Di nuovo in sala: Funny Games (1997) di Michael Haneke

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Chissà su quanti e quali schermi della molteplice e multiforme dimensione social contemporanea, sarebbero riprodotte oggi le immagini del gioco al massacro che il glaciale Paul e il nevrotico Peter infliggono all’ iconica e laica trinità famigliare austriaca – padre, madre e figlio di una benestante, linda e colta borghesia – nell’interno/inferno domestico di un sadico e rituale Kammerspiel raggelato. Perché la questione ancora cruciale che Michael Haneke mette lucidamente e trasparentemente in scena con Funny Games (quello originale  del 1997, non il filologico remake americano del 2007,   rieditato oggi in 4k e distribuito da I Wonder Pictures classic) riguarda non solo la tollerabilità visiva e uditiva dello spettatore di fronte alla rappresentazione della violenza, ma anche i processi di identificazione e di proiezione che ciascuno mette in atto nei confronti dei ruoli di vittime e di carnefici, aspirando  non tanto alla catarsi o alla liberazione, o all’ hegeliana sintesi dialettica; a prevalere è la continua tensione per il ribaltamento, in un alternarsi sfiancante tra istinto di morte e pulsione vitale, prevaricazione e sopravvivenza, aggressività e passività. Così l’intrecciarsi, fino a confondersi, di questi  movimenti ondivaghi incanalati nel flusso catodico della visione casalinga  (il referente metalinguistico del film, in quello scorcio di fine anni ’90 , erano ancora il videoregistratore e i VHS ) è funzionale ad alimentare l’ambivalenza voyeuristica che, per lo meno da L’occhio che uccide (Peeping Tom, 1959) di Michael Powell in poi, continua ad alimentare l’ entertainment. Quello che ci annunciava Haneke, attraverso una padronanza abissale e insieme misurata delle possibilità dello specifico cinematografico, era la lenta, inesorabile, endemica dittatura della manipolazione psicologica ed emotiva esercitata su chi guarda da chi ha l’imprinting , il potere e il controllo dello sguardo.

E il meccanismo che viene smascherato è quello basico, che risveglia le sepolte paure viscerali dell’opulenta e competitiva società occidentale, del torture film,  del quale vengono scardinate le coordinate e le aspettative. Innanzitutto le sembianze degli aguzzini , non più un branco di sbavanti, animaleschi e feroci psicopatici (pensiamo ad opere miliari del genere come L’ultima casa a sinistra di Wes Craven o Non aprite quella porta di Tobe Hopper), ma la neutrale e asettica meglio gioventù post edonista, colta ed educata, confondibile a vista tra i rispettabili borghesi  sulla scena rassicurante di un paesaggio lacustre e umano (Paul e Peter sono già lì, a “giocare” a golf con un’altra famiglia, quando i coniugi Anna e Georg e il figlio arrivano alla loro casa sul lago). I segni di un possibile squilibrio, oltre alla distorsione sonora dell’incipit dove si passa senza soluzione di continuità  dalle raffinate architetture musicali di Mascagni ed Händel all’ Heavy Metal più radicale e disarticolato, si manifestano sui corpi e sui volti, quello tirato e asciutto di Paul e quello bulimico e infantile di Peter, l’unica identità possibile sopravvissuta nell’epoca post ideologica e pre digitale (quando invece l’horror americano ha sempre marcato il proprio discorso politico sulle differenze sociali, culturali, razziali e di genere).

Gli assassini di Funny Games potrebbero invece essere apparentemente  chiunque, oppure l’incarnazione dei ragazzi della porta accanto che, dietro la porta, nascondono le disfunzioni di un trauma subito oppure provocato: non è un caso ritrovare Arno Frisch nel ruolo di Paul e Ulrich Mühe in quello di Georg, loro che erano già stati figlio e padre  nella collusione/collisione di omicidio, rimozione e contrappasso in Benny’s Video (1992) sempre di Haneke, come se la cattiva coscienza genitoriale fosse il nucleo dell’esplosione psicotica, della deflagrazione di un sistema rigido di omissioni e negazioni. Tra l’altro in Funny Games la pratica della violenza è attivata proprio da uno schiaffo che Georg da a Paul in risposta ad una sua gratuita provocazione, mentre già Anna aveva espresso con forza la propria insofferenza verso la percepita invasione di spazio fisico da parte della coppia Paul-Peter, oltretutto in relazione a una  richiesta di cibo (le uova rotte come Macguffin per aprire le ostilità , ma anche come materica profanazione di una proprietà privata).

