, Mohamed Babai, Yonatan Finegold, Julia Badouine Finegold; origine: Israele/Germania, 2026; durata: 95 minuti.
