Si prepari lo spettatore: Chopin – Notturno a Parigi che vi presentiamo è un film d’autore est europeo, lontanissimo dalla grammatica hollywoodiana a cui i nostri occhi sono per lo più abituati, date le dosi massicce di audiovisivo made in Usa che inonda i nostri schermi grandi e piccoli. Un film sontuoso ma prolisso, cui difetta il ritmo del decoupage invisibile e fluido del prodotto medio cine-televisivo mainstream. Dentro al quale, tuttavia, lo spettatore paziente, se avrà il tempo di dare tempo al tempo potrà trovare diverse piacevoli sorprese.
Un travelling tra pizzi e crinoline ci porta immediatamente in medias res dentro un ovvio period drama XIXe siècle: lo si scrive in francese perché il film è ambientato a Parigi (e recitato in francese, polacco, spagnolo, e pure italiano nell’eloquio di un barbiere, etc.) dove il giovane ma già esperto compositore polacco Fryderyk Chopin vive da tempo a stregua di dandy tombeur de femmes, come una rock-star ante litteram, assieme al coevo collega ungherese Franz Liszt. E’ Chopin, Notturno a Parigi di Michał Kwieciński, in arrivo nelle sale italiane dal 26 febbraio grazie a Europictures, dopo esser stato presentato in anteprima romana presso il Cinema Barberini, In collaborazione con l’Istituto Polacco di Roma.
Accade oggi, nell’anno in cui queste atmosfere sono tornate in auge dopo le ben tre stagioni di Bridgerton, di cui è da poco uscito il secondo volume della quarta. E nei mesi in cui su Sky è tornato a stupire la corte col geniaccio ribelle di Wolfgang Amadeus Mozart, 40 anni dopo il capolavoro diretto nel 1984 da Miloš Forman, con Paul Bettany al posto di Murray Abraham nel ruolo di Antonio Salieri, sempre roso dall’invidia verso il più giovane e geniale rivale.
Il compositore polacco viene rappresentato come un giovanotto vitale e brillante, totalmente inserito dentro la garrula mondanità dell’alta società parigina; niente a che vedere col pensoso artista romantico, tormentato da spleen e struggimento. E la macchina da presa in perenne movimento ne tampina ed enfatizza la vivacità a colpi di carrellate kubrickiane e piani sequenza che partecipano della joie di vivre dell’artista e del suo entourage, immergendo lo spettatore nelle sue spire. Perché va subito sottolineato che il regista in oggetto sa come tenere in mano la cinepresa e soprattutto come muoverla sapientemente. E la reference del cult-movie di Forman sopravvive naturalmente, almeno nella interpretazione sopra le righe e carica di grimaces di Eryk Kulm che strabuzza gli occhi come lo spiritato Tom Hulce nel summenzionato Amadeus. Non solo: il regista polacco, già apprezzato per aver prodotto Walesa: uomo di speranza del noto connazionale Andrzej Wajda, parrebbe essere interessato a ritrarre soprattutto le pulsioni erotiche del soggetto biografato, che è raffigurato come un impenitente libertino, incapace per sua stessa ammissione di innamorarsi e tanto meno di metter su famiglia. Schermaglie sensuali che finiscono per contagiare anche le interlocuzioni verbali con le devote alunne, spesso frementi; oltre che la cinepresa di Kwieciński che lo asseconda con gaia complicità. Ma l’amore quello vero scatta solo con George Sand, anticonformista scrittrice e giornalista francese dell’epoca, che lottò per i diritti delle donne e la giustizia sociale distinguendosi per lo stile di vita indipendente; la quale però, in un accesso di sconforto, gli rimprovera, delusa, le seguenti lapidarie parole: “Tutto ciò che per te conta è la musica e la tua malattia, e io sono destinata a perdere contro entrambe”.
Ciò perché, al termine del primo atto, gli viene diagnosticata, ancora giovanissimo, la tubercolosi, malattia per la quale allora si moriva, piuttosto rapidamente. Qui cambia il mood del protagonista e del film, che diventa un disperato countdown verso il verdetto inesorabile scritto dentro il codice genetico di quel batterio letale, che nella seconda metà dell’Ottocento consentiva “pochi mesi di vita”, come gli riferisce la voce glaciale di un medico impassibile. Un minuetto scritto sullo spartito delle sue immortali composizioni, che vorticano sugli abissi di una fine certa e inesorabile. Sancendo, infine, il molto romantico concetto che il solo amore per un artista così è la musica; la quarta Arte con la a maiuscola, secondo la celebre teorizzazione del critico Ricciotto Canudo nel suo noto saggio Il Manifesto delle Sette Arti. E allora, in un gioco di corrispondenze dagli echi fatali, anche la Parigi gaudente delle corti reali si tramuta in un lazzaretto a cielo aperto corroso da un’epidemia di colera, che si pone come livido correlativo oggettivo del male mortale dell’artista.
Eryk Kulm
Da sottolineare la performance superlativa dell’interprete protagonista, Eryk Kulm, capace di restituire tutte le sfumature della palette recitativa di un attore, dalla gaiezza frivola alla muta disperazione, dimostrando di possedere una più che discreta tecnica esecutiva da pianista; pure grazie al trucco prostetico che aiuta a sospendere del tutto l’incredulità nel racconto del deperimento organico che il decorso diagnostico della tbc inesorabilmente determina. Un deterioramento progressivo che disegna la traiettoria di un tragico calvario di cui la pellicola descrive tutte le penose stazioni, senza censure, in una deriva stilistica che derapa negli stilemi dell’horror materico, fatto di spasimi disumani lacrime disperate e sangue a fiotti, quasi come in un gore per nulla soprannaturale. Una discesa agli inferi che tocca le più svariate bolge infernali, ivi compreso il ricorso a sciamani e fattucchieri che già allora svillaneggiano la scienza medica a favore di bislacche (ma assai praticate: Flaubert docet) cure alternative.
Dal punto di vista produttivo, ci troviamo di fronte a uno sforzo titanico: 17 milioni di euro di budget (una delle produzioni polacche più costose di sempre), migliaia di comparse, centinaia di veicoli d’epoca e un reparto costumi che ha attinto da otto diverse case di noleggio europee. Tuttavia, è proprio qui che il film mostra il fianco. Al netto della magnificenza dei comparti tecnici e della presenza carismatica di attori come Lambert Wilson (un Re Luigi Filippo che porta con sé l’eleganza del grande cinema europeo), l’opera finisce per soccombere sotto il peso della propria opulenza. La narrazione risulta al postutto farraginosa, se non persino qua e là tediosa, vittima di un gigantismo produttivo che ne rallenta e in parte compromette il ritmo vitale.
In sala dal 26 febbraio 2025.Chopin – Notturno a Parigi (Chopin, Chopin!) – Regia: Michał Kwieciński; soggetto e sceneggiatura: Bartosz Janiszewski; fotografia: Michał Sobociński; montaggio: Piasek & Wójcik; musica: Robot Koch; scenografia: Katarzyna Sobańska, Marcel Sławiński; costumi: Magdalena Biedrzycka, Justyna Stolarz; interpreti: Eryk Kulm, Lambert Wilson, Joséphine de La Baume, Martyna Byczkowska, Victor Meutelet, Maja Ostaszewska, Karolina Gruszka, Dominika Ostalowska, Kamil Szeptycki, Veronica Szawarska, Mario Fuchs, Michal Pawlik; produzione: Michał Kwieciński, Małgorzata Fogel-Gabryś per Akson Studio; origine: Polonia 2025; durata: 133 minuti; distribuzione: Europictures