Ballad of a White Cow

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Il concorso di questa strana Berlinale online 2021 si sta rivelando davvero di livello buono, a tratti ottimo. Fra gli ottimi c’è anche Ghasideyeh gave sefid alias Ballad of a White Cow , un film – come stupirsene ormai? – iraniano, opera di due registi, un uomo (Behtash Sanaeeha) e una donna (Maryam Moghaddam), al loro secondo film a quattro mani, il primo essendo stato The Invincible Diplomacy of Mr. Naderi , un documentario su un uomo che si è intestardito a cercar di metter pace fra USA e Iran. Moghaddam è in primo luogo un’attrice (per esempio di Closed Curtain di Jafar Panahi, passato a Berlino nel 2013, oltreché del primo film che il suo co-regista ha girato da solo, intitolato Risk of Acid Rain ), ed è la straordinaria protagonista di questo film. Sanaeeha è giunto al terzo film, dopo aver girato i due summenzionati.

Il titolo La ballata della mucca bianca fa riferimento a una sura del Corano, riportata in esergo: “E quando Mosè disse al suo popolo: «Allah vi ordina di sacrificare una giovenca!». Risposero: «Ti prendi gioco di noi?»”, ciò che allude a un sacrificio inutile, a un’ingiustizia compiuta. Il film si apre in un carcere di massima sicurezza alle porte di Teheran, forse chissà il medesimo che era al centro del film che l’anno scorso vinse a Berlino There Is No Evil e che per le note ragioni purtroppo non è ancora circolato nei cinema internazionali. La protagonista Mina va a trovare il marito, anche se non è giorno di visita la fanno entrare, in via eccezionale, perché di lì a poco Barak verrà giustiziato. Ed è quanto subito dopo accade. Mina lavora alla centrale del latte e vive con la figlia sordomuta, una ragazzina cinefila che passa le sue giornate davanti alla TV a guardare film e chiede continuamente di andare al cinema, che si chiama Bita, così l’aveva voluta chiamare il padre, cinefilo a sua volta, riprendendo il nome della protagonista dell’omonimo film del 1972 di Hajir Darioush, uno dei precursori della New Wave iraniana e interpretato dalla star del cinema iraniano pre-rivoluzionario, la cantante pop Googoosh – un film simbolo quindi del cinema progressista ma laico. Non solo Mina ha perso il marito accusato di omicidio ma dichiaratosi innocente, ma è anche continuo oggetto di pressione da parte del cognato, il fratello di Barak che agisce anche a nome del suocero, i due vorrebbero sottrarle la custodia della figlia, non tanto perché il magro stipendio non le permetta di garantire una vita onorevole, quanto perché una madre vedova con figlia non viene ben vista, né da loro, né più in generale dalla società, al punto che il padrone di casa la caccia, malgrado nel frattempo si sia venuti a sapere che la condanna a morte era ingiustificata e che l’assassino era un altro, ciò che getta Mina ancor più nello sconforto, alla disperata ricerca di risarcimenti e soprattutto scuse ufficiali.

Fin quando non arriva a bussare alla porta uno sconosciuto di nome Reza Esfandiari (come lo Scià il nome, come Soraya il cognome) che si spaccia per un amico di Barak, che sostiene di dovergli una somma, che si offre di aiutare Mina e la figlia mettendo a disposizione un appartamento sfitto, ma che in realtà è un uomo a pezzi, ha ben altro da nascondere. Poiché il punto di vista della narrazione da qui in avanti cambia vagando ora dalla protagonista ora a Reza, lo spettatore si troverà ben presto nella condizione di saperne di più della protagonista e di assistere al lento, delicato avvicinamento fra i due personaggi, senza che Mina sappia chi si è messo in casa. Quel che entusiasma del film sono i piccoli, minuscoli dettagli di una sceneggiatura perfetta, di una regia perfetta che si muove, per carità, nell’ambito di un tradizionale cinema definibile come neo-realista, ma averne di film così. Ricorderemo due scene, senza rivelare il mistero: la prima quando Mina decide di entrare nella stanza di lui, si mette davanti allo specchio, si dà il rossetto e si toglie il velo; la seconda quando Mina capisce la verità: la macchina da presa si muove di lato fino a inquadrare Reza fermatosi a un chiosco a prendere dell’acqua e compie lo stesso movimento all’indietro tornando ad arrestarsi sul volto di lei. Signori miei: questa è regia, questa è sceneggiatura, questa è recitazione per sottrazione, questo è il meglio del cinema iraniano, di cui bisognerebbe capire il genoma, perché ogni volta che capita di vederne uno ci pare eccellente (per non tornare troppo indietro ricordiamo tre mesi fa il film che ha giustamente vinto al Torino Film Festival che si chiamava Botox ) (http://www.close-up.it/botox-concorso).

Ora, il fatto che il festival sia online, un vantaggio forse ce l’ha, ossia che i due registi magari a Berlino non sarebbero proprio potuti venire, come era accaduto l’anno scorso a Mohammad Rasoulof, perché, diciamolo chiaramente, il regime non è che ci fa un gran figurone: errori giudiziari, giudici corrotti, morti per overdose, il velo tolto, per non parlare, più in generale, del livello di discriminazione nei confronti delle donne, ben oltre – ci pare di poter dire – quanto previsto dalla legge islamica.


Ghasideyeh gave sefid – Regia: Behtash Sanaeeha, Maryam Moghaddam; sceneggiatura: Behtash Sanaeeha, Maryam Moghaddam, Mehrdad Kouroshnia; fotografia: Amin Jafari; montaggio:Ata Mehrdad, Behtash Sanaeeha; interpreti: Maryam Moghaddam (Mina), Alireza Sanifar (Reza), Pourya Rahimisam (il fratello di Babak), Avin Pourraoufi (Bita), Fraid Ghobadi (il collega di Reza), Lili Farhadpour (il vicino di Mina); produzione: Filmsazan Javan, Teheran, Caractères Productions, Paris ;origine: Iran, Francia, 2020; durata: 105’.

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