Waiting for Ken Loach. Voto **(*) – E’ proprio la cronaca del riscatto, cercato e trovato da queste nuove generazioni, il cuore di Waiting For Ken Loach e di un’esperienza collettiva basata sull’idea di un cinema inclusivo, capace di creare opportunità di socializzazione e condivisione.
Parte da Mesagne, uno dei paesi più popolosi della provincia di Brindisi, la storia di riscatto e speranza raccontata in Waiting for Ken Loach, film documentario diretto da Simone Amendala e da lui stesso prodotto assieme a Floriana Pinto (una delle protagoniste di questa vicenda), che ci racconta di come, tra le vie del paese salentino, siano tornati ad abitare il cinema e la speranza.
Molto tempo fa, anni prima che il Piccolo Cinema Ken Loach aprisse i battenti, per la gioventù locale di opportunità non ce ne erano affatto, figurarsi una sala cinematografica o un corso di teoria del Cinema.

Mesagne, infatti, era tristemente nota alle cronache nazionali per aver dato i Natali alla Sacra Corona Unita e per chi, come Floriana Pinto, cercava opportunità di cambiamento, non rimaneva altro che emigrare. Così, da poco compiuti i venticinque anni, Floriana fugge, o quasi, in direzione Roma: “ho capito che se non lo avessi fatto me ne sarei pentita per sempre”.
Arrivata nella Capitale, ad accoglierla c’è il cinema Azzurro Scipioni – fondato nel 1983 da Silvano Agosti – dove inizia a lavorare come proiezionista. Seguono gli anni universitari, l’incontro con Simone Amendola e il percorso universitario portato a termine con successo. Poi, come spesso capita nelle storie di emigrazione, la terra di origine comincia a esercitare il proprio richiamo, assieme all’idea di offrire ai giovani suoi conterranei quelle opportunità che lei non aveva avuto da ragazza: “se, da adolescente, mi avessero offerto di partecipare a un corso sul cinema, avrei baciato per terra […] Per noi adolescenti era tanta fatica. Ricordo che, durante gli anni del coprifuoco, quello che si poteva fare lo decidevano i nostri genitori ”.

Nasce da questi presupposti la decisione di creare il Meff school Lab, un programma di alfabetizzazione al linguaggio e alla teoria del Cinema, che la giovane docente tiene in orario extra scolastico per i ragazzi di età compresa tra gli undici e i diciotto anni. Senza entrare troppo nei dettagli di una storia che (anche grazie ai mass media) è diventata piuttosto famosa, questo nutrito gruppo di ragazzi è riuscito a riportare il cinema in un territorio dove di sale aperte non se ne vedevano dal 1993, anno di chiusura del Cinema Nibbio.
Intrecciando in un unico racconto i diversi piani temporali e le diverse voci che compongono la vicenda, tra cui figura anche la sua, Simone Amendola (finalista, tra le altre cose, ai Nastri D’Argento nel 2019 con il documentario Nessun nome nei titoli di coda, incentrato sulla vita di Antonio Spoletini, storico collaboratore di Federico Fellini) realizza un documentario corale nel quale alle immagini dei ragazzi impegnati durante le lezioni o durante l’allestimento della nuova sala cinematografica, si alternano quelle di repertorio, della cronaca nera tratte dai TG regionali, oppure sequenze di vita personale dello stesso Amendola e della Pinto, legati da un rapporto sentimentale decennale.
“Sono arrivato a Mesagne, come spesso capita, per questioni sentimentali – racconta Amendola – per poi tornarci più volte” […] “per chi l’aveva vissuto, non era mai davvero possibile affrontare quel passato. Serviva una generazione tutta nuova per poterci riuscire”.

Ed è proprio la cronaca del riscatto, cercato e trovato da queste nuove generazioni, il cuore di Waiting For Ken Loach e di un’esperienza collettiva basata sull’idea di un cinema inclusivo, capace di creare opportunità di socializzazione e condivisione, sorta di filo capace di ricucire le ferite di una comunità. Un cinema che fa pubblico servizio, come fa notare il giovane Mattia, un cinema di impegno sociale che, non a caso, guarda alla figura del regista britannico Ken Loach quale proprio nume tutelare, a cui, per l’appunto, il piccolo cinema di Mesagne è dedicato.
Pur se a volte la pellicola sembra indugiare su una sorta di frattura tra generazioni (con quella dei giovanissimi impegnati nel proprio lavoro di volontariato, mentre le generazioni più anziane sono spesso riprese durante lo svolgimento di funzioni religiose), a Waiting For Ken Loach non manca quella certa freschezza e ingenuità che solo i ragazzi sono capaci di trasmettere, restituendoci la speranza e la possibilità per un futuro migliore.
Waiting for Ken Loach – Regia e sceneggiatura: Simone Amendola; fotografia: Simone Amendola; montaggio: Matteo Serman; musica: Marta Lucchesini; interpreti: I ragazzi e le ragazze del Piccolo Cinema Ken Loach, Floriana Pinto; produzione: Blue Desk; origine: Italia 2026; durata: 78 minuti.
