Disincanto (Stagione 3)

  • Voto
4

Dopo un anno di attesa, siamo ormai giunti alla terza tappa del nostro viaggio dietro lo specchioDisenchantment cioè Disincanto , ultima distopia plasmata dalla penna visionaria di Matt Groening, è finalmente disponibile su Netflix e promette di trasportarci su montagne russe dalle rotaie ancora più involute e allucinate rispetto a quelle su cui scorrevano le due stagioni precedenti (vedi http://www.close-up.it/disincanto-s… e http://www.close-up.it/disincanto-s…). Chi si aspetta di ritrovare la struttura episodica e ordinata che caratterizza tanto la vita della famiglia Simpson quanto il Tremila nostalgicamente anni ’90 di Futurama , è destinato a rimanere deluso. Se Tiabeanie detta Bean ha tutta l’aria di un’Alice decisamente più goffa e incline alle dipendenze rispetto all’originale, il Paese delle Meraviglie nel quale veniamo catapultati sembra sfuggire a qualsiasi tipo di categorizzazione, facendosi beffe dello spettatore con un sarcasmo così sagace da risultare a tratti irritante. La nostra eroina ricomincerà il proprio cammino fra le viscere di un inferno tutto personale e nel quale la madre-vampiro Dagmar (forse il personaggio più disturbante e al contempo poliedrico dell’intera saga) pare tenerla prigioniera. Lo scontro generazionale si riduce qui ad un breve screzio e ad un momentaneo scambio di personalità – scambio che già di per sé fa riflettere: non sarà Bean, con le sue frustrazioni e la sua rabbia repressa, a rivelarsi la vera carnefice? Ma Groening ci riporta subito alla realtà dei fatti, spingendoci in avanti a forza di calci: una volta individuata la via di fuga, la ragazza dovrà cercare di sbrogliare i fili narrativi rimasti annodati in superficie. Il modus operandi, dunque, rimane il medesimo per ogni ciclo: si inizia dal basso, per poi arrampicarsi verso altezze ancora difficilmente raggiungibili. Infine, si riprecipita al punto di partenza – eppure, non si tratta mai davvero del punto di partenza: ad ogni girone le curve si fanno più vertiginose e contorte, mentre migliaia di ridicoli spauracchi illustrano alla protagonista l’età adulta.

Gli sceneggiatori giocano con le nostre aspettative, divertendosi a rinchiudere lo spettatore in un vero e proprio palazzo degli specchi: qui Medioevo, Antico Regime e Rivoluzione Industriale si sovrappongono fra loro, moltiplicando i propri miti e le proprie parole d’ordine (da Game of Thrones Georges Méliès), ma sempre collocandosi all’interno di un percorso organizzato per fasi. Così Bean riaprirà il varco che separa straordinario e ordinario, avventurandosi più a fondo nella Metropolis pseudo-modernista di Steamland. Una decisione avventata e, in fondo, per nulla necessaria, che porterà la trama ad intraprendere nuove circonvoluzioni. Nel frattempo, su Dreamland grava come una nube opaca (o meglio, verde veleno) di cui ancora non si conosce l’origine: Re Zøg, come succede in ogni dramma shakespeariano che si rispetti, impazzisce. Grazie alla saggia stupidità che lo contraddistingue, il fratellastro Derek viene incoronato nuovo sovrano. Oscuri presagi si abbattono sull’eccentrica corte dei miracoli, i personaggi si assottigliano e diventano le macchiette di loro stessi, i freaks perdono ogni inibizione e finiscono preda delle proprie nevrosi: i cospiratori cospirano, le vittime subiscono, gli imbecilli si abbandonano all’usuale turpiloquio. Si stabiliscono strane analogie con il nostro spazio-tempo, ma lasciamo perdere. L’insegna posta sul castello e recante il famoso motto “Make Dreamland great again” appare, ad oggi, un po’ stantia – in particolare se ripensiamo alla luna provinciale intravista nel primo episodio di Futurama e nella quale i contadini indossano grotteschi cappellini rossi estremamente simili a quelli di cui oggi pullulano le campagne elettorali.

Il fascino strambo e geniale del nuovo universo parallelo made in Groening è da ricercare nella smaliziata maestria con cui gli autori demistificano tutti i cliché di genere, svuotandoli della propria presunta importanza narrativa e lasciandoli spesso scivolare nel nonsense da cui fuoriescono. Tutti gli occhi sono invece puntati su Bean e sui demoni antropomorfi che la accompagnano, sulla fastidiosissima onnipresenza della madre-mostro (ormai quasi un feticcio utilizzato per prolungare ulteriormente uno status di puerile deresponsabilizzazione), sulla testarda e ingombrante assenza paterna. Disincanto ripercorre e decostruisce il romanzo di formazione, mettendo in luce la ruggine che rode quei meccanismi di apprendimento ad oggi ormai inutili. Si ride poco, è vero, ma in compenso si sorride molto, e talvolta a causa di quella piacevole malinconia tanto ricorrente nell’anarchica tavolozza del cosiddetto Padre dei Simpsons. Lo stravagante sogno di Tiabeanie si traduce in un lungo viaggio nell’assurdo, fra l’altro perfettamente congegnato per chi è solito divorare contenuti in streaming così come s’ingurgitano patatine. Groening conosce bene le sue vittime: anche al termine del terzo girone la trama s’interrompe proprio sul più bello, imprigionandoci nel suo incantesimo come fa Dagmar con la figlia e costringendoci, infine, a pazientare per un altro anno.

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