Die Welt wird eine andere sein/Copilot

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Cinque anni fa l’ex direttore del Festival Dieter Kosslick portò a Berlino in concorso Anna Zohra Berrached, la regista poco più che trentenne, cresciuta in DDR da un padre emigrato di origine algerina. Il film si chiamava 24 Wochen , ovvero 24 settimane ed era incentrato su una coppia chiamata a decidere se tenere un bambino con sindrome down e con vistose malformazioni cardiache o se abortire. Il film riscosse un buon successo di critica in patria e all’estero; malgrado i nostri auspici, non è mai arrivato in Italia mentre invece è stato distribuito un po’ tutto il mondo. Un vero peccato, perché quel film dimostrava un notevole talento di regia e di scrittura oltre a poter vantare l’interpretazione sontuosa di Julia Jentsch.

Cinque anni dopo – nel frattempo la regista ha girato soltanto una puntata di “Tatort”, il giallo tedesco della domenica sera che lascia spesso spazio ad autori e autrici di pregio – la Berrached torna al festival di Berlino ma nella sezione Panorama con un film, una coproduzione franco-tedesca che in inglese si intitola Copilot e in tedesco Die Welt wird eine andere sein (Il mondo sarà diverso). Il principio poetologico che sta alla base del film viene enunciato fin dall’inizio: “Il film trae ispirazione da una storia vera. Ma non ambisce a riportare eventi, personaggi e le loro azioni pubbliche e private nonché le loro condizioni di vita in modo autentico”. Diciamolo fin da subito: la lunga fiction che ruota intorno al piccolo ma importantissimo nucleo autentico non convince del tutto. Quale sia la “wahre Geschichte”, la “storia vera” alla quale il film nell’esergo rimanda, uno spettatore minimamente avvertito lo capisce quasi subito, sia perché il film inizia con una lettera che ha tutta l’aria di essere una lettera di commiato, letta ad alta voce da una voce maschile che ringrazia la moglie per cinque anni di amore e di convivenza, anzi per i cinque anni in cui lei è stata la sua “copilota” (da qui il titolo internazionale), sia perché fin da subito si capisce che il termine “copilota” non è esattamente una metafora scelta a caso. Gli aerei in questo film giocano e giocheranno un ruolo importante.

Dopo un breve prologo assistiamo dunque a una storia d’amore, la storia dei cinque anni di cui alla lettera, cinque anni che diventano nel film cinque atti, ciascuno per ogni anno. Ora tutti sappiamo che il genere classicamente diviso in cinque parti, in cinque atti è la tragedia, e il film tratta proprio di un amore che finisce in tragedia, una tragedia non tanto privata quanto, diciamolo pure, epocale. L’amore è quello che lega due giovani migranti verso la metà degli anni ’90, che vivono entrambi in Germania, nella Germania del Nord, fra Rostock e Amburgo: lui, Asli (Canan Kir) è di origine libanese, lei Saeed (Roger Azar), di origine turca, già da più tempo in Germania, parla meglio il tedesco, forse addirittura è nata lì. I due fra mille ostacoli (soprattutto la madre di lei) si innamorano e si mettono insieme, lui ha appunto l’ambizione di diventare pilota e nel frattempo non si capisce bene cosa faccia, lei studia medicina ed è anche molto dotata. Fin quando il latente conflitto interculturale che, almeno in partenza, lasciava pensare all’esatto contrario – lui figlio di una famiglia borghese tutto sommato laica e occidentalizzata, rimasta a Beirut, lei figlia di una famiglia assai più tradizionale – non finisce per esplodere. Ciò accade allorché Asli, lui che all’inizio del film faceva il bagno nudo e invitava la ragazza a fare altrettanto, comincia a frequentare più spesso la moschea e da lì una serie di persone che neanche si degna di presentare a Saeed, comincia a farsi allungare la barba, vuole che il matrimonio avvenga con tutti i crismi al cospetto dell’imam. Fin quando Azli, decide, obbligando Saeed a mantenere il massimo riserbo, anzi imponendole di giurare sulla testa del padre, di partire per lo Yemen e di sparire per un bel numero di settimane lasciando la moglie sbigottita in preda all’incertezza e allo sconforto. Poi però torna e fra mille esitazioni e molta rabbia Saeed lo riaccoglie, salvo poi prendere di nuovo commiato da lui quando il marito le comunica che partirà per la Florida dove ha finalmente trovato una scuola di volo a buon mercato…Dagli USA Azli non tornerà più, a poco o nulla varrà la breve vacanza in cui la moglie lo raggiungerà a Miami volando insieme a lui che ha appena preso il brevetto. Quel che succede dopo lo si è capito fin troppo bene, se così non fosse, basti dire che la lettera di commiato reca la data 10 settembre 2001.

Il precedente 24 Wochen era un film migliore, più compatto, più preciso anche sul piano squisitamente registico, e anche meglio recitato. Copilot presenta alcuni difetti: è troppo lungo, forse un po’ meccanico e con qualche excursus di troppo (tipo la inutile gita in Libano di Saeed a incontrare i genitori di Asli); faticosa è altresì l’alternanza di quattro lingue: arabo, inglese, tedesco e turco e per finire sono debolissimi i personaggi minori.


(Die Welt wird eine andere sein); Regia: Anna Zohra Berrached sceneggiatura: Stefanie Misrahi; fotografia: Christopher Aoun; montaggio: Denys Darahan; interpreti: Canan Kir (Asli), Roger Azar (Saeed); produzione: Razor Film, Berlino, Haut et Court, Parigi, zero one film, Berlino origine: Germania, Francia 2021; durata: 118’.

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