A proposito dello striscione “Pellegrini non è il mio capitano”

Dopo il penalty sbagliato contro lo Sporting Braga, giovedì scorso in Europa League, a Lorenzo Pellegrini mi verrebbe da dire: «Non aver paura di sbagliare un calcio di rigore». Perché se buone dosi di fantasia in mezzo al campo non gli mancano, gli altri due particolari da cui degregorianamente si giudica un giocatore, ovvero il coraggio e l’altruismo, anche quelli ha dimostrato di averli eccome, sempre qualche giorno fa, ma stavolta fuori dal rettangolo di gioco.

E’ accaduto con il discusso messaggio di auguri all’amico e compagno di nazionale Ciro Immobile, via social per il suo compleanno: una foto insieme con sopra la parola «Fratello». Tutto qua, niente di eccezionale. Una cosa piccola, naturale, persino scontata tra due amici. Un gesto che qualcuno non intrappolato in certe logiche malsane di tifo calcistico, faticherà persino – e giustamente – ad associare alla parola coraggio. Che c’è mai di rischioso in un comportamento del genere, anche se il destinatario di quel biglietto virtuale gioca nella squadra rivale della Roma, cioè la Lazio? Ecco, in risposta allo stupito osservatore digiuno di italiche – e non solo – appartenenze a fedi calcistiche – lo striscione con cui alcuni tifosi della squadra della Roma, di cui Pellegrini é diventato da poco capitano, hanno reagito alla carineria del giocatore: «Pellegrini non è il mio capitano». Forse l’autore dell’avventuroso augurio non ci ha nemmeno pensato alle conseguenze di quell’atto semplice e affettuoso, del tutto civile e rispettabile. Ma mi piace pensare che possa aver desiderato che nel calcio di oggi, con tutti i suoi difetti vistosi, almeno certe dinamiche da tifosi radicali, estremisti, esagerati, esagitati, possano essere superate.

Mi piace immaginare che possa aver pensato che è anche tempo di saltare oltre un certo modo ostile di vivere una rivalità che è bella solo se sportiva e giocosa, e che invece si fa assurda e nauseante, dolorosa a vari livelli, quando si sporca di rabbia e di violenza, fosse anche quella sottile di non accettare che un calciatore della Roma faccia gli auguri a uno della Lazio, o della Juve, o che uno del Pisa possa farli a uno del Livorno, o un genoano a quello della Sampdoria. Mi piace pensare che della violenza da anni germogliante intorno al calcio, a partire dalla volgarità di certi cori cantati da migliaia di persone, se ne possa davvero avere abbastanza, e che certi piccoli gesti siano un segnale più o meno inconscio di protesta. Mi va di leggere quell’ingenuo augurio come la vittoria della sincerità sulla furbizia, della spontaneità sul calcolo, della comunione sulla divisione, dell’incontro sullo scontro. Mi fa piacere credere, forse fantasticare, che dietro quel gesto così piccolo ci sia il desiderio di ribellarsi a un’abitudine fastidiosa invece che assecondarla solo perché da sempre va così, perché é tradizione. Uno schema va rispettato se è bello e va cancellato se è sbagliato, o riformato, se non altro, ripulito da certi aspetti beceri, tristi, proprio per difendere la sua parte più più sana e costruttiva. Che nel tifo sono i colori sventolati, le coreografie mozzafiato e una trasferta in ventimila. Sono quell’amore un po’ matto per la tua squadra che ti accompagna da una vita in modo spontaneo e vero come poche altre cose. E’ probabile che Lorenzo Pellegrini, che sempre degregorianamente indossa la maglia numero 7, abbia scritto il post senza pensare a nulla di tutto questo. Che abbia digitato e pubblicato in pochi istanti. Però il suo gesto è bello, e come dire, è servizio pubblico e va difeso. E se mi chiedessero se sono d’accordo con la fascia che porta al braccio quando scende in campo la domenica o il giovedì, direi che si, per me va bene, benissimo, che sia lui il mio capitano.

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