Proposto nella sezione “Panorama Dokumente” Douglas Gordon by Douglas Gordon del regista Finlay Pretsell potrebbe maldestramente ricevere una breve presentazione scritta di questo tipo: “Documentario tra finzione e realtà sull’opera e sulla vita del noto artista scozzese Douglas Gordon che con amorevole generosità apre le porte del suo studio berlinese alla macchina da presa del regista Finlay Pretsell. Occasione unica questa per vedere in azione l’artista mentre concepisce e realizza i suoi lavori, durante le pause da essi come anche in occasione di importanti inaugurazioni museali, il film offre l’opportunità di tornare sul rapporto arte-vita, sulla relazione artista-pubblico, sul senso sociale e politico dell’opera d’arte oggi”.
In fondo se la potrebbe cavare così, in modo cieco si direbbe, appunto il critico che frettolosamente deve inviare “il coccodrillo” alla redazione della rivista a cui collabora, tra un film e un altro, uscendo correndo da una sala all’altra, tipica condizione in cui è versato durante le giornate di un festival così importante e impegnativo come la Berlinale. Invece Douglas Gordon by Douglas Gordon merita una pausa, meglio una sospensione da tutto quello che ci vorrebbe sempre pronti a essere in fila dietro un pifferaio magico di turno, da ogni rumore del mondo che ci distrae quotidianamente da noi stessi, dai nostri affetti più cari, da quello che è veramente e piacevolmente rilevante delle e nelle nostre vite. Il film è prima di tutto un raggio di luce educato e sensibile rivolto su quei nostri comuni chiaro-scuri dell’esistenza a cui non sappiamo rivolgere cura e attenzione. Su quelle idiosincrasie del cuore a cui non riusciamo quasi mai a rispondere a tono. A quelle instabilità naturali, si direbbe dire psico-fisiche dei nostri organismi, rispetto alle quali sappiamo solo andare in panne senza nemmeno tentare di esplorare nuovi possibili e sani equilibri. Questo film spicca, come non pochi altri in verità in questa edizione al festival, per la sua necessità nell’essere stato fatto e offerto al pubblico. Douglas Gordon vuole con tutto sé stesso mostrarsi per quello che è: semplicemente un essere umano che agisce e patisce, che gioisce e piange, che si rallegra per un’intuizione avuta o per una frase o pensiero che sembra azzeccato. Per un “bacio mai dato, per [ancora, e ancora una volta ancora] un amore nuovo”, venendo via di punto e in bianco perché si ritiene giusto (con quale autorità poi?) abbondare luoghi dove “non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza”. E riesce in un’impresa in cui pochi, oggi, giungono: di essere credibile, al cospetto dell’arte e del pubblico, nei confronti del compito dell’opera e dell’essere un personaggio pubblico che mette a disposizione la sua esperienza vissuta (Erlebnis, direbbero i suoi amici tedeschi) in modo più puro possibile attraverso quello che di materiale licenzia in una galleria o in un museo o chissà dove. Non si fa sconti Gordon, e così non fa sconti allo spettatore, riuscendo a essere quello che è sempre stato in fondo un’artista: colui o colei che meno sa dire menzogne sulla vita ai suoi simili, che meno riesce a recitare sul palcoscenico di questo nostro teatro che chiamiamo “mondo umano” dove tutti noi, dalla mattina alla notte, interpretiamo con le nostre maschere quei “personaggi in cerca d’autore” alla volta di sembrare simpatici, interessanti, divertenti, brillati, cool, effervescenti, dinamici, ginnici, attraenti, intelligenti… Uscendo fuori da queste dinamiche antropologiche (Marlon Brando parlava di tipici unguenti o lubrificanti necessari per il meccanismo dei nostri rapporti sociali), troviamo Gordon nel suo studio mentre prende un caffè al tavolo in cucina o prepara un lavoro, mentre si rade la barba o ascolta musica rivolgendosi all’assistente virtuale Siri. Tra una bolla di sapone e un tic del volto come del corpo, tra uno sguardo apparentemente spento e un sorriso che sta per trasformarsi in risata, Douglas esprime tutta la tenerezza di cui può essere portatore un essere umano che ha trovato modi non sempre facili per poter fuggire dall’ordinario pur rimanendo in esso. Anche in ciò forse si racchiude l’essere dell’arte e dell’artista (e non solo). “Stare lì dove non si è”, soleva dire infatti Carmelo Bene. E tutto questo “senza paura”, espressione adoperata proprio da Douglas nel film. Credendoci fino in fondo, sino al midollo. E così mostrandosi, Gordon ci ricorda quanto sia importante non prendersi in giro, ovvero quanto sia importante vivere e convivere con sé stessi per quello che naturalmente si è. Solo in questo modo forse è possibile “diventare quello che si è” nel senso pieno dell’espressione. Se almeno non ci si riesce subito agevole quando siamo in pubblico, abbiamo l’obbligo di esserlo quando siamo in privato. “Sono responsabile per mia madre, per mio padre, per mia sorella, per i miei fratelli, per il mio primo figlio, per mia figlia che vive qui a Berlino”, dice l’artista non riuscendo a trattenere le lacrime.
