Everybody Digs Bill Evans, per la regia del documentarista inglese Grant Gee qui al suo debutto nella fiction, è un biopic sui generis sul grande pianista e compositore jazz americano Bill Evans (1929-1980), che colpisce prima ancora per la sua forma che per il suo contenuto narrativo. Il film, infatti, si distingue innanzitutto per le sue straordinarie capacità di montaggio: un montaggio mai puramente tecnico, ma emotivo, capace di costruire senso attraverso accostamenti, ellissi e risonanze visive. Le sequenze non si limitano a raccontare, ma dialogano tra loro su più livelli, creando una struttura stratificata che invita lo spettatore a un coinvolgimento attivo.
L’utilizzo introspettivo del bianco e nero, poi, non è una scelta estetica nostalgica, bensì un dispositivo espressivo. Le ombre, i contrasti, le sfumature diventano proiezioni interiori, riflessi visivi di uno stato d’animo segnato dal dolore e dalla ricerca di sé. La fotografia contribuisce a rendere Everybody Digs Bill Evans quasi un’esperienza mentale, più che solo e semplicemente narrativa.
New York, giugno 1961. Il leggendario pianista Bill Evans ha trovato la sua voce musicale e ha creato un trio perfetto, che include il bassista Scott LaFaro, sua anima gemella – una collaborazione che culmina in una sola giornata nella registrazione dal vivo di due dei più grandi dischi jazz di tutti i tempi. Ma solo pochi giorni dopo, LaFaro muore tragicamente in un incidente stradale. Paralizzato dal dolore, Evans smette di suonare per la prima volta dalla sua infanzia. Ciò che segue è la storia di quanto poi accadde a una delle maggiori personalità della musica del secolo scorso.
Alternando il presente e il futuro del protagonista con le tre morti che ci vengono descritte (con l’uso del colore questa volta), il film analizza allora il carattere schivo e talentuoso di Evans, i suoi rapporti con la famiglia e con la fidanzata, con cui condivideva oltre all’amore l’uso delle droghe pesanti. Sino alla tragica conclusione della sua vita a soli 51 anni.
Straordinaria è la prova attoriale di Bill Pullman (nella parte del padre) e del protagonista Anders Danielsen Lie, capaci di incarnare un dolore trattenuto, mai gridato, che si manifesta attraverso silenzi, sguardi e micro-espressioni. La loro interpretazione è fattoriale nel senso più pieno del termine: ogni gesto diventa elemento strutturale della costruzione emotiva del film.
La sceneggiatura è ricca di evocazioni e immagini che operano su livelli complementari ma non rigidamente dipendenti l’uno dall’altro. Ci sono piani simbolici che si intrecciano con la dimensione realistica, creando un testo filmico aperto, dove ogni elemento sembra risuonare con gli altri senza mai essere didascalico, come fosse del free jazz.
Fondamentale è il ruolo della musica, che qui non è semplice colonna sonora, ma principio narrativo. Fattualmente legata alla figura di Bill Evans, essa diventa linguaggio dell’interiorità, capace di andare oltre gli aspetti formali e di trasformarsi in strumento di esplorazione esistenziale. L’improvvisazione jazzistica riflette la frammentazione emotiva del protagonista e insieme la sua possibilità di ricomposizione.
In questo senso, la colonna di Roger Goula, rappresenta uno degli assi portanti dell’opera di Grant Gee: le musiche non accompagnano semplicemente le immagini, ma le amplificano, le contraddicono talvolta, le portano a una dimensione quasi metafisica.
Al centro del film vi è soprattutto la storia e l’evoluzione del dolore di Bill Evans. Un dolore che inizialmente appare paralizzante, capace di determinare la vita nel senso più depressivo e chiuso possibile. Eppure, nel corso della narrazione, lo stesso dolore diventa anche agente educativo: modella le emozioni, affina la sensibilità, permette un’introspezione radicale. Il film suggerisce che la sofferenza, pur devastante, può trasformarsi in strumento di consapevolezza e crescita.
Everybody Digs Bill Evans si configura così come un’opera di profonda intensità psicologica, dove forma e contenuto si fondono in un’esperienza cinematografica che va oltre il racconto, per diventare meditazione sull’arte, sulla memoria e sulla possibilità di trasformare il dolore in evoluzione interiore.
Everybody Digs Bill Evans – Regia: Grant Gee; sceneggiatura: Mark O’Halloran; fotografia: Piers McGrail; montaggio: Adam Biskupski; musica: Roger Goula; scenografia: Ellen Kirk; interpreti: Anders Danielsen Lie, Bill Pullman, Laurie Metcalf, Barry Ward, Valene Kane; produzione: Janine Marmot, Alan Maher per Cowtown Pictures, Hot Property; origine: Irlanda/Gb., 2026; durata: 102 minuti.
