Ananas di Amos Gitai e A Bucket of Blood di Roger Corman al Cinema Ritrovato 2026.

“Un giorno, aprendo il frigorifero, ho osservato attentamente una lattina di ananas. C’era scritto ‘prodotto nelle Filippine’, ‘confezionato a Honolulu’, ‘distribuito a San Francisco’ e l’etichetta veniva ‘stampata in Giappone’. Questa era una dimostrazione concreta dell’economia multinazionale. L’ananas è un po’ come House: un microcosmo che mi permette di raccontare una storia del capitalismo moderno e del suo modo di forgiare il corpo sociale ma anche di affrontare il tema del Terzo Mondo”.
Con questa parola in sala a Bologna Amos Gitai presenta e introduce questo suo lavoro documentario che risale al lontano 1983. La colonizzazione e poi la mondializzazione (così la globalizzazione prima veniva denominata) e l’annessione delle Hawaii da parte degli Stati Uniti d’America attraverso la produzione di ananas della “Dole Fruit Company”: di tutto ciò ci parla Ananas. Dopo l’integrazione delle Hawaii come cinquantesimo Stato, la popolazione, avendo acquisito gli stessi diritti degli abitanti del continente, si sindacalizzò e rivendicò salari più alti e condizioni di lavoro più decenti. La stessa azienda trasformò poi le Filippine in una “Repubblica delle banane” sotto il suo controllo, assoggettando la maggior parte della popolazione a una forma di schiavitù moderna per la produzione e la conservazione del frutto. Solo una minoranza etnica che viveva nelle montagne e una popolazione musulmana che resisteva alla giunta militare sfuggirono a questa schiavitù. Sugli ananas venivano spruzzati prodotti chimici per rallentarne la maturazione durante il trasporto verso i paesi consumatori. Gli agricoltori che spruzzavano questi prodotti chimici senza alcuna protezione subirono un alto tasso di mortalità. Infine, questo documentario svela le assurdità della produzione e del trasporto di merci, poiché questi ananas, prodotti nelle Filippine, venivano poi confezionati in Giappone prima di essere spediti nel resto del mondo.
Ananas mappa i circuiti principali attraverso i quali il frutto viaggiava dai campi hawaiani e filippini agli scaffali dei supermercati americani. Fa ciò affrontando il suo ‘soggetto’ con un tono di casuale innocenza che sorprende lo spettatore che invece si aspetta quasi un film sull’imperialismo e lo sfruttamento. Fa finta di non conoscere la storia che sta per svelare. Esige che lo spettatore guardi con l’ingenuità del ‘cliente del supermercato’. Si potrebbe infatti affermare che lo spettatore a cui è destinato il film partecipa come ‘anello mancante’ nelle catene delle associazioni rappresentate.
Il film inizia come un documentario più convenzionale, seguendo e illustrando la testimonianza autorevole di un agronomo americano che ha dedicato gran parte della sua vita a questo settore. Tuttavia, dopo un passaggio alla casa di un discendente della famiglia che diede inizio al commercio dell’ananas alle Hawaii, Ananas sembra assumere una struttura organizzata più per associazione visiva/uditiva che da un legame narrativo rigoroso. Il filo conduttore di una storia autorizzata scompare momentaneamente. E al suo posto le metafore e le spiegazioni che attraversano i resoconti ‘ufficiali’ di questo commercio sembrano essere state utilizzate per strutturare il montaggio del film. L’architettura di questo documentario di Gitai permette e ha tutti gli elementi di questi temi per entrare nel processo interpretativo dello spettatore. Qui, storicamente, ci vengono fornite informazioni sui rapporti tra esplorazione, colonialismo e agricoltura di esportazione e, in termini più attuali, siamo a conoscenza delle manovre politico-economiche di una multinazionale che sposta i siti di produzione per ridurre i costi come dei ‘problemi’ che possono essere causati dai sindacati, dalla necessità per un governo del “Terzo Mondo” di produrre colture da esportazione per guadagnare valuta estera e ripagare i propri debiti.
Ma c’è dell’altro: come l’appropriazione di terre da parte delle multinazionali evidentemente in combutta con le forze militari e di polizia di questi governi, e la confusione tra settori economici come l’‘agricoltura’ e la ‘farmaceutica’ per ‘forzare’ le colture in cicli di produzione prevedibili. Lo spettatore viene esposto all’azione di individui che vivono e lavorano all’interno del sistema delle merci e che ci raccontano le loro vite e il modo in cui si relazionano con gli altri, sia quelli che incontrano che quelli che non incontrano. E così portano alla luce le ideologie frammentate e spesso contraddittorie, le fantasie, le emozioni, i ricordi, i terrori, le moralità quotidiane, gli scontri di culture e le vere e proprie politiche di dominio e resistenza che sono centrali per lo sviluppo storico e il funzionamento continuo del sistema.
Infine, noi come spettatori siamo posizionati in questo luogo chiamato ‘film’ non solo come consumatori (o, meglio ancora, produttori attivi) del film stesso, ma anche, almeno potenzialmente, del frutto il cui sistema di produzione, trasformazione e distribuzione abbiamo attraversato e, qui, secondo questa argomentazione, anche le nostre ideologie, fantasie e così via, dovrebbero essere trascinate nella cornice di una ri-considerazione. Una grande occasione visiva-vissuta, quindi, per leggere chi siamo ancora oggi.