È qui racchiuso, come in uno scrigno, il segreto di ognuno di noi, e grazie all’opera d’arte e a sé stesso in persona Douglas ce lo fa vedere. E, non contento, in questo film ce lo dice anche a parole credendoci molto, mettendoci tutto sé stesso fino a consumarsi, senza mai però risultare sfiancato, anzi trovando sempre la forza per restare lì a non fare finta di niente. Questo è Douglas Gordon, che poi è anche autore di importati lavori come 24 Hour Psycho (1993) o di Zidane: A 21st Century Portrait (2006). Oppure è ognuno di noi, si potrebbe dire. È come se Gordon ci dicesse che non siamo di passaggio qui dove siamo, che siamo importanti per chi ci vuole bene (e forse anche per altri). Ci vuole impegno e costanza. “Speranza e sfida: per me vanno di pari passo. Hai bisogno di entrambe per continuare a lavorare, per continuare a credere che ciò che fai sia importante quando nessuno te lo chiede. C’è amore in questo. Deve esserci”, afferma Gordon. È difficile, sì, convivere con tutto questo, eppure è la nostra condizione e dobbiamo provare a esserne all’altezza. Non possiamo, appunto, girare la faccia da un’altra parte. “Ritratto di un personaggio pericoloso”, scrive su una parete del suo studio Gordon a proposito del film. La pericolosità sta nel dire il semplice, nell’onorarlo e nel chiedere che sia omaggiato da tutti noi, nel riuscire a guardare-attraverso (come diceva un filosofo italiano del ‘900) e soprattutto nel metterlo in comune, per noi e per tutti, in forma di dono. Questo è l’azzardo di cui parla. Ma può essere considerato rischioso solo perché siamo assuefatti a complicare le cose, a confonderle, a mischiarle come in un disgustoso minestrone. La vita non si comprende, non si lascia razionalizzare del tutto, confezionare in una forma una volta per tutte. Allora lasciamo che viva, che viva dentro e attraverso di noi liberamente. Questo è possibile? Forse no, ma lasciamoci coinvolgere da essa senza ogni volta cercare strategie per esorcizzare quegli aspetti che ci sembrano sfavorevoli. “Sull’utilità e il danno della vita sulla vita”: potrebbe essere un ipotetico secondo titolo a questo stupendo film che abbiamo potuto vedere alla Berlinale 2026. Viva il cinema, viva la vita!
Douglas Gordon by Douglas Gordon – Regia: Finlay Pretsell; fotografia: Martin Radich; montaggio: Kieran Gosney; musica: CJ Mirra; interpreti: Douglas Gordon (sé stesso); produttori: Sonja Henrici, Finlay Pretsell per Parcel of Rogues, Sonja Henrici Creates, Grande Ourse Films; origine: Gb/ Francia 2026; durata: 88 minuti.

Bellissimo. Vicino al cuore (selvaggio)