Nina Roza di Geneviève Dulude-De Celles (Premio per la sceneggiatura)


Nina Roza di Geneviève Dulude-De Celles è un’opera che trasforma l’arte in uno strumento di misurazione dell’esistenza: non semplice espressione estetica, ma metrica sensibile capace di registrare aspirazioni, ferite, nostalgie e desideri. Fin dalle prime sequenze il film chiarisce la propria natura: non racconterà soltanto una storia, ma tenterà di accordare lo spettatore al diapason emotivo dei suoi personaggi.

Il protagonista, Mihail, curatore d’arte bulgaro emigrato a Montréal, viene incaricato di tornare in patria per verificare il talento di Nina, bambina prodigio della pittura divenuta virale online. Il viaggio professionale è in realtà un pretesto esistenziale: la lingua condivisa e l’origine comune diventano la soglia attraverso cui riattraversare una vita lasciata indietro. Il film si apre con una scena domestica segnata dal lutto –  la figlia e il nipotino ascoltano la musica della moglie scomparsa – che imprime subito una ferita silenziosa nel personaggio e prepara lo spettatore a un racconto in cui ogni immagine sarà un ricordo latente.

Il ritorno in Bulgaria diventa così un ritorno stratificato: riemergono gli abbandoni, il dolore dell’emigrazione, il senso di colpa verso la famiglia lasciata e il conflitto con la sorella, destinato a trasformarsi in una lenta riconciliazione. In parallelo, l’incontro con Nina — incarnazione quasi mistica del talento puro — agisce come specchio retrospettivo: osservando i suoi quadri, Mihail sembra osservare se stesso prima della partenza, prima delle rinunce, prima della diaspora.

La struttura narrativa si dispiega su due traiettorie complementari. Da un lato la linea esterna dell’indagine artistica, che esplora il sistema dell’arte contemporanea e il valore del talento infantile; dall’altro la linea interna del ritorno emotivo, dove la memoria diventa protagonista assoluta. Ogni scena artistica ha un’eco biografica, ogni giudizio estetico coincide con un’autovalutazione morale. L’arte non è l’oggetto del film: è il dispositivo attraverso cui il film pensa.

Nina Roza
      Chiara Caselli

Dulude-De Celles adotta una regia contemplativa, fatta di silenzi, attese e sguardi, lasciando che siano i gesti a parlare. La macchina da presa osserva come farebbe un restauratore: con rispetto e distanza, cercando crepe invisibili sotto la superficie. Questo stile rarefatto costruisce un tempo dilatato in cui passato e presente non sono separati ma coesistono, proprio come strati di colore su una tela.

Il tema centrale si cristallizza progressivamente in un dilemma universale: la libertà coincide con la fuga o con la fedeltà alle proprie radici? Il film non offre risposte, ma suggerisce che ogni scelta implica una perdita, chi parte perde i luoghi del cuore, chi resta perde le possibilità. Solo l’arte sembra capace di conciliare queste dimensioni opposte, diventando l’unico spazio dove libertà e appartenenza non si escludono.

Pur ambientato nel mondo artistico, Nina Roza è soprattutto un film sulla memoria e sul tempo. L’indagine sul talento della bambina funziona come detonatore narrativo: ciò che esplode davvero è il passato del protagonista, che riaffiora intatto e doloroso. L’opera non racconta l’arte contemporanea, ma la funzione esistenziale dell’arte — quella di rivelare ciò che dentro di noi continua a vivere anche quando crediamo di averlo lasciato indietro.

In definitiva, si tratta di film un delicato e stratificato che usa la pittura come linguaggio emotivo universale e il viaggio come dispositivo di conoscenza interiore. Più che una storia, offre un’esperienza sensoriale e riflessiva: un cinema che non spiega la vita, ma la misura.


Nina RozaRegia e sceneggiatura: Geneviève Dulude-De Celles; fotografia: Alexandre Nour Desjardins; montaggio: Damien Keyeux; musica: Joseph Marchand; scenografia: Laura Nhem; interpreti:Galin Stoev (Mihail), Ekaterina Stanina (Nina), Sofia Stanina (Nina), Chiara Caselli (Giulia Mancini), Michelle Tzontchev (Rose), Christian Bégin (Christophe), Nikolay Mutafchiev (Bogdan); produzione: Fanny Drew, Sarah Mannering, per Colonelle Films; origine: Canada/Italia/ Belgio/ Bulgaria, 2026 durata: 104 minuti.

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