Festival di Venezia (2 settembre – 12 settembre 2026): La maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu (Orizzonti – Premio Speciale della Giuria e Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima)

La maison du vent. Voto ***. Racconta il Camerun, una casa del vento, e di una donna, Josette, e dei suoi figli andati via a cercare un altro futuro. Il delicato ritratto di una donna di ottant’anni camerunense.

La Maison du Vent

Il Premio Speciale della Giuria e Leone del Futuro – Premio Aurelio De Laurentis miglior opera prima (centomila euro divisi tra produttore e regista) è andato a La maison du vent, delicato ritratto di una donna di ottant’anni camerunense, dei suoi sogni sul ritorno in patria dei sei figli, delle sue attese, dell’incontro casuale con una giovane donna del quartiere.

Josette (Josette Kwanya, madre del regista nella vita reale) ogni giorno si occupa della casa, video-telefona a uno dei figli all’estero (sono sei, ognuno in un posto diverso), chiede quando la andranno a trovare, ascolta delle scuse, dice che si sta occupando dei lavori della casa per loro, nella speranza continua che qualcuno torni a vivere in Camerun con lei. È una donna forte, abituata a far quadrare le cose, ad amministrare una casa con tanti abitanti dentro, a pulire e farsi da mangiare. Ogni giorno apre le finestre e lascia entrare il vento, le tende volano e lei guarda fuori l’orizzonte.

Ogni tanto va in un centro computer per vedere i visi dei figli da uno schermo più grande. Fuori dal negozio una ragazza vende bibite dissetanti ai passanti. È Sarah (Moudjeu Pouadeu), una giovane donna originale, dai modi diretti, affettuosa e scaltra. Un giorno Josette assiste ad una lite violenta della ragazza con i genitori: la trattano male, la insultano, per qualche ragione grave ne prendono le distanze.

Quasi per caso le due donne si avvicinano, Josette con la sua voglia di comunicare, Sarah che lotta contro i pregiudizi e le maldicenze. Hanno modo di farsi del bene reciprocamente, di conoscersi e migliorarsi, di prendersi cura. Josette è abituata alla cura degli altri, non poterlo più fare le procura un dolore profondo, di cui è consapevole ma che non confessa ai figli per non infondere sensi di colpa.

La Maison du Vent

Josette e Sarah di La maison du vent sono entrambe fiere del loro essere, ne fanno il loro punto di forza contro le difficoltà della vita, le separazioni, mantiene vivo il senso di speranza che alimenta lo stare al mondo. La relazione tra le due annulla la distanza, alleggerisce la solitudine individuale e la nostalgia per quei figli dovuti andare a emanciparsi all’estero, che mandano soldi a casa ma questo non ne supplisce l’assenza.

È una assenza di possibilità per chi resta in Camerun, dove Josette si barcamena tra lavori di ristrutturazione, mazzette agli operai e ai poliziotti nella amministrazione pubblica, burocrazia e disonestà. Sarah si arrabatta in attesa di qualcosa, di qualcuno: un amore dalla pelle bianca le fa anelare un andare via che non si esaudirà.

La casa de La maison du vent dove Josette invita Sarah a occupare una delle tante stanze rimaste vuote scricchiola, come suggerisce  il titolo, al suono del vento e della pioggia, sibila segreti, lascia entrare uno spirito birichino che distorce la foto di famiglia appesa al muro ogni giorno e ogni giorno la madre riposiziona dritta: questa è la nostra famiglia, questa è la nostra storia, questa è la nostra casa, sembra ribadire la donna.

Gli anni pesano, la donna fatica, la cura data dovrebbe avere un contraltare nel riceverne in cambio, questo non accade come si desidererebbe, bisogna farsene una ragione, accettare chi non è come noi, provare a cambiare. Nel percorso di conoscenza tra generazioni – Sarah la settima figlia che è rimasta – Josette mantiene lo spirito di mettersi in gioco: bellissima la scena in cui le due insieme cantano e ballano al karaoke nel bar preferito della ragazza.

La storia di Josette e di La maison du vent è la storia dell’esodo dei giovani verso altri luoghi e di chi resta ad aspettare un ritorno: la speranza e la memoria si contrappongono nello sguardo rivolto sulla città che, ogni giorno, la donna compie cercando di darsi una risposta.

La Maison du Vent

La componente autobiografica – Yanghu e i suoi fratelli sono davvero tutti partiti lasciando la madre sola alla morte del padre – amplifica i primi piani sul viso segnato della donna fiera, i silenzi, il punto di vista di chi resta e non accetta la solitudine. L’impianto visivo fortemente documentaristico combina momenti lirici e scene più costruite. La trama procede in maniera lineare con piccolo colpo di scena finale.

Yanghu omaggia la madre che durante le riprese gli diceva sempre «Ce la faremo, porteremo a termine il film», sebbene fosse malata di cancro. Così è stato. Il film c’è, è bello e racconta il Camerun, una casa del vento, una donna e i suoi figli andati via a cercare un altro futuro. La dedica finale de La maison du vent con data di nascita e di morte di Josette Kwanya è molto commovente.


La maison du ventregia e sceneggiatura: Auguste Bernard Kouemo Yanghu; fotografia: Eva Sehet; montaggio: Ewin Ryckaert, Geoffroy Cernaix; musica:  Michel Duprez, Blick Bassy; interpreti: Josette Kwanya, Moudjeu Pouadeu, Adrien Jolivet; produzione: Horizons d’Afrique, La Mansarde Cinéma, Steel Fish Pictures, Merveilles Production, Red Sea Fund, Doha Film Institute; origine: Camerun/ Francia/ Belgio/ Benin/ Arabia Saudita/ Qatar, 2026; durata: 102 minuti.

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