Festival Bergamo Film Meeting 44°: Chronicle di Martin Kollár (Visti da vicino)


Girato in più di sette anni in luoghi imprecisati della Slovacchia, Chronicle, la “cronaca” di Martin Kollár, fotografo e stimato direttore della fotografia, qui in un lavoro ibrido a cavallo tra documentario e finzione, in particolare si pensa ai costruiti tableau vivant disseminati in molte delle inquadrature fisse – cifra linguistica del suo film -, parrebbe porsi come gesto radicale – ed esiziale – di due topoi dello sperimentalismo non solo recente: rinuncia alla ricerca di un significato; lasciare il tempo a che lo spazio osservato possa farsi esperienza contemplativa di quella che una volta si sarebbe chiamata “estetica del silenzio”. Ne aggiungiamo un terzo: porsi fuori dall’immagine piuttosto che accanto o dentro (nessuna soggettiva o semi-soggettiva), tenendo uno sguardo distaccato e freddo, e che soltanto per accumulo di mancanza (ma questa è un’interpretazione), può arrivare talvolta a toccare, in modo abrasivo, la stessa forma costrittiva, provocando un taglio – in filigrana, in questa cronaca agisce un trauma e un lutto.

Non c’è nessun movimento dentro-fuori e men che mai un piano di immanenza in cui ogni cosa – esistenze, tempi e spazi – vive in modo continuo in un paesaggio interconnesso e interdipendente. Piuttosto quello che qui vediamo in atto è una inesorabile perdita, un’osservazione desolata e desolante priva di alcuna risignificazione ma soprattutto priva di pietas – il distacco, misurato con perizia, non arriva a farsi insomma qualità, commozione. Quello che sembra coinvolgere Kollár è la composizione dell’inquadratura, le caratteristiche formali con cui inquadrare l’oggetto.

E il problema di questo documentario sta proprio in questo: posizionarsi al di fuori di un rapporto paritario e relazionale – o ancor più: spaesante – con ciò che si guarda, e per questo cadere nell’inevitabile pregiudizio di uno sguardo forte e che nell’immagine considera l’altro, o il paesaggio, un oggetto inerte. L’impersonalità e anche l’alienazione che traspare da riprese fisse su operai o altri lavoratori, così come su preti o animali, o su case che crollano (per citare il bel documentario di Gianni Celati del 2002) non è mai credibile, mai aperta all’”evento”, essendo piuttosto il correlativo dello sguardo del regista, di ciò che sente e che sembra non riuscire a esprimere (ma non è messa a tema in alcun modo questa eventuale istanza). Non c’è in essere una forma minimamente dialogica e neppure fantasmatica -e in questo caso sarebbe stata probabilmente una soluzione assai adeguata.

L’inizio del film in questo senso dice già molto: in un’inquadratura fissa vediamo un cacciatore in un rifugio montano, durante l’inverno, seduto su una sedia e con in mano un fucile, dopo un tempo abbastanza lungo, in cui non scorgiamo mai il suo volto, l’uomo alza il fucile e mira nel vuoto, nel bianco. Non c’è nessuna spiegazione, nessun controcampo. Se non l’elemento della neve che insieme al forte vento ricorre in tutta la prima metà del film, dando il senso (ma già si sta forzando…) di una catastrofe. La stessa cura per l’immagine ma non per la persona la vediamo in atto nell’ultima inquadratura, laddove la possibilità di avvicinarsi, magari con delicata tattilità, all’anziana donna, si perde invece nella composizione che la vede prima seduta come in un tableau vivant, su una sedia in un bosco, e poi abbandonata da un carrello -uno dei pochi- laterali che da destra verso sinistra la abbandona andando, ancora una volta, incontro al nulla. Come forma di un sentire (compensativo?), serpeggia una sorta di sentimento riconducibile al sublime, ovvero di sentirsi di stare di fronte a un paesaggio (la stessa donna anziana sembrerebbe esserlo) di terrificante bellezza. Un linguaggio che per alcuni sta a dire ancora di una ricerca di una poesia della realtà, ma che si schianta, per chi scrive, dalle massime altezze dentro le pastoie di un vicolo cieco -d’altronde è proprio il punto di vista e la mancanza di una qualche forma di vicinanza, e di generosità, il problema.Chronicle

Il regista scrive, nelle note contenute nel bel catalogo del Bergamo Film Meeting, che Chronicle “raccoglie storie quotidiane per costruire un ritratto collettivo della realtà contemporanea, con l’intento di documentare il presente e creare un archivio per il futuro”.

Ma la sollecitazione visiva pare invece quella di uno sguardo apodittico (e apocalittico) sulla realtà, sul reale, preso nel momento stesso in cui si sta (ra)assicurando di costruire uno strumentale “archivio del futuro”. Perché utilizzare la distruzione – di palazzi, fabbriche, scuole e ospedali – e la morte – di animali e di umani – per tenere a distanza, in una forma estetica e controllabile, la propria disperazione, non rende giustizia, almeno per chi scrive, della tanta complessità del mondo e di chi, da questo mondo, ha deciso deliberatamente di andarsene.

Nell’ultima scena appare la dedica alla compagna Mária Rumanová, artista e filmmaker morta suicida, nel 2019, ad appena trent’anni, e coautrice del progetto alla base di questa opera.


Chronicle (Letopis) – Regia e fotografia: Martin Kollár; sceneggiatura: Mària Rumanovà e Martin Kollár; montaggio: Marek Sulik; suono: Vàclav Fleg e Jacub Trs; produzione: SPunkchart films, Somatic Films, Slovak Television and Radoi, 71km; origine: Slovacchia/ Repubblica Ceca, 2025; durata: 70 min.

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