Ma è lo stesso Paul  a dichiarare poi  sarcasticamente  i presupposti sociologici alla base del loro comportamento psicopatico quando Georg chiede loro “Perché lo fate?”. Una domanda che sposta l’attenzione dall’insostenibile pensiero del cosa e del come, alla ricerca di una spiegazione o anche solo di una motivazione rassicurante e funzionale a circoscrivere la portata della minaccia nel campo semantico della razionalità. È proprio qui che Haneke da voce al pubblico, che si pone in fondo lo stesso interrogativo, e ne tira in ballo il bisogno di certezze e di appigli, di dare un senso alla reiterata sequenza di crudeltà  a cui sta per assistere. Un processo inverso a quello che accade negli horror dove prima scorrono sequele di brutali delitti e solo alla fine emergono le ragioni della carneficina, solitamente preludio della catarsi con la vittima che si salva o si vendica ( tutta la serie Scream di Craven, che comincia proprio negli anni in cui esce Funny Games, ha una costruzione a orologeria in questa direzione). Haneke esclude il capovolgimento di quella situazione, e la stessa scommessa che Paul rivolge guardando direttamente in camera ( “Che dite, ce la faranno a sopravvivere per le prossime 12 ore?”) è l’esposizione brechtiana di un meccanismo manipolatorio e retorico, per mettere alla prova i nervi ottici, psichici ed emotivi del pubblico, stabilendo un’empatia verso quella famiglia sequestrata della quale non si nasconde una certa meschinità, ottusità ed impotenza, in senso anche letterale vista la gamba di Georg fratturata da una colpo di mazza da golf sferrato da Paul.

Ma la cifra espressiva che rende tutt’ora sconcertante e disturbante la visione di Funny Games e lo mette in un problematico, fertile dialogo con il nostro presente 2023 , è proprio la rappresentazione della violenza, la più radicale decostruzione rispetto ai riferimenti di genere: ogni forma di abuso, inclusa la coercitiva nudità di Anna di fronte al laido sguardo di Peter, è lasciata fuori campo, amplificando nell’immaginario l’effetto devastante delle sue conseguenze, l’abbrutimento e  l’impazzimento intellegibili sul volto contuso della straordinaria Susanne Lothar nel ruolo Anna (moglie nella realtà di Ulrich Mühe, entrambi compianti e scomparsi a pochi anni di distanza l’uno dall’altra); non c’è la frenetica corrida di squartamenti ed esecuzioni, ma c’è il tempo del piano sequenza che lascia sedimentare lo sconcerto, lo stordimento, la disperazione tra sussurri e grida davanti al corpo di un bambino ucciso a colpi di fucile. C’è dunque uno sguardo etico che filtra, elabora, inquadra l’immagine da una prospettiva non centrifuga, ma centripeta che riporta il soggetto guardante ad una concentrazione e non alla distrazione di una sequela potenzialmente senza fine di finestre ipertestuali che si aprono dentro uno schermo elettronico.

All’epoca di Funny Games, l’unico modo per tornare indietro era premere il tasto rewind sul telecomando del videoregistratore, cosa che Paul effettivamente fa quando la narrazione ha una svolta inaspettata (da non dire) e non solo per riportare lo scorrimento negli argini della conclusione prevista, ovvero lo sterminio dei tre ostaggi. Come dichiarato dallo stesso Haneke, l’intento era quello di suscitare una reazione di entusiasmo nello spettatore, salvo poi frustrarne il godimento altrettanto sadico da revenge movie e metterlo davanti alla propria ipocrisia: l’esaltazione di fronte ad un omicidio.

Forse è questo che fa ancora tanto male nel guardare di nuovo Funny Games: essere inchiodati al muro delle proprie contraddizioni, con la consapevolezza di non avere nessuna via di fuga che non sia quella aleatoria e illusoria di un diverso, alienante black mirror.

Dall’11 dicembre 2023 in sala (da consultare al seguente link: https://iwonderpictures.it/classics/)


Funny Games; Regia e sceneggiatura: Michael Haneke; fotografia: Jurgen Jurges; montaggio: Andreas Prochaska; interpreti: Susanne Lothar, Ulrich Mühe, Arno Frisch, Frank Giering, Stefan Clapczynski; produzione: Osterreichischer Rundfunk, Wega Film; durata: 109 minuti; origine: Austria, 1997; distribuzione: I Wonder Classics

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