All Shall Be Well di Ray Yeung (Festival di Berlino – Panorama) – Vincitore del Teddy Award

È dal 1987 che a Berlino si attribuisce il cosiddetto Teddy Award, il film migliore dedicato a tematiche LGBT, un ambito nei confronti del quale il Festival della capitale tedesca ha mostrato da sempre una speciale attenzione. Quest’anno, giustamente, il premio è andato a un delicato film di Hong Kong (distribuito dalla potente Films Boutique tedesca, che i film raramente li sceglie a caso) intitolato All Shall Be Well come a dire, Tutto andrà bene. Ora, un film che possiede questo titolo, non può non far pensare che le cose stiano esattamente in modo opposto. Del resto, rimanendo in Italia, pensiamo a Stanno tutti bene di Giuseppe Tornatore (1990) o anche ad A casa tutti bene di Gabriele Muccino (2018). La situazione è nell’uno come nell’altro caso totalmente fuori controllo. Ed è questo anche il caso del film di Ray Yeung, regista attivo da una ventina d’anni, specializzato in film con tematiche, appunto, LGBT, fra i quali giova ricordare gli ultimi due Front Cover del 2015 e Suk Suk del 2019.

Il film inizia in modo gioioso con una cena festiva (è la festa di Mezzo Autunno) a casa di una coppia di donne sulla settantina: Angie (Patra Au Ga Man) e Pat (Maggie Li Lin Lin). È invitata la famiglia di Pat, composta da fratello, moglie del fratello, i loro figli, una figlia con marito e bambini, e un figlio che vive ancora in casa e sembra un po’ un bamboccione nerd. L’atmosfera è molto gradevole, delle due donne della coppia è certamente Angie, la “parente” acquisita, la più socievole. Come spesso accade nei film cinesi, si mangia molto e molto a lungo, ma si scherza e si gioca. Dopodiché i parenti di Pat se ne vanno e c’è da rimettere le stoviglie a posto in cucina. Lo fa Angie, mentre Pat, che è più stanca, se ne va in camera. Quando Angie, terminato il lavoro, la chiama, Pat non risponde. È morta di colpo, lasciando la povera Angie profondamente addolorata e smarrita, perché era un amore vero, il loro. Peccato che quell’amore non sia mai stato regolarizzato. Né so dirvi se a Hong Kong lo si possa regolarizzare, se due persone dello stesso sesso si possano sposare. Il fatto è che non solo il legame non era regolarizzato, ma Pat non aveva lasciato alcuna disposizione testamentaria, o meglio – come apprenderemo più avanti – l’aveva abbozzata (ne esiste un draft nel computer di una sua amica avvocata) senza poi depositarla da un notaio. E Pat di quella coppia è la persona ricca, dotata di proprietà, mentre Angie è quella povera.

Si può intuire che cosa succederà da qui in avanti: a partire dalle modalità del funerale (Angie sa che Pat voleva essere cremata, e fin qui nulla di strano, ma voleva assolutamente che le ceneri venissero sparse al lago) e proseguendo ben oltre, Angie viene a poco a poco delegittimata, estromessa, esclusa. La famiglia, fin qui così gentile e affettuosa, si pone, a diversi livelli di ostracismo, in netta e chiara opposizione alla povera “vedova”, a cui non viene riconosciuto diritto alcuno.

Inutile dire che l’abilità di Ray Yeung è stata quella di affrontare un tema che nel nostro universo, indipendentemente dalle latitudini, è divenuto di capitale importanza. Che diritti hanno le compagne/i compagni, appartenenti allo stesso sesso del defunto/della defunta, le “vedove” e i “vedovi” appunto, laddove la relazione non è stata istituzionalizzata, perché non si è voluto, non se ne è avuto il tempo o, come avviene in molti paesi, perché non è consentito? Ovviamente la stessa questione riguarda anche le coppie eterosessuali non sposate. Tutte/i costoro sono alla mercé del buon cuore dei parenti del defunto/della defunta. E in questo caso i parenti della defunta di buon cuore ne hanno davvero pochino, tanto che Angie rischia di essere spedita fuori dalla casa dove la coppia aveva vissuto. Non era una casa mirabolante per carità, ma era un tetto sopra la testa, pur in un quartiere squalliduccio di Hong Kong, una casa densa di ricordi di una vita trascorsa insieme.  Alla fine comunque Angie vince la sua piccola battaglia personale e ottiene dalla renitente famiglia, in cambio della cessione dell’appartamento – dopotutto nella lettera Pat l’aveva nominata erede – di poter spargere le ceneri di Pat al lago come avevano deciso di fare. Angie tornerà ad abitare fuori città, in una zona rurale, insieme agli anziani genitori. Mamma mia, che tristezza.

Il film non è particolarmente originale sul piano della forma e della struttura, è ispirato a un nobile realismo, ma è dotato di una eccellente sceneggiatura ed è anche capace di introdurre nel testo una sorta di mondo ideale, alternativo, costituito da una forte e solidale comunità di donne gay che supportano la povera Angie, triste e abbandonata. Sicuramente si tratta di un buon film, giustamente premiato, che con un po’ di coraggio potrebbe anche arrivare in Italia, data la notevole valenza universale del tema affrontato.


All Shall Be Well – Regia, sceneggiatura: Ray Yeung; fotografia: Leung Ming Kai; montaggio: William Chang Suk Ping, Lai Kwun Tung; interpreti: Patra Au Ga Man, Maggie Li Lin Lin, Tai Bo, Leung Chung Hang; produzione: New Voice Film Productions; origine: Honk Kong, Cina 2024; durata: 93 minuti.

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