È con Gavagai di Ulrich Köhler (classe 1969) che il Festival del Cinema Tedesco di Roma ha deciso di aprire la sua sesta edizione. Da un bel po’ avevo perso le tracce di Köhler, a suo tempo esponente (seppur non in primissima linea) della “Berliner Schule”. L’ultimo film che avevo visto (e recensito) s’intitolava Schlafkrankheit e aveva preso un Orso d’Argento a Berlino . Eravamo però nel 2011. Da allora, in quindici anni dunque, il regista di film ne ha in realtà girati solamente altri due, anzi uno e mezzo, Das freiwillige Jahr (2019) insieme a Henner Winckler, altro regista “minore” della scuola di Berlino. L’anno prima invece Köhler era comunque approdato a Cannes in “Un certain regard”, e il film aveva goduto di una sia pur limitata distribuzione, s’intitolava In My Room.
Gavagai, per chi non lo sapesse (io non lo sapevo), è una parola inventata. Inventata negli anni ’60 da un filosofo e logico americano Willard Van Orman Quine che intese teorizzare, sulla base di questa parola, l’indeterminatezza del linguaggio e, soprattutto, della traduzione. Nell’accezione (presunta) utilizzata da Köhler, la parola pare che stia a significare un culture clash anche linguistico fra Europa e Africa, disputato partendo dalla rinegoziazione del mito di Medea.

Buona parte del film, infatti, si svolge in Senegal, dove una regista francese che risponde al nome di Caroline Lescot (la interpreta Nathalie Richard) sta girando, appunto, fra mille difficoltà una nuova versione di Medea, con tutti gli elementi imprescindibili, ogni volta che qualcuno si mette in testa di offrire una nuova versione del mito: la relazione prima d’amore e poi conflittuale fra la protagonista e Giasone, la straniera che viene dall’Est (qui viene invece dall’Europa, ovvero dal Nord), l’inclusione/l’esclusione da parte di chi governa la terra d’approdo (Creonte nell’originale e la di lui figlia Creusa a cui notoriamente Giasone si legherà) il ruolo dei figli, che nell’originale verranno uccisi dalla madre, qui le cose vanno un po’ diversamente. Non so a quale versione di Medea nello specifico Köhler intenda richiamarsi: se direttamente Euripide, oppure Seneca o Franz Grillparzer, o Hans Henny Jahnn, Heiner Müller o già che siamo al cinema Pier Paolo Pasolini (ma anche Lars von Trier), forse a nessuna in particolare, ma al mito in generale. Fatto sta che le riprese del film, in Senegal appunto, fanno esplodere dei conflitti relazionali e, soprattutto, interculturali talmente forti che uno si chiede come sia stato possibile portare a termine i lavori. Eppure il film alla fine viene concluso, tanto che nella seconda parte si torna in Germania in occasione della presentazione, provate a dire dove, a Berlino, alla Berlinale. Mah!
Come si conviene a ogni metafilm, film nel film – pensiamo che so io a La donna del tenente francese (1981) di Karel Reisz – ci sono i personaggi e ci sono gli attori, e le relazioni fra gli attori/attrici a un certo punto rubano, per così dire, la scena al film che si sta girando. È quanto avviene qui, allorché, ben presto, l’attrice che interpreta Medea inizia una relazione con l’attore che interpreta Giasone, proprio nel momento in cui nel film che si sta girando accade l’esatto contrario. Per interpretare sia il personaggio di Medea che l’attrice che la interpreta) Köhler ha scelto Maren Eggert (ospite d’onore al Festival a Roma), importante attrice di teatro, televisione e cinema (è l’attrice preferita di Angela Schanelec, altra esponente, stavolta di spicco, della scuola di Berlino) e in Italia si è vista nel – in Germania – premiatissimo I’m Your Man di Maria Schrader. Per Giasone è stato invece scelto l’attore francese ma originario del Togo Jean-Christophe Folly che aveva lavorato con Köhler già nel film del 2011. Il culture clash di cui alla nuova versione di Medea lo ritroviamo dunque anche nel conflitto fra gli attori che interpretano i personaggi del mito, dunque il film di secondo livello, e fra gli attori che interpretano il nostro film, quello di primo livello, con la differenza che nella Medea della regista è lei la straniera, nel film di primo livello lo straniero, a Berlino, è lui.
Il film non è ancora uscito in Germania, ha fatto qualche passaggio ai Festival ed è, a mio avviso, proprio un film da Festival, con poche potenzialità di successo all’interno del circuito distributivo. È un film al tempo stesso cervellotico e meccanico, con degli accenni di subplots (sia in Senegal che in Germania) poco sviluppati e poco connessi con la trama, con le trame principali, con un miscuglio di lingue un po’ faticoso: la regista è francese, l’attrice recita in francese ma è tedesca, l’attore è senegalese e parla la sua lingua, il francese e l’inglese, etc etc. Forse anche questo, agli occhi di Köhler è “gavagai”, ma è tutto, tutto molto forzato.
Gavagai – regia, sceneggiatura: Ulrich Köhler; fotografia: Patrick Orth; montaggio: Lorna Hoefler Steffen; interpreti: Maren Eggert, Jean-Christophe Folly, Nathalie Richard; produzione: Sutor Kolonko, Good Fortune Films; origine: Germania, 2025; durata: 89 minuti.
