Era Roma di Mario Canale

Quanto mi piace Roma, ragazzi! Quanto si sta bene qui, che piacere lavorare qua! Che divertimento! Silenzio! Qui stanno girando un film! Questo succede a Roma ogni giorno, per tutta la città!

Segue ambientazione pseudogreco-romana con donna in pericolo, circondata da nemici:

Ercole, sarvame!

E l’arrivo dell’eroe in costume con tanto di masso sulle spalle pronto per essere lanciato:

Sta’ buona, mo ce penso io!

C’era una volta Roma, o meglio Era Roma (nelle “Proiezioni Speciali”  della Giornate) per la regia di Mario Canale. Non la Roma classica, né quella medievale o rinascimentale, ma quella tra l’inizio degli anni ’60 e la fine degli anni ’70 del Novecento. Un tempo di ricchezza da dissiparsi, di tempo da spendere a piene mani nella creazione di un mondo altro, quello su pellicola, che copiava la realtà e poi dalla realtà si faceva copiare in un cortocircuito immaginativo senza precedenti nel panorama italiano e così internazionale. Achille Bonito Oliva ci dice che era “liberazione” la parola chiave, per Carlo Verdone la condivisione di cultura, per Alvin Curran il suono, quel “movie sonoro” totale a cui contribuiva anche la singola donna che si affacciava dalla finestra e cantava. Eppure, sopra ogni cosa, il motore della Capitale, un motore in rodaggio per trent’anni e ora a pieno potenziale: l’industria cinematografica. Era quello il centro del tornado che ogni cosa attirava e rilanciava, e intorno giravano loro, coloro che, secondo la musica di Pietro Ciampi:

Ha(nno) tutte le carte in regola, per essere un artista. Non gli fa paura niente, tanto meno un prepotente. Preferisce stare solo, anche se gli costa caro.

Ebbe inizio nel ’63, l’anno di svolta, e il protagonista non era solo il grande schermo. Da una parte la Mostra collettiva dei pittori popolari della pop art romana, dall’altra il gruppo ’63 di Balestrini, Eco, Guglielmi, Arbasino, Vasio che la letteratura la facevano sperimentale e del ritorno economico se ne fregavano quando sul bisettimanale Quindici già pareva che lavorassero al ’68. Perché se il cinema era al canto del gallo, la letteratura era già a quello del cigno. E mentre il neorealismo scivola nelle pieghe di un popolo in cambiamento, tocca alla scrittura avere una visione più globale e nel contempo profonda. Così Ennio Flaiano dice:

Chi lavora in questa città si sente un po’ come un cane senza collare. Trova che la vita attorno è talmente tumultuosa, talmente affascinante, talmente piena di umori, talmente bizzarra che non può non considerarla sotto il punto di vista della satira.

Ed Enrico Vanzina nel riprendere le parole dello stesso scrittore, sancisce: «Roma ti frega perché non giudica, ti assolve». È però anche il momento del cinema, o meglio, di quel cinema: è bambino Bernardo Bertolucci quando viene portato dal padre a una proiezione per intellettuali de La dolce vita (1960), ancora in versione babilonese (non doppiata). Roma diventa stile, gli americani si perdono in Piazza Barberini alla ricerca di quella città da vivere eppure mai afferrata, perché Roma è «città impressionista per eccellenza» ed è essa stessa «un fotogramma che cattura l’eternità». Perciò, come si può pensare di prendere in mano l’eternità? Non si può, si rimane con un pugno di mosche, e non c’è tempo per dispiacersene. Si corre splendidamente troppo veloce, è Il sorpasso (1962) che supera un altro sorpasso.

Le librerie si moltiplicano, Libreria Rossetti in via Veneto e l’apertura della Feltrinelli in via del Babbuino, i club anche, Titan e Piper Club dove per Adriano Panatta c’erano le donne più belle del mondo, e alla fine degli anni ’60 arrivano i nuovi cineasti: Antonioni, Visconti, Fellini, Rossellini sono i giganti sulle cui spalle si siedono Agosti, Cavani, Bellocchio, Ponzi insieme agli acuti di artisti accorsi da altre arti, Mario Schifano e Carmelo Bene. Uomini di teatro e artisti visivi, a portare il cinema al limite della videoarte. L’arte si allontana dalla realtà, siamo nella sperimentazione più alta, con una legge, l’articolo 28, a sostenere il cinema in toto. Non è un caso: il cinema macina la strada che la letteratura aveva percorso in decenni e la politica invade le pellicole. È ormai il ’68 e l’ «atmosfera è eccitante» perché si mescolano «politica, cinema, sesso», nascono le Cantine di Roma e il Centro Sperimentale viene commissariato.

Fecero un peto in faccia a Rossellini

racconta Verdone

e quello non si presentò più.

Austerità, criminalità e terrorismo. Siamo negli anni ’70, quelli che pesano, di piombo. L’ironia non abbandona comunque la Capitale, i criminali si comportano da attori e gli attori da criminali, sono i proiettili che dimenticano di essere a salve e finiscono ovunque. Alberto Moravia osserva la bara di P.P.P, l’Italia intera quello di Aldo Moro, e come il cinema aveva battezzato quel ventennio postbellico, romano e dorato, così lo conclude: è il 1980, esce La terrazza di Ettore Scola, una commedia sulla commedia, cupa amara torbida, a raccontare la crisi di una classe politica, gli intellettuali e artisti di sinistra. Sono finiti i tempi delle sperimentazioni, arte e realtà si rincontrano di nuovo ed è un abbraccio sofferto.

Mario Canale firma un documentario intelligente nel raccontare sia la Roma della dolce vita, conosciuta ai più, che quella delle sperimentazioni, nascoste e tuttavia brillanti, intellettuali e internazionali. È anche, e soprattutto, un documentario contagiosamente nostalgico. Loro, coloro che l’hanno vissuto, hanno le lacrime agli occhi a ricordare ciò che Era Roma, noi, gli spettatori, ci sentiamo colpevoli per non aver vissuto un tempo che cronologicamente non poteva essere nostro. È nostalgia, amore giustificato per un’età dell’oro alla romana, caciarona e artistica, senza limiti se non quelli dettati dall’ironia o dalla mancanza di limiti stessa: «infinità di divagazioni e piaceri che ammorbidiscono lo slancio vitale». È però ormai un tempo andato, una Roma che concentrava un boom diffuso per l’intera Penisola: l’Italia ha impiegato decenni a spendere, la Città Eterna ha sperperato in minor tempo, ma quanto brillare d’altronde. Una vita, l’ennesima, da fiammifero, prima delle giravolte di fumo e l’odore di zolfo.

E il fumo è simbolo di autodistruzione, come quella del Festival dei poeti di Castel Porziano, ideato dall’assessore Renato Nicolini, quella che fu la fine di tutto, a detta di Verdone. Ricordi di versi declamati e poi spezzate per far spazio al cibo, al grido di

Anche pasta e fagioli è poesia!

E il commento sconsolato, affettuoso di Verdone: «Era follia, ma ci vuole ogni tanto un pizzico di follia». A volte, non rimane che quella, e che ci vuoi fare, dopotutto:

Roma non giudica, assolve.

 


Era Roma – regia: Mario Canale; montaggio: Paolo Mancini; produzione: Surf Film; origine: Italia, 2022; durata: 100’; distribuzione: Istituto Luce Cinecittà.

 

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