Deep Quiet Room
Deep Quiet Room, primo lungometraggio di finzione di Shen Ko-shang, si apre su una stanza silenziosa di una biblioteca universitaria, dove vediamo Yu-ming e Yi-ting, i due protagonisti di questo dramma con toni bergmaniani, incontrarsi per la prima volta, seduti a consultare dei libri. Due gli elementi che, evitando i cliché di una narrazione retorica, emergono subito: l’uno è lo sguardo del regista che appare nel campo visivo, con un’inquadratura “nascosta” dietro uno scaffale dove sono collocati dei libri e dove la mdp si muove in modo appena avvertibile. L’altro, più simbolico, riguarda l’avvicinamento tra lei e lui: l’accidente che li spinge a scoprirsi dal reciproco silenzio è infatti uno strano e stridulo suono, usato dai due come fosse un segnale morse, e che via via, percependone meglio l’effettiva funzione, capiremo essere quello della cancellatura. Depennare ed eliminare i segni, rimuovere insomma.
Da qui, con una riuscita costruzione temporale non lineare, la regia di Deep Quiet Room ci conduce lungo le tappe di questa storia, che da innamoramento si trasformerà presto in dramma e dolore abissale. Dall’edificazione di una vita in comune -non a caso l’uomo fa l’ingegnere edile e lei la scrittrice-, la routine, tra silenzi e sprazzi di euforia, via via verrà infatti minacciata dalla presenza di un rumore bianco -come di uno stridere di freni per il troppo uso. La scena deflagrerà con la gravidanza della donna e con il concomitante trasferimento a casa loro dell’anziano padre, lì a causa di un incidente e dietro invito (avventato) del genero. Yi-ting crollerà emotivamente facendo riaffiorare traumi non elaborati – gli abusi subiti da lei e dalle altre due sorelle. La portata percettiva della depressione e regressione spaventosa e paralizzante di Yi-ting, corrispondente a una realtà oramai mera rappresentazione fantasmatica della sua psiche sconvolta, viene mostrata con cura dalla regia. La quale, allo stesso tempo, con impercettibili movimenti della mdp, riesce a far risuonare anche il pericolo e lo smarrimento di un vuoto che sottende la stessa forma (di nuovo il rapporto con la figura del cantiere edile e della scrittura). In questo modo l’ossessione per il controllo e l’esplosione della rabbia -entrambi nascosti dietro l’ordine di una scaffalatura- diventano gli elementi, percettivi e psicologici, che arriveranno a mangiarsi tutto lo spazio. Anche per questo, forse, la discesa nella psicosi di Yi-ting ricorda, a tratti, quella in scena in Persona o Sussurri e grida.
Deep Quiet Room, come suggeriscono le note di regia, prende il titolo da un racconto breve del taiwanese Lin Hsiu-ho centrato sulla storia di un vedovo che ripercorre -senza linearità cronologica bensì seguendo la traiettoria tracciata dall’affezione della memoria- il tempo trascorso con la moglie defunta, mentre convive nella stessa casa con il suocero. Ma Shen, come racconta lui stesso, ha tratto parte della storia anche da alcune interviste realizzate per un progetto documentaristico -ricordiamo che il regista taiwanese ha diretto diversi documentari prima di questo lungometraggio-, rivolto a dare voce a persone che hanno subito, nel perimetro familiare, traumi molto gravi simili a quelli della protagonista del film.
Tuttavia il punto di vista principale scelto da Shen nel suo Deep Quiet Room, e coerentemente con quello del racconto da cui è tratto, non è quello della vittima, di Yi-ting, bensì quello del compagno che le sopravvive. Uomo apparentemente mite e accogliente, qualcuno pronto a mettere le esigenze degli altri prima delle proprie, Yu-ming, dopo alcuni accenni e passaggi, nondimeno lascia trapelare anche altri aspetti: un forte bisogno di compiacere gli altri, un modo di rapportarsi alla coppia in una dinamica di totale dipendenza -e in ciò mettendosi dalla parte di chi ha il controllo. Col procedere dei tragici eventi – e con la rievocazione dolorosa e frammentaria che ne viene fatta a posteriori dall’uomo -, Yu-ming arriverà infine a un punto di rottura e la sua vendetta, contro il padre di Yu-ming – il “mostro”-, sarà anch’essa atroce. Dopo l’esplosione della violenza, nell’ultima sequenza, con un punto di vista di nuovo “nascosto”, come quello iniziale, la regia mostra l’uomo seduto in cucina, a capo chino su un piatto, in apparenza sollevato.
Lo sconcerto che continua a gravare dopo i titoli di coda di Deep Quiet Room sia rispetto a questo epilogo, tanto categorico quanto senza freni, che riguardo il clima di complicità effuso fino a quel momento dai due uomini, e a fronte del ruolo univocamente passivo della donna, ha richiesto, almeno in chi scrive, un minimo di distanza per trovare una qualche forma di intelligibilità.
Un senso che si è tentato di ritrovare a partire dai fantasmi evocati dai non detti – le cancellature– tra Yu-ming e Yi-ting. Dalla circolarità del movimento con cui l’inizio e la fine condividono lo stesso clima di nascondimento e ambiguità. E ancora dal contatto prolungato con la veridicità espressa dai corpi attoriali di tutti e tre i protagonisti, dismisure che strappano la narrazione e continuano a chiedere di essere viste -in ciò implicando il dover fare i conti anche con la paura.
Così che arrivando a guardare meglio, ecco che la tirannia implicata non sarà più soltanto quella, crudele, attuata dall’anziano patriarca, esponente del vecchio sistema taiwanese, ma anche l’altra, più passiva, incombente dal corpo massiccio e oscurante del più giovane Yu-ming, il suo occupare ogni millimetro dell’inquadratura e della stanza di Yi-ting.
Deep Quiet Room – Regia: Shen Ko-shang; sceneggiatura: Lu Hsin-chih, Shen Ko-shang; fotografia: Chen Da-pu; montaggio: Prsemyslaw Chruscielewski, Shen Ko-shang, Chen Hsiao-dong; musiche: Hanan Townshend; interpreti: Joseph Chang, Ariel Lin, King Shih-chieh, Umin Boya, Ding Ning, Bella Chen, Tai Jo-mei ; produzione: Sylvia Y.C. Shih, Brendan Huang, Carlo S. Hinterman, Gerardo Panichi per Wind Rises Entertainment, Oxygen Films, Flash Forward Entertainment, Citrullo International; origine: Taiwan/Italia, 2025; durata: 118 minuti.
