Festival Bergamo Film Meeting 44°: Ceux qui veillent (Coloro che vegliano) di Karima Saïdi (Visti da Vicino)

Ceux qui veillent

Ceux qui veillent (Coloro che vegliano) della regista belga Karima Saïdi, dedicato a “chi sta vivendo un lutto”, in Concorso nella sezione documentaria “Visti da vicino”, fin dalla prosa poetica del titolo è una delle sorprese di questa edizione del Bergamo Film Meeting. Come anche nel precedente lavoro, A way home (2020), Saïdi racconta qualcosa di personale e che riguarda il rapporto con la madre: come altre immigrate radicate (ed esiliate) nel Belgio contemporaneo, la donna aveva espresso il desiderio di essere sepolta nel cimitero multiconfessionale di Bruxelles.

A Bruxelles, infatti, città influenzata da flussi migratori di lungo corso, esiste un cimitero multiconfessionale dove è possibile vegliare, nella propria lingua e secondo riti non cristiani, sui cari defunti. Un luogo in cui immigrati arabi o africani, sepolti nel paese d’accoglienza, possono continuare a esistere e a dialogare con i vivi, in uno spazio in cui il métissage diventa anche il dispositivo o il ponte tra passato e presente, tra storia singolare (spesso oscurata) e condivisione plurale, tra reale e immaginario. Un microcosmo in cui la riscoperta intima ed espansa del rituale e dell’incontro risuonano nel documentario di Saïdi come presa di parola e come forma prossima al cinema di poesia. 

Tramite i racconti delle persone e una drammaturgia minima, ritmata da un impercettibile e delicato montaggio interno, il documentario indaga il lutto ma anche la possibilità di avere ancora un rapporto inventivo e poetico con il reale che si racconta – in questo caso un luogo evocativo ma anche un campo percorso da fratture e disuguaglianze. Un modo, questo, con cui anche simbolicamente trasformare il limite in un varco.

Con il tempo lungo della conoscenza e dell’ascolto (delle persone e del luogo), che è quello della realizzazione del lavoro di Saïdi, ci si ritrova, appunto, non solo a seguire l’organizzazione materiale di un cimitero multiconfessionale, e prima ancora il lutto della regista, ma anche a partecipare all’attivarsi di processi di liberazione del passato nel presente- percorsi da vivi e morti, da storie quotidiane e da soggettività plurali che fioriscono, come accade ogni giorno anche alle corolle e alle erbacce, riprese in Ceux qui veillent in una luce tenue o calda, a seconda dell’ora.

Un bagliore, in qualche modo, che non smette di diffondersi dalla relazione che la regista, con delicatezza e coraggio, intreccia con le persone e con le immagini (magnifiche): come talvolta accade con qualcosa di prezioso o con qualcuno che, seppure da lontano, con le ali impigliate nel tempo, non ci abbandona. La memoria come corpo vivo e il cinema come forma di cura e testimonianza di una persistenza, soglia per una luce che appunto non smette di ravvivare, e rendere presente, il passato e le vite che ne hanno tracciato il corso.

Non è facile rapportarsi con il racconto della morte di una persona cara, che include la paura di tradirne o di perderne il ricordo, i tratti del volto; e non è facile nemmeno raccontare il conseguente periodo di perdita e spiazzamento, quel sentirsi abitati, e talvolta agiti, dai fantasmi – nel lutto c’è sempre anche in atto una riconfigurazione del rapporto con il dispositivo del controllo. Soprattutto il lutto, nell’attuale società dominata da individualismo, rimozione e colonizzazione delle vite (sempre più esposte e nude), risulta un qualcosa da dover marginalizzare o circoscrivere in convenzioni sociali fittizie -un qualcosa che va privato del diritto di farsi esperienza. Ecco allora che la regista, agendo un sapere insieme estetico ed etico, sceglie di tessere un percorso più largo e più politico: partendo da una vicenda personale di perdita, arriva a raccontare i differenti modi e rituali del lutto di una comunità multiculturale, in tal modo suggerendo il senso, e il desiderio, che ruota attorno alla ricerca di pratiche di solidarietà e di una prima persona collettiva -che significa anche un modo specifico sia di vivere le relazioni che di ecologia nel fare-mondo.Ceux qui veillent

Saïdi, con una processualità e cadenza corale, alterna nel suo Ceux qui veillent i vari racconti dei vivi, sui cari morti, con il brulichio della natura che popola a sprazzi il cimitero, ripresa con inquadrature fisse e in un tempo lungo, in tal modo amplificando il senso di come una traccia, da forma di sopravvivenza, possa farsi anche espressione di rinascita.

Un lavoro documentario, questo, partecipativo e insieme concettuale, mosso da una sincerità – lo testimonia il tema scelto – e da una ricerca formale di cui è emblema la stessa pluralità linguistica. Il linguaggio esplorato, in questo senso, è quello di farsi parlare dalla lingua (mondo) dell’altro, e di conseguenza di dare voce nuova, poetica appunto, anche a spazi, oggetti e gesti.

Ecco allora che fuori da qualsiasi stereotipo, tramite lo sguardo sensibile e il punto di vista decentrato e privo di retorica adottato dalla regista, il cimitero sconfina dal suo luogo di appartenenza divenendo quel di più di reale in grado di aprirsi, come accade in una eterotopia, al luogo dell’altro e della possibilità.

Immagine come soglia – ce ne sono molte in questo Ceux qui veillent -, in grado di intercedere verso i bordi, non omogenei né sovrani, di un’esperienza condivisa tesa a testimoniare, ricordare e immaginare.


Ceux qui veillent (Coloro che vegliano) – Regia e sceneggiatura: Karima Saïdi; fotografia: Caroline Guimbal; montaggio: Yael Bitton, Frédéric Fichfet, Karima Saïdi; musica: Lucas Lauwers; suono: Quentin Jacques e Nicolas Pommier; produzione: Dérives, Sophimages, CBA-Centre de l’Audiovisuel à Bruxelles; origine: Belgio/ Francia/ Quatar, 2025; durata: 88 minuti.

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