Copia proveniente da Agav Films; proiettata a Bologna, al Cinema Modernissimo, il 23.06.2026.
Ananas – Regia: Amos Gitai, Ron Mann; sceneggiatura: Amos Gitai; fotografia: Nurith Aviv; montaggio: Juliana Sánchez; suono: Kevin Gallagher; interpreti: attrici e attori non professionisti; produzione: Amos Gitaï per AG Productions, FR3 Cinéma, Ikon, Les Films d’Ici, TV2; origine: Israele/ Francia/ Svezia/ Paesi Bassi/ Finlandia, 1983; durata: 72 minuti.
Roger Corman, mago degli incassi e re dei drive-in, trasformava film cosiddetti di serie B a basso budget in profitti garantiti grazie alle esigue produzioni della American International Pictures (AIP). Ma nel 1959 raggiunse una nuova fase della sua carriera, affermandosi come maestro dell’ironia con questa commedia horror, A Bucket of Blood (Un secchio di sangue), il suo ventitreesimo lungometraggio, nonostante avesse iniziato a dirigere solo quattro anni prima. La sceneggiatura fu scritta in soli cinque giorni e le riprese in altri cinque, con un budget irrisorio di 50.000 dollari. Il film rielabora Mystery of the Wax Museum o anche Wax Museum (La maschera di cera, 1933) di Michael Curtiz in una satira albergata dalla beat generation e ambientata in un caffè della controcultura americana dove un’orda di artisti indossa cardigan, cravatte, berretti e cappelli con stendardi della cavalleria americana.
A Bucket of Blood (qui si può vedere anche sul web) inizia con un primo piano ravvicinato di un poeta nel bel mezzo di una recitazione, accompagnato dalla raffinata colonna sonora jazz di Fred Katz. Con una barba incolta e senza un briciolo di ironia, l’uomo dichiara apertamente e quasi in modo spavaldo: “Life is an obscure hobo bumming a ride on the omnibus of art (La vita è un vagabondo sconosciuto che si fa un giro sull’omnibus dell’arte)”. La sala gremita di artisti accetta la sua ‘messianica’ affermazione, ma nessuno è più convinto di Walter Paisley (Dick Miller), un cameriere dall’aspetto giovanile e curvo, un po’ nerd diremmo oggi, che lo osserva con adorazione sognante. Walter aspira a diventare artista, ma nelle sue mani l’argilla non si modella mai in nulla di più di una massa informe. Tutto cambia una notte, quando uccide per errore il gatto della sua padrona di casa, una donna iperprotettiva, ne modella la carcassa in argilla e la esibisce come una sua creazione originale. La sua opera viene acclamata come un capolavoro da un gruppo di personaggi influenti del caffè, trascinandolo in una spirale di sadismo artistico più inconscio che conscio, sempre in nome dell’arte.

Storicamente, ai suoi contemporanei, gli aspetti commerciali dell’opera di Roger Corman hanno messo in ombra la sua vena artistica. Ma con A Bucket of Blood, l’occhio compositivo e creativo del regista americano compensa i suoi limiti finanziari. La sua rappresentazione degli interni è un dinamismo di luci e movimenti. Durante il primo omicidio di Walter, Corman riprende con angolazioni inclinate, la sua macchina da presa barcolla come un ubriaco mentre una singola luce che proviene dall’alto ruota avanti e indietro, creando un’oscillazione di chiaro-scuri e ombre.
Interpretato magistralmente da Dick Miller con il pathos di un sognatore oppresso, Walter è al contempo assassino e truffatore artistico: infatti compie misfatti ugualmente eclatanti nella scena beatnik. Eppure c’è un’umile sincerità o ingenuità nella sua arte che ne esprime una sorta d’innocenza patologica: un desiderio incrollabile di fare arte a tutti i costi. Il protagonista evoca in qualche modo l’etica dei B-movie, dove gli outsider con scarse risorse creano arte con carne e sangue, senza lasciare che nulla di insignificante, come un budget ridotto, ostacoli le loro creazioni. Per Corman stesso il film è “una commedia satirica horror sull’ambiente dei caffè anticonformista allora in voga […]. Fu come un gioco allegro e chiassoso fin dall’inizio. Il set sembrava una festa, non pareva nemmeno di lavorare […]. Quando un critico scrisse che quel mondo dell’arte era una metafora di quello del cinema, non negai”.
E allora festa mobile sia!
Edizione restaurata 2026; proiettata a Bologna, al Cinema Modernissimo, il 24.06.2026.
A Bucket of Blood (Un secchio di sangue) – Regia: Roger Corman; sceneggiatura: Charles B. Griffith; fotografia: Jacques R. Marquette; montaggio: Anthony Carras; scenografia: Daniel Haller; musica: Fred Katz; interpreti: Dick Miller (Walter Paisley), Barboura Morris (Carla), Antony Carbone (Leonard De Santis), Julian Burton (Maxwell H. Brock), Ed Nelson (Art Lacroix), John Brinkley (Will), John Shaner (Oscar), Judy Bamber (Alice), Myrtle Vail (Mrs. Swickert), Bert Convy (Lou Raby); produzione: Roger Corman per Alta Vista Productions; origine: USA, 1959; durata: 66 minuti.
