Forest up in the Mountain di Sofía Bordenave (Forum)

La ricostruzione degli eventi all’interno di un processo penale viene a essere materiale che si presta alla l’elemento finzionale di Forest Up in the Mountain. Vengono presentate diverse versioni dello stesso incidente, solitamente in contraddizione tra loro, e come spettatori costruiamo lentamente un’idea più plausibile di ciò che potrebbe essere accaduto. Come sempre nel cinema narrativo, i fatti narrati competono con l’empatia: l’identificazione è importante e la convinzione spesso dipende da chi ci fidiamo. Il documentario della cineasta e avvocato dei diritti civili, l’argentina Sofía Bordenaven, è soprattutto tutto questo. Il film ruota attorno all’omicidio di un indigeno da parte di uomini bianchi in conflitti radicati in territori contesi. L’opera viene costruita attingendo a materiali relativi a processi pubblici e raccoglie in modo molto specifico le informazioni prodotte in quel contesto. Così facendo, si prende ciò che inizialmente assomiglia a un racconto di cronaca nera come punto di partenza per esplorare la storia più profonda di quelle dispute territoriali. Tra tutti questi elementi, la ricostruzione degli eventi si distingue per la sua particolare forza. In Forest Up in the Mountain mancano (per fortuna forse) scene della sparatoria. Ciò nonostante, vengono mostrare sequenze in cui l’imputato si confronta con amici e parenti della vittima, Rafael Nahuel, esponendo versioni contrastanti dell’accaduto. Ciò che emerge da questi scontri è di una chiarezza devastante. Nahuel era un uomo Mapuche di 22 anni, ucciso il 25 novembre 2017 a Villa Mascardi, vicino alla città di Bariloche, durante un’azione di sfratto condotta dal Gruppo Albatros della Prefettura Navale argentina contro un’operazione di recupero di terreni guidata dalla comunità Mapu di Lafken Winkul. Nahuel è stato colpito alla schiena ed è morto mentre fuggiva in salita. Le prove forensi hanno successivamente dimostrato che non c’era stato alcuno scontro armato e che il gruppo Mapuche non aveva armi da fuoco.

Ciò che il film di Bordenave compie – ricalcando il suo precedente Estrella Roja (Red Star, 2024) – è seguire il caso attraverso il processo, utilizzando sia registrazioni ufficiali che filmati girati dalla regista, creando al contempo uno spazio di riflessione che aiuta a chiarire non solo cosa è successo quel giorno, ma anche la più lunga storia delle rivendicazioni territoriali dei Mapuche. Uno degli espedienti più sorprendenti del film è l’uso delle registrazioni stesse del processo, condotte a distanza tramite videoconferenza – in parte a causa della pandemia, ma anche per motivi logistici e di sicurezza – con gli imputati che apparivano da una posizione diversa rispetto a giudici, avvocati e testimoni. Oltre all’intrinseca drammaticità delle testimonianze, Bordenave tratta occasionalmente questi momenti con un tocco di commedia nera, con gli imputati che ricorrono ripetutamente a scuse tecniche assurde, come improvvisi problemi di connessione che si presentano opportunamente ogni volta che vengono poste domande scomode. Un altro filo conduttore del film è costituito dalle conversazioni con i Mapuche della regione, che parlano non solo del caso di Nahuel, ma anche della loro storia e del loro legame con una tradizione le cui origini e traiettorie differiscono dalle narrazioni ufficiali promosse dallo Stato. Come è noto, uno degli argomenti utilizzati per “giustificare” la repressione è stata l’affermazione che queste non fossero “vere” comunità indigene, ma gruppi armati improvvisati che sfruttavano l’identità Mapuche per occupare terreni pubblici. Il film smaschera questa falsa accusa: la legge riconosce l’autoidentificazione indigena e la legittimità delle comunità che si riorganizzano dopo decenni di sfollamento. Immagini d’archivio e video di decenni fa stabiliscono chiaramente la continuità dell’identità Mapuche delle nuove generazioni. Quasi come un contrappunto visivo, la regista incorpora mappe, documenti, vecchie fotografie e altri materiali d’archivio in un modo più sperimentale che esplicativo. Questi non sono semplici esempi di argomentazioni orali, ma fungono da prove a sé stanti, mostrando come le terre ora contese fossero comprese e documentate in passato. Il film si apre anche su un’altra dimensione cruciale della storia della regione: il degrado ambientale. Gran parte della foresta nativa è stata sostituita decenni fa da piantagioni di pini esotici, frutto di politiche forestali obsolete. Questi pini sostituiscono la biodiversità locale, consumano più acqua e, cosa ancora più grave, aumentano notevolmente il rischio di incendi boschivi, poiché sono altamente infiammabili e consentono al fuoco di propagarsi più rapidamente.

Attraverso una combinazione accuratamente studiata di tutti questi elementi, Forest Up in the Mountain diventa un documento potente, lirico e in definitiva amaro di un conflitto territoriale che sembra infinito e che, tra i cambiamenti politici e la rinnovata influenza dei funzionari legati al caso originale, è diventato ancora una volta più instabile.


Forest up in the Mountain – Regia: Sofía Bordenave; sceneggiatura: Sofía Bordenave, Pablo Weber; fotografia: Ezequiel Salinas; montaggio: Pablo Weber; musica: Sebastian Teves; sound design: Atilio Sanchez; interpreti: Mirta Ñancunao, Lorena Cañuqueo, Joaquin Rapoport; produttori: Clara Massot, Sofía Bordenave, Manuel Rapoport per Maleza cine, Afuera producciónes; origine: Argentina, 2026; durata: 91 minuti.

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