Dead for a Dollar di Walter Hill

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Su un sole sparato che ammanta di giallo lo schermo e si sovrappone al desertificato paesaggio sottostante rendendolo quasi un tutt’uno indistinto con il cielo dall’aria arsa, si apre il ritorno al cinema western di Walter Hill, uno dei grandi esponenti del cinema della New Hollywood in bilico tra la cifra autoriale degli anni ’70 nel confronto con i generi classici e la rifondazione di un immaginario spettacolare negli anni’ 80: a quasi vent’anni dal mix irresistible tra dinamismo vitalistico e lucidità crepuscolare di Ancora vivo-Last man standing (1996), Dead for a Dollar cerca di confrontarsi con le nuove forme e le nuove istanze del più classico e autoctono dei generi, che peraltro Hill ha sempre rielaborato in chiave contemporanea e metropolitana ( I guerrieri della notteStrade di fuoco come parafrasi di un’etica e di un’estetica fordiane, aggiornate al tempo di una febbricitante messa in discussione di idoli, valori e visioni).

A proposito di valori, anche Dead for a Dollar mette subito in scena un mondo in cui la vita può essere persa o tolta nell’attimo bruciante di una partita a carte finita male o di un tradimento coniugale (la scena immediatamente successiva all’overture di sole e terra bruciata, è quella di un chirurgico omicidio per procura, mostrato prima fuori campo e poi in un flashback in bianco e nero da parte del bounty killer che l’ha compiuta). Se volessimo giocare semplicemente con le scelte dei titoli, potremmo dire che più che ormai abbiamo definitivamente attraversato il guado dell’hawksiano Rio Bravo e quel dollaro d’onore ha impantanato e problematicizzato il proprio respiro epico nelle contraddizioni politiche e sociali (un certo discorso sulla frontiera che fa Hill è in qualche modo debitore della contro retorica di Sam Pechinpah, tra Il mucchio selvaggio e Voglio la testa di García).

I due antagonisti: Christoph Waltz e William Dafoe

Date le premesse e le ambizioni, Hill costruisce un racconto dove questo potenziale possa compiersi : c’è un ladro di cavalli e un rapinatore di banche (William Dafoe) che vuole la sua vendetta contro il cacciatore di teste che lo ha catturato (Christoph Waltz), a sua volta ingaggiato da un imprenditore per ritrovare la moglie (apparentemente) rapita da un soldato nero disertore e portata oltre il confine tra Stati Uniti e Messico; c’è il boss messicano con al seguito il suo esercito di scagnozzi, la collusione con la polizia locale e lo spudorato affarismo con i gringos americani ed europei. Un intreccio complesso talvolta da seguire nelle molteplici dinamiche, con una calcolata e  schematica alternanza di azione e dialogo, mantenuta da una luce costantemente virata sul giallo dell’incipit, come a sancire la presenza di figure in bilico tra un passato fantasmatico e sbiadito (come una vecchia fotografia sovraesposta) e un presente generativo e pulsante, forse più dichiarato che sentito ed espresso. Il dialogo in prigione tra i due soldati neri, il disertore e il suo ex amico ora assoldato dai bianchi per esserne il carceriere, offre probabilmente spunti di riflessione più significativo ed incisivi, rispetto ad una storia dei neri afroamericani nell’esercito federale durante la guerra civile, del pomposo e retorico Glory-uomini di gloria(1989, diretto da Edward Zwick): un momento in cui, con sottigliezza, vengono mostrate le dinamiche di sfruttamento e manipolazione alle quali i neri schiavizzati furono sottoposti per soddisfare gli interessi e le speculazioni del nascente capitalismo anglofono e bianco (solo la comunità latina sembrava poter opporre una resistenza all’invasione yankee, sempre nel segno della forza e della violenza, pagando poi con lo sterminio e la sottomissione dei più deboli e la svendita delle ricchezza naturali nella complicità con la criminalità organizzata); Rachel, il personaggio femminile, esprime a sua volta una fierezza che coniuga lo spirito di certe eroine dell’iconografia mitica di un west tra minimalismo domestico e grandiosità dello spazio esterno (le rosse indomabili Maureen O’Hara e Rhonda Fleming, per esempio) con la modernità protofemminista, non priva di un’ ambiguità tra reticenza e desiderio, di alcuni personaggi emersi in altre, spericolate variazioni western. E vengono in mente le donne non conformi di Jane Campion: la Kate Winslet di Holy Smoke e la Kirsten Dunst de Il potere del cane, entrambe resistenti al plagio e all’oppressione maschili con la forza della seduzione agita e non subita. Si ha però la sensazione di un eccesso di tematizzazione in questa sorta di sunto delle prospettive drammaturgiche della storia, che inibisce un coinvolgimento viscerale e si fa ammirare per una maestria rasente un formalismo stilistico e una prevedibilità narrativa. Ma in un cineasta titanico e al tempo stesso fluviale come Walter Hill non possiamo escludere la necessità di svelare l’essenza derivativa e compilativa dell’immaginario proprio e altrui, in uno scenario reiteratamente post, da Last man standing, sopravvissuto a se stesso e alla propria poetica.

A prescindere da tutto questo, rimangono pochi istanti di ciò che trafigge veramente, da sempre, nel suo cinema coriaceo e impattante: un colpo di pistola, la polvere da sparo, il rumore di un corpo che cade.


Dead for a dollar Regia e sceneggiatura: Walter Hill; fotografia: Llyod Ahern II; montaggio: Phil Norden ; musica : Xander Rodzinski; interpreti: William Dafoe, Christoph Waltz, Rachel Brosnahan, Brandon Scott, Benjamin Bratt; produzione : Berry Meyerowitz, Kirk D’Amico, Jeremy Wall, Carolyn McMaster, Neil Dunn; Origine: USA, 2022; durata : 114 minuti.

 

 

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