Nous

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3

Uno dei principali Leitmotiv di questa Berlinale pare essere, almeno all’inizio, quello del ricordo – tanto intimo quanto collettivo: dopo le istantanee lunari di Jacqueline Lentzou in Moon, 66 Questions , anche la nota regista francese Alice Diop sembra affidarsi alle immagini del passato per raccontare il presente. Nous ripercorre, parallelamente all’itinerario circolare della linea ferroviaria RER B, le strade fra cui si diramano le vite dei parigini nell’anonimato periferico odierno. Il film si articola in un lungo omaggio al cinema in quanto documento e fonte di vita: così, di fronte all’occhio attento della cinepresa, si alternano le esistenze di Ismael, Pierre, Marcel e di coloro che li hanno preceduti. La Francia, centro nevralgico dell’Europa, non dimentica le sfaccettature di cui si compone e ci mostra con inquietudine i suoi abitanti – che siamo noi stessi. L’immagine del treno in corsa non è soltanto l’espediente più usato e abusato sul grande schermo, ma si pone alle origini della settima arte: dai Lumière ai giorni nostri, non c’è fine alle stazioni intraviste dal finestrino, e questo la cinepresa di Alice Diop lo sa molto bene. Il tutto, però, risulta ridondante e un po’ superfluo – tanto per la retorica quanto per lo spazio che i fotogrammi invadono, dilatandosi apparentemente all’infinito. L’intento è quello di tracciare una mappatura geografica e sociale dell’immediata contemporaneità, focalizzando lo sguardo sui margini (altro tema ricorrente di un tempo che pare non possedere un tempo). Chi è abituato a muoversi nell’ombra acquista una consistenza, una storia, un volto che si suddivide nei ricordi di cui è composto: meccanici, cacciatori, scrittori girano sul palcoscenico senza una meta precisa, rendendo i contorni di questo disegno suburbano un po’ troppo vaghi.

L’occhio della regista vaga fra epoche e spazi divisi solo convenzionalmente, tentando di annullare i confini cronologici fra una realtà e l’altra: il caos regna sovrano, il “c’era un volta” si attualizza ma perde la propria aura favolistica. Nel tentativo di sintetizzare un’origine comune, Diop finisce per smarrirsi in un bicchier d’acqua. La Francia dei Re e dei Rivoluzionari rintrona nelle chiese e nelle campagne in cui si svolgono improbabili manifestazioni folkloristiche. La Nazione occupata durante la Seconda guerra mondiale viene rinchiusa fra le sbarre patinate dei musei, mentre fuori la luce del giorno continua a colare a picco. Il passato si riversa sul presente, disperdendo un’aura potenzialmente pericolosa, ma nessuno sembra accorgersene – ad eccezione della cinepresa, pronta a indicarci ciò che di solito ignoriamo. L’effetto finale si rivela caotico, il treno messo in moto dalla regista gira in cerchio senza arrestarsi un momento e, per giunta, senza nemmeno procedere oltre. La narrazione incespica sulle sue stesse parole e non arriva al punto. Dopo la prima ora si ha la sgradevole impressione che queste belle e sinuose fotografie non riescano mai davvero a sfondare la quarta parete. Le voci narranti si accatastano e i punti di orientamento si disperdono, il cinema di Diop mostra tutto rifiutando, però, di mostrarsi. Un vero peccato.

Gli unici ritratti dotati di una consistenza sono quelli di giovani e anziani che si limitano a osservarci, abbozzando il proprio piccolo monologo nel teatro di un eterno presente. In questa Francia senza nome, ognuno è straniero: dai parigini d’adozione trasferitisi nella capitale dopo il conflitto ad un’inedita Edith Piaf vivacemente scimmiottata dai ragazzi del quartiere fra un tiro e l’altro. La pellicola funziona al cento per cento solo nei rari istanti in cui essa abbandona la propria matrice saggistica per gettarsi nell’ordinario, evitando di abbandonarsi a commenti il più delle volte superflui. Sovrabbondante anche la lunghissima tirata finale sulla necessità d’imprimere, attraverso i mezzi cinematografici odierni, le realtà sociali finora rimaste in ombra: perché ripetere a voce ciò che è davanti agli occhi di tutti? L’immagine in movimento, per sua definizione, spesso e volentieri si basta. Più di un secolo fa nessuno, alla famosa stazione di La Ciotat filmata dai Lumière, proferiva una parola: eppure, in sala, la gente gridava eccome!


(Nous); Regia: Alice Diop; sceneggiatura: Alice Diop; fotografia: Sarah Blum, Sylvain Verdet, Clément Alline; montaggio: Amrita David; interpreti: Ismael Soumaïla Sissoko, N’deye Sighane Diop, Pierre Bergounioux, Bamba Sibi, Marcel Balnoas, Ethan Balnoas; produzione: Athénaïse; origine: Francia 2021; durata: 115’.

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