A margem do rio. Voto ***(*). Un affascinate film brasiliano che lavora senza sosta sul significato dei confini, invisibili, in cui mappare gli spazi emotivi dei due protagonisti.

Izaquiel vive a Recife ed è un addetto alle pulizie. Di notte va in cerca di amori clandestini sul margine del fiume dove le mangrovie nascondono segreti e la foresta promette avventure e incontri. Qui si imbatte in Jeremias, che per vivere fa il pescatore e che lo attrae in modo magnetico e misterioso.
“Il colore di questa vita è acqua”, scrive Cormac McCarthy nel suo magnifico romanzo Suttree (1979), storia di correnti limacciose lungo il Tennessee, di una baracca galleggiante ai margini di Knoxville, di un’esistenza borghese lasciata alle spalle per seguire il movimento, il flusso, dove “le forme più primitive sopravvivono”. E pare proprio che Mateus Farias e Enock Carvalho avessero in testa il romanzo del maestro americano tanto il loro A margem do rio – in Concorso a Locarno in quota brasiliana – lavora senza sosta sul significato dei confini, invisibili, che mappano gli spazi emotivi dei personaggi.
“Il nostro è un viaggio fra terra e acqua, luce e ombra, desiderio e paura”, recitano le note di regia e in effetti si può leggere il percorso di Izaquiel come un dentro/fuori dal pantano dell’esistenza, col rischio di sporcarsi, con l’urgenza di farlo, disperatamente alla ricerca della libertà di una rinascita. E di “tornare a nuova vita” è quel che promette la chiesa per cui lavora Izaquiel e quel che assicura il suo pastore, Eurico, che battezza uomini e donne in una vasca d’acqua trasparente, li converte alla sua visione del mondo fatta di promesse future che il suo pupillo, il politico locale Eliel, certamente realizzerà una volta eletto alle prossime elezioni.
A margem do rio sorprende per la capacità di conturbare attraverso un racconto lineare (fin da subito si riconoscono i cattivi della storia e si intuiscono le loro imprese) che non rinuncia a squarci onirici di notevole messa in scena e sotto-trame che amplificano l’universo di Izaquiel portando lo spettatore dentro il carattere mutante di una città che da sempre mescola turismo, commercio e industria, mostrando un volto moderno eppure ancestrale.

Un film, A margem do rio, che si prende il tempo per osservare la storia dall’esterno, quasi fossero gli occhi del protagonista l’unico mezzo per riconoscere la realtà. Izaquiel desidera con la vista, che sia appetito sessuale, rabbia, amore o vendetta, le sue azioni sono il frutto di un rimirare, di un tenersi a distanza per riconoscere prima di ogni altra cosa, il sentimento che gli batte in petto. Jeremias, l’amato che emerge dalle mangrovie ed esiste solo nel buio è il messaggero, una specie di angelo biondo che resta candido pur tenendo i piedi piantati nel fango, che compie gesti estremi in nome della conservazione di un intero universo.
Farias e Carvalho mettono in risalto la contrapposizione di due mondi: da un lato il pastore e il suo gregge di anime sicure di vivere a un passo dalla santità, per le quali l’acqua è sempre limpida; dall’altro Izaquiel, la sua famiglia di T-girl, i genitori distanti: le loro sono maree profonde e oscure che “nascondono coccodrilli” o un gocciolio che batte su una grata chiusa con un lucchetto nel fondo di una stanza buia. Corpi morti, corpi scomparsi, corpi da scoprire e possedere: la carne è la spinta e l’impiccio, quel che può essere cancellato in attesa di una possibile resurrezione.
Del resto, il mondo che combatte Eurico con le parole di Dio e i proiettili nove millimetri della sua glock americana vorrebbero togliere ogni ambiguità all’esistenza, escludere ogni porosità, se il fiume scorre entro il suo alveo, fuori dalle sue sponde tutto deve essere ordinato e inscalfibile. A margem do rio ha il potere di un’ipnosi che nelle sue tonalità grige e notturne, mappa il percorso di liberazione di un giovane incerto e curioso, la cui sete di giustizia si confonde con la paura di vivere fino in fondo la propria natura.
Izaquiel cammina circospetto nella foresta della propria anima in attesa del suo momento che non sarà un fuoco d’artificio, ma una silenziosa immersione, contro ogni pretesa del contemporaneo che esige di reclamizzare ogni nostra scelta. Jeremias è, invece, una guida silenziosa, anacronistica, fantasmatica, animalesca: ritorno a uno stato di natura che non teme le alte maree, ma si lascia trasportare via.
A margem do rio (titolo internazionale: The Riverbank) – Regia e sceneggiatura: Enock Carvalho, Matheus Farias fotografia: Luciana Baseggio; montaggio: Matheus Farias, Will Domingos; scenografia: Maíra Mesquita; musica: IDLIBRA; interpreti: Caique Copque, Ítalo Martins, Artia Lauandah, Renna Costa, Robério Diógenes, Ísis Broken; produzione: Gatopardo Filmes, Moçambique Audiovisual; origine: Brasile/ Germania, 2026; durata: 117 minuti